lunedì 17 giugno 2013

Una innovativa corrente marxista negli USA: il trotzkismo...


Ma un trotzkismo molto radical chic, come si evince dall'articolo in fondo.
Un saggio di questo mirabolante pensiero qui [SGA]:





Italian Lessons


On Italian communism and the path not taken between the horrors of state socialism and the bankruptcy of modern social democracy.

- See more at: http://jacobinmag.com/2013/05/italian-lessons/#sthash.NS6ARWPp.dpuf

Italian Lessons

On Italian communism and the path not taken between the horrors of state socialism and the bankruptcy of modern social democracyby Bhaskar Sunkara
5.8.13 http://jacobinmag.com/author/bhaskar/


Italian Lesson
Marxisti? No, giacobini creativi
di Marilisa Palumbo Corriere La Lettura 16.6.13

Sul suo profilo Twitter — «non il miglior barometro del mio pensiero», dice con un sorriso insieme timido e ironico — si definisce il «Don King del marxismo occidentale». Non male il paragone col leggendario manager di pugilato per Bhaskar Sunkara, 23enne figlio di immigrati indiani che con la sua rivista politica ultra-radical, «Jacobin», ha attirato l'attenzione del «New York Times» e superato per diffusione testate storiche della sinistra a sinistra del Partito democratico come «Dissent».

Lo incontriamo a New York, giacca e t-shirt nere, al Black Swan, un pub all'incrocio tra Bedford Avenue e Lafayette, dove Brooklyn non è ancora il regno degli hipster («ma ci stiamo arrivando, tempo 4 o 5 anni»). Più che del milieu culturale del quartiere-rifugio dei giovani creativi in cui sono nate riviste come «The New Inquiry», «Triple Canopy» e il loro fratello maggiore «N+1», Sunkara si sente figlio, dice, dell'«età di Internet». È in Rete, nei lunghi mesi del 2009 in cui una malattia lo costringe a sospendere gli studi alla George Washington University, che incontra un gruppo di persone come lui insofferenti nei confronti della sinistra tradizionale. «In quel periodo — racconta — leggevo moltissimo, cosa che non avevo mai potuto fare prima: ho sempre lavorato per pagarmi gli studi».

Da quelle letture e da quegli scambi nasce, nel 2010, l'idea di un magazine online: «Facevo tutto io, dall'editing al web design». Non un grande successo, all'inizio. Ma Bhaskar insiste, investe i suoi risparmi, stampa un trimestrale («una scelta tattica, quella della carta: ci ha fatto guadagnare visibilità e prestigio») e alla fine, complice il dibattito culturale accesosi attorno a Occupy Wall Street, che «Jacobin» cavalca, il vento cambia. Gli abbonamenti crescono (sono oltre tremila oggi) e il sito arriva a 250 mila visitatori unici al mese. Un successo decretato dai millennials.
Ma che cosa spinge la generazione post-ideologica a sfogliare una rivista marxista? «Siamo cresciuti dopo la caduta del Muro, non associamo il socialismo al totalitarismo. E il capitalismo non ci offre più una visione del futuro». La sinistra, secondo Bhaskar, con la sua tendenza alla frammentazione e all'auto-emarginazione, non riesce a costruire un cambiamento politico su quello culturale che attraversa la società: «Anche Occupy, che pure ha avuto il merito di politicizzare parte di una generazione, è un movimento relativamente piccolo e auto-compiaciuto». Radicale ma pragmatico, Sunkara vuole invece parlare a un pubblico più ampio. «Guarda questa doppia pagina — dice aprendo l'ultimo numero, il decimo, di "Jacobin" — sembra "Businessweek"».
La grafica, opera di Remeike Forbes, ventiduenne di origini giamaicane, un diploma alla Rhode Island School of Design, è semplice ed elegante. «Voglio che "Jacobin" sia una rivista mainstream — spiega il suo inventore — non nel contenuto, certo, ma nella confezione. Voglio essere professionale». Sunkara non percepisce uno stipendio, ma paga i suoi autori. «Anche gli stagisti, 15 dollari l'ora», precisa orgoglioso. I progetti in cantiere sono tanti, compresa una serie di libri per la casa editrice Verso. E da pochi giorni addio alle riunioni nei bar: «Jacobin» ha una vera redazione, a pochi passi da qui.

Marilisa Palumbo La Lettura

Marsilio da Padova tra Impero, Papato e repubblicanesimo


Gianluca Briguglia: Marsilio da Padova, Carocci

Risvolto
Marsilio da Padova è uno dei pensatori politici più audaci e brillanti del Medioevo. Il libro ne analizza le idee e il pensiero, mettendoli in relazione con le vicende politiche di cui Marsilio fu protagonista a fianco dell'imperatore Ludovico il Bavaro.



Thomas P

Sul diritto di sciopero



Il punto di vista qui espresso è inaccettabile per ciò che sottende. Tuttavia, mi sembra un intervento utile perché ci spinge a riflettere sia sul significato perduto dello sciopero come forma del conflitto politico-sociale nell'epoca del pieno assorbimento sistemico della CGIL sia sul dilagare di questa specie di neogiusnaturalismo politico che fa capo a Rodotà [SGA]. 


In "Sciopero   serrata", Bruno Leoni esamina i pregiudizi che in Italia hanno fatto confondere l’astensione dagli impegni di lavoro per un diritto costituzionale

Buone intenzioni ma scarsa praticabilità del keynesismo continentale. Soprattutto: cosa c'entra il PD?



Le prove di Keynes e i pentiti dell’austerità

di Massimo Adinolfi l’Unità 16.5.13

Nel 2010 Robert Skidelsky, il biografo di Keynes, scrisse per il Financial Times un articolo ripreso anche dal Sole 24ore nel quale si prendeva la responsabilità di sottoporre non al vaglio arbitrario dei filosofi, ma alla prova dei fatti, le politiche di austerità adottate con pochissimo distinguo in Europa.
E concludeva il suo articolo con queste fatidiche parole: «Stiamo per imbarcarci in un importantissimo esperimento per scoprire quale delle due storie sia vera. Se il risanamento dei conti pubblici si dimostrerà la via per la ripresa e una crescita rapida, allora potremo seppellire Keynes una volta per tutte. Se al contrario i mercati finanziari e i loro portabandiera politici si riveleranno degli «asini matricolati», come pensava Keynes, bisognerà prendere di petto la sfida che rappresenta, per il buongoverno, il potere finanziario».
Keynes faceva simili, cattivi pensieri di fronte al modo in cui la Gran Bretagna, sotto la pressione dei mercati finanziari, si era infilata in una spirale recessiva, a colpi di tagli alla spesa pubblica e rassicurazioni sulla tenuta della sterlina. E Skidelsky, di fronte alla reazione analoga tenuta dall’Unione Europea dopo il 2008 e la crisi dell’euro, proponeva a titolo di esperimento di mettere il keynesismo su un banco di prova: vedremo fra qualche anno, diceva, se si abbia torto o ragione nel condannare, sull’esempio di Keynes, le misure di austerità e il pensiero economico che le ispira.
Ora non so se gli anni trascorsi siano sufficienti per giudicare concluso l’«importantissimo esperimento», e se siamo pronti o meno per rifilare l’appellativo di «asino matricolato» agli economisti dei nostri giorni, che hanno orientato le condotte politiche europee; però ieri, su Il Sole 24ore, con una excusatio petita e assai gradita, Roberto Perotti ha esordito così: «Gli effetti delle politiche di austerità sulle economie europee sono tornati al centro del dibattito. Oltre quindici anni fa scrissi con Alberto Alesina due lavori nei quali sostenemmo che le riduzioni della spesa pubblica facevano bene all’economia. Oggi credo che la metodologia statistica che usammo allora fosse errata». Il minimo che si possa fare è mandare un telegramma a Robert Skidelsky, di questo tenore: «Dear Sir, experiment has been successfull!». Roberto Perotti sceglie invece di polemizzare con chi dall’esperimento vorrebbe trarre qualche conseguenza. Si lamenta perciò, restando nei confini domestici, di Guido Rossi e del suo inutile sfoggio di umanistica cultura: per prendersela con l’austerity, osserva Perotti, Rossi infarcisce i suoi articoli di citazioni di poeti, antropologi, filosofi della politica e del diritto, ma non adduce prove scientifiche a conforto della sua tesi, che cioè i tagli alla spesa pubblica tutto fanno meno che rilanciare l’economia.
Questa orgogliosa difesa del metodo scientifico merita il massimo rispetto. L’ammissione di aver sbagliato quindici anni orsono anche. Diamogli perciò man forte, e lasciamo perdere lo Zibaldone di Leopardi e l’ermeneutica di Gadamer: in un dibattito su cause ed effetti della crisi con gli economisti seri, scientifici, non possono avere spazio. Guido Rossi se ne faccia una ragione. Ma i dati che possiamo raccogliere negli ultimi tre anni: nemmeno quelli? Ha qualche valore la sfida lanciata da Skidelsky nel 2010, e la sua molto empirica disponibilità ad accettare che le politiche di austerity praticate dai governi europei confutassero le parole di Keynes contro l’efficacia dei tagli nel bel mezzo di una recessione? Quella confutazione, però, non è arrivata ed anzi le parole di John Maynard Keynes ne sono uscite, a quanto pare, corroborate. E adesso che facciamo? Togliamo di mezzo Leopardi e Gadamer: e poi? Ci prendiamo per caso altri quindici anni di sperimentazione sul corpo vivo della società, in attesa che qualcun altro, come il Sigalev dei «Demoni» di Dostoevskij, confessi di essersi imbrogliato con i dati? La domanda è pertinente, credo, anche al netto della citazione letteraria.
E soprattutto sposta l’attenzione sul punto politico. Perotti e Alesina hanno tutto l’agio di cui hanno bisogno gli studiosi per mettere a punto nuove metodologie statistiche, a prova di Guido Rossi o figuriamoci del sottoscritto: alla fine, dei moltiplicatori fiscali verranno a capo. Ma la politica dovrebbe invece portare subito, nel dibattito politico del Paese (e dell’Europa) le parole di Keynes, contro quegli spiriti semplici (o quegli «asini matricolati») che considerano scontati «i vantaggi del non spendere soldi», e perciò vanno giù di forbici. Se lo si fosse fatto nel 2010, se un arco di forze consistenti, in Italia e in Europa, avesse scelto il banco di prova indicato con forza da Skidelsky, non avremmo oggi una chiara indicazione sul futuro politico del continente? Se, invece del combinato disposto di severa austerity economica e sobrie e responsabili dirigenze tecnocratiche, si fosse scelta la strada di un conflitto politico chiaro sulle politiche europee, non ci si sarebbe trovati oggi molto più vicini al cambiamento di rotta tanto auspicato? E non ne avrebbe tratto giovamento anche lo slogan del «più Europa», che rimane invece inutile, oppure vuoto, finché viene declinato diversamente da francesi e spagnoli, tedeschi e italiani, senza trovare un comune terreno sul quale consolidarsi e offrirsi al giudizio dell’opinione pubblica? Si dirà, è il senno di poi. Ma quello di Skidelsky era il senno di prima. E, per la verità, siamo ancora prima delle elezioni europee del 2014, e di un nuovo ciclo politico che, forse, potrebbe ancora aprirsi.

Da Giorgio Lunghini un'ulteriore variante del benecomunismo e una battuta satirica



Il senso è questo: "Non si tratta di uscire dal capitalismo, ma di occupare quella terra di nessuno dell'economia e della società nella quale le merci non pagano".
La battuta satirica è questa: "Questa terra esiste, lo dimostrano da un lato i tanti bisogni sociali insoddisfatti, dall'altro le tante attività che non sono mosse dall'obiettivo del profitto. Volontariato, associazionismo, movimenti".
[SGA].



Giorgio Lunghini, il manifesto | 15 Giugno 2013

Berlusconi scavalca il PD a sinistra per l'ennesima volta, sebbene in maniera strumentale


L'EX PREMIER
Iva, Berlusconi in pressing sul governo «Sfori i patti Ue, tanto non ci cacciano»
L'ex premier: «Inaccettabile che non si trovino i fondi». La risposta di Palazzo Chigi: la nostra posizione non cambia 17 giugno 2013

Se dicessi che sui vincoli europei ha ragione Berlusconi?di Riccardo Realfonzo | 17 giugno 2013 il Fatto

Ricordo di Jean Cau e qualche esagerazione


Così il «Cavaliere» di Dürer diventò l'icona eroica della destra nobile e perduta
L'incisione più famosa e malinconica del maestro rinascimentale ispirò a Cau un saggio diventato il breviario di una generazioneMarcello Veneziani - il Giornale Lun, 17/06/2013

La aspettavamo da un minuto all'altro...


la storia
Maram al-Masri, siriana in esilio a Parigi, lotta con i suoi versi contro il regime: “Sono spiata e controllata, stanno cercando di distruggermi”
flavia amabile La Stampa 17/06/2013

Armi ai ribelli e destino di Assad ecco la nuova Guerra fredda che divide America e Russia

Filosofia per signora

Manuel Cruz: L'amore filosofo, Einaudi

Risvolto

«I pensatori del passato hanno dedicato buona parte delle proprie energie intellettuali a parlare di sentimenti, passioni, emozioni o affetti, per citare solo alcune delle voci cui è stato ricondotto, in un modo o nell'altro, l'amore. Cosí facendo hanno conferito senza dubbio all'argomento un'importanza filosofica; tuttavia, non è chiaro quanta ne avrebbe meritata. Perché l'amore è molto di piú di un argomento filosofico all'altezza delle questioni piú importanti: in fondo, in poche parole, è ciò che rende possibile la filosofia stessa. [...] Dal fatto che l'amore sia condizione di possibilità del pensare stesso si deduce che lo sia anche di chi pensa, ovvero della sua esistenza. [...] Esisterebbe, pertanto, un senso piú vasto in cui sarebbe del tutto legittimo introdurre una correzione ai classici termini del cogito cartesiano, riformulandolo come amo, dunque sono. Io amo prima di essere, perché sono solo in quanto sperimento l'amore. L'amore mi costituisce e, ancor di piú, mi costituisce in quanto essere umano. In fondo, questa affermazione si limita a completare la tesi pluralista proposta in precedenza: non è soltanto la meraviglia a dare origine al pensiero, e non è la ragione, il logos, a definire in esclusiva l'essere umano».


L'idea dell'amore, presente nel discorso filosofico fin dalle origini, si è evoluta adattandosi ai contesti storici e sociali, assumendo diverse forme e funzioni, senza perdere mai il proprio ruolo di primo piano nella sfera dei condizionamenti culturali. Ma come si legano queste forme dell'idea dell'amore all'esperienza amorosa? Come hanno amato i filosofi che riflettono sull'amore? Manuel Cruz ricostruisce le vicende esistenziali di alcune grandi figure della storia del pensiero, di cui è noto non solo l'interesse verso l'amore in quanto tema, ma anche il coinvolgimento personale nelle relazioni amorose. L'amore è percepito come l'esperienza universale per eccellenza. Pur declinandosi in modi molto diversi, alcune sue caratteristiche sono, per cosí dire, «costitutive»: le esperienze del desiderio, dell'innamoramento e della passione rivelano, in tutte le epoche, la stessa forza dirompente, totalizzante, irrazionale. Ma, al contempo, portano in sé i semi dell'evanescenza e dell'ambiguità. Il che rende complesso parlarne, scriverne, spiegare. Proprio per questo risulta particolarmente prezioso l'apporto dei «pensatori di professione» presentati in questo libro. Secondo la prospettiva di Cruz, l'idea che abbiamo oggi dell'amore contiene dunque non solo il pensiero, ma il vissuto di chi ci ha preceduto: è la somma dell'amore come fonte di energia, pensato da Platone; del senso di colpa di cui soffriva sant'Agostino; della passione erotica esemplificata da Abelardo ed Eloisa; dell'amore come necessità, presupposto da Spinoza; dell'amore come impossibilità, vissuto da Nietzsche; degli esperimenti di Sartre e Simone de Beauvoir; della fusione appassionata conosciuta da Hannah Arendt; dell'amore come risultato di pratiche sociali, messo in luce da Foucault. Manuel Cruz dà conto di questa complessa eredità arrivando, in conclusione, a denunciare le contraddizioni e le lacerazioni che caratterizzano il sentimento amoroso nel mondo di oggi, cosí saturo di parole sull'amore.                    


Giotto e la pittura su tavola


Così Giotto «copiò» gli egizi

I restauratori dei Musei Vaticani hanno studiato i sarcofagi La tecnica della pittura su tavola non è mai cambiata in duemila anni

di Lauretta Colonnelli Corriere La Lettura 16.6.13


Giotto «copiava» i pittori vissuti al tempo dei faraoni. La tecnica dei suoi dipinti su tavola è identica a quella usata dagli artisti che nel primo millennio avanti Cristo decoravano i sarcofagi in legno realizzati sulle rive del Nilo per accompagnare nell'aldilà i corpi dei sacerdoti di Amon. Come è possibile? Si sapeva che le conoscenze degli egizi erano passate ai greci e poi ai romani. Ma non c'erano prove che quelle conoscenze fossero arrivate praticamente intatte fino alle botteghe del Medioevo. Eppure il procedimento era lo stesso: si stendeva con le mani sul supporto ligneo un fondo composto da argilla e gomma arabica, si passava con il pennello una mano di colore a base di orpimento (giallo d'arsenico) per garantire l'effetto della doratura, si tracciava il disegno preparatorio con la sanguigna, si eseguivano le campiture di colore con pigmenti minerali e leganti vegetali, infine si copriva tutto con una vernice trasparente per proteggere il dipinto.


Perfino il significato simbolico dei fondi in oro era stato tramandato lungo i secoli: aveva la funzione, sia nell'antico Egitto sia nell'Europa del Medioevo, di divinizzare le immagini. Se i pittori cristiani raffiguravano con i volti circonfusi d'oro la divinità e i santi della Chiesa, quelli egizi avvolgevano in un alone dorato il corpo del defunto ritratto sul coperchio del sarcofago e ne illuminavano di giallo le mani e il volto per trasformarlo in un dio e avviarne il processo di rigenerazione.
La prova del legame tra Giotto e gli artisti di tremila anni fa arriva adesso dal laboratorio di diagnostica dei Musei Vaticani, dove la pittura dei sarcofagi è stata analizzata e ha rivelato una stratigrafia identica a quella della pittura su una tavola del Trecento. «Le immagini di queste stratigrafie, messe a confronto, sembrano due copie della stessa fotografia», conferma Ulderico Santamaria, direttore del laboratorio. Del modo di dipingere su tavola al tempo di Giotto è rimasta la testimonianza di Cennino Cennini, che a cavallo fra Trecento e Quattrocento scrisse Il libro dell'arte, ancora oggi il più famoso trattato sulle tecniche artistiche che ci sia stato tramandato. Cennini, che celebra Giotto come il maestro che «rimutò l'arte del dipingere dal grecho in latino e ridusse al moderno», descrive per la prima volta le tecniche di esecuzione fino allora probabilmente tramandate di bottega in bottega: dalla tavola preparata con uno strato di gesso alla finitura con la vernice trasparente. «Ora — ribadisce Santamaria — abbiamo trovato nella pittura dei sarcofagi il riscontro di queste tecniche teorizzate all'interno delle corporazioni medievali».
Le recenti scoperte sulla tecnica pittorica dei sarcofagi verranno presentate alla First Vatican Coffin Conference, ai Musei Vaticani dal 19 al 22 giugno, davanti a centocinquanta egittologi provenienti da tutto il mondo. La conferenza segna la prima tappa del Vatican Coffin Project, avviato nel 2008 e diretto da Alessia Amenta, che cura il Reparto antichità egizie dei musei del Papa. Scopo del progetto a cui hanno aderito anche il Louvre di Parigi e il Rijksmuseum van Oudheden di Leida: studiare i sarcofagi lignei policromi del cosiddetto terzo periodo intermedio (1070-712 a.C.). «Fino a oggi non si conosceva in maniera approfondita la tecnica della pittura egizia su legno», racconta Amenta. «L'idea della ricerca è nata quasi per caso, mentre ci apprestavamo ad affrontare una campagna di restauro dei ventitré sarcofagi custoditi in Vaticano. Si tratta di veri e propri capolavori di pittura su tavola: raffinati nel dettaglio, eleganti nella composizione e nella scelta cromatica, complessi nella scelta iconografica». Il lavoro è iniziato sui sarcofagi di cui si avevano maggiori notizie: i cinque provenienti dal nascondiglio di Bab el-Gasus (la porta dei sacerdoti) a Luxor. Il 5 febbraio 1891, il francese Eugène Grébaut e il suo assistente Georges Daressy trovarono l'ingresso di una tomba ancora sigillata, dove erano stati nascosti, perché si salvassero dai saccheggi, 153 sarcofagi lignei, appartenenti ai sacerdoti di Amon vissuti durante la XXI dinastia (primo millennio a.C.). In soli nove giorni la tomba fu svuotata, i sarcofagi caricati su imbarcazioni e spediti sul Nilo verso il Cairo. Ma il museo della città non era in grado di ospitare una così grande quantità di reperti, arrivati tutti insieme. Il governo egiziano decise perciò di donare ai diciassette Paesi che avevano partecipato alla festa per l'incoronazione del nuovo Khedivè altrettanti lotti di sarcofagi. Il Vaticano ricevette il lotto numero 17. Un'altra parte dei ritrovamenti fu destinata al mercato antiquario. Oggi queste opere sono disperse in almeno trenta musei del mondo.
Ricorda Amenta che i sarcofagi di Bab el-Gasus appaiono particolarmente ricchi di decorazioni perché appartengono al momento storico che segue il cosiddetto Nuovo Regno (1550-1070 a.C.), quello in cui il faraone Ramesse II aveva trasformato il Paese nella superpotenza del Vicino Oriente. Al tempo di Ramesse II anche le tombe erano dipinte magnificamente. La gravissima crisi economica che incombeva sull'Egitto all'inizio del primo millennio a.C. non permetteva più simili lussi. Le tombe diventarono di tipo familiare, l'apparato decorativo fu ridotto e trasferito dalle pareti della sepoltura alle superfici sia esterne che interne dei sarcofagi in legno, che oggi rappresentano «un dizionario enciclopedico della religione egizia», secondo la definizione dell'archeologo Gaston Maspero. Ma chi realizzava questi oggetti? Come era organizzato il lavoro degli artigiani coinvolti? C'era un maestro pittore? C'erano delle botteghe? E dove? Chi sceglieva l'apparato testuale e quello iconografico? Dove si acquistavano i pigmenti? Come ci si procurava il legno in una regione dove gli alberi hanno sempre scarseggiato? I ricercatori del Progetto Vaticano stanno inseguendo le risposte. Sono convinti che i sarcofagi racchiudano una miniera enorme di informazioni.
Alcune sono già venute alla luce. Il legno usato era di fico sicomoro, acacia nilotica, tamerice: piante locali che fornivano assi lunghe e molto leggere. I falegnami cercavano di non sprecarle, recuperando anche i frammenti, utilizzati spesso per realizzare gli ushabti, le statuine dei servitori rinvenute nei corredi funebri. Santamaria, con l'aiuto di Fabio Morresi, ha scoperto che l'effetto dorato dei sarcofagi dei sacerdoti era talvolta ulteriormente accentuato dalla presenza di pigmento giallo nella vernice. Si tratta di polveri minerali come l'orpimento (tra l'altro usato in abbondanza anche da Giotto) e impiegato dai pittori egizi per le mani e il volto dei sarcofagi a imitazione della pelle dorata degli dei. Lo studioso ha infine riprodotto nei laboratori dell'Università della Tuscia, a Viterbo, un campione del leggendario blu egizio, profondo e luminoso come nessun altro. Anche la ricetta di questo pigmento, prodotto artificialmente dagli artisti dei faraoni, era stata tramandata attraverso greci, etruschi e romani fino a Giotto. Il blu egizio scomparve a partire da Masolino e Masaccio, sostituito dai più banali blu smalto e azzurrite e dal prezioso blu lapislazzuli. Nei secoli successivi si cercò invano di ricrearne la formula esatta.

Dieci racconti inediti di Joyce pubblicati in Irlanda

Alla vigilia di Bloomsday in Irlanda si pubblicano dieci inediti di Joyce

La Stampa 16.5.13
Dieci piccoli racconti di James Joyce (1882-1941), scritti sei mesi dopo aver completato Ulisse, sono stati raccolti da una casa editrice irlandese, Ithys Press, con il titolo Finn’s Hotel e presentati come «l’ultima certa scoperta» dell’autore di Gente di Dublino . Abbozzati dallo scrittore irlandese nel 1923 e descritti dall’autore come «epiclets», ovvero «little epics», i pezzi seriocomici spaziano da fulminanti racconti a favole, precisa una nota di Ithys Press. L’editrice ha pubblicato la collezione inedita alla vigilia di Bloomsday, la festa annuale dedicata al capolavoro di Joyce, Ulisse , che si celebra il 16 giugno a Dublino. Si tratta di un’edizione a tiratura limitata, riservata ai bibliofili, disponibile nella versione lusso (2.500 euro) e numerata (350 euro). Sette racconti su dieci furono scoperti una ventina di anni fa, mentre altri tre sono tornati alla luce solo nel 2004. L’accademico irlandese Denis Rose, grande specialista di inediti di Joyce, aveva manifestato l’intenzione di pubblicare i sette racconti inediti già nel 1992 ma allora la fondazione che gestiva i diritti d’autore dello scrittore irlandese ingaggiò una battaglia legale che ne vietò la stampa.

Orgoglio Joyce, sì Ma non è soltanto una pinta di birra
di John McCourt Corriere La Lettura 16.6.13

La festa carnevalesca e laica, nota oggi come Bloomsday, nacque, quasi clandestinamente, a Dublino il 16 giugno 1954 in occasione del cinquantesimo anniversario dall'ambientazione dell'Ulisse, che si svolge appunto in un'unica giornata, in un'Irlanda ancora incerta se abbracciare o rinunciare a uno scrittore così controverso. Un certo Flann O'Brien, allora negletto romanziere (oggi considerato parte della triade dei grandi modernisti irlandesi con Joyce e Beckett e per questo al centro del convegno internazionale che si terrà all'Università Roma Tre dal 19 al 21 giugno) fu uno degli ideatori delle prime celebrazioni dublinesi. Grande ammiratore di Joyce, O'Brien, come molti altri, soffriva nell'ombra, preoccupato che Joyce avesse già detto tutto. Si inquietava per il culto di cui Joyce era già oggetto e allo stesso tempo lo turbava il fatto che erano stati in pochi a leggere i suoi romanzi. Più che con Joyce, O'Brien ce l'aveva con il crescente gruppo di studiosi americani che, dal suo punto di vista, avevano invaso Dublino. Questa invasione globale dell'Hibernian Metropolis continua ancora oggi e Joyce è diventato anche un prodotto da esportazione. È divertente pensare che questo scrittore solitario e difficile oggi attragga folle di persone ansiose di celebrare il suo Ulisse bevendo fiumi di Guinness (che egli, come il protagonista del romanzo, Leopold Bloom, non consumò mai), convinte di rendergli omaggio. Cosa penserebbe O'Brien delle odierne celebrazioni joyciane che si svolgono in moltissime città del mondo? E cosa ne dovremmo pensare noi? Un rischio c'è, ed è grosso: che il personaggio Joyce venga sfruttato per ragioni commerciali che nulla hanno a che fare con la letteratura, e che Joyce diventi un vacuo simbolo del contemporaneo, in sostituzione dell'ormai defunto Lucky Leprechaun, che per anni ha rappresentato l'Irlanda nel mondo. Ancora più c'è da chiedersi se questo Joyce pride porti davvero i lettori a confrontarsi con i difficili e scomodi testi joyciani. Non c'è forse il pericolo che, festeggiando Joyce in modo divertente e popolare, si possano svuotare le sue opere del loro potenziale rivoluzionario? Perché l'Ulisse, fra le altre cose, è anche una grande opera comica che demolisce in un solo colpo il romanzo tradizionale, restituisce vitalità alla lingua inglese, offre spunti e spazi di meditazione e incita il lettore a riflettere su se stesso e sul mondo, su quel che vi è in esso di privato e di pubblico e sull'intreccio che li collega. I diciotto episodi dell'Ulisse, anche con l'aiuto di una critica sveglia e non robotizzata, ci aiutano a porre delle domande rilevanti, come per esempio: cos'è una nazione? Cos'è l'Europa? Cosa significa la religione nel mondo moderno? Come capire la sessualità umana? Come sopravvivere dopo la morte delle grandi ideologie, e con cosa sostituire le loro narrazioni ormai vuote? Divertiamoci pure con questo Global Joyce, ma non esauriamo il nostro contatto con un eccezionale scrittore nello spazio/tempo di una pinta di Guinness e tentiamo di non negargli, voltando subito lo sguardo altrove, la capacità di offrire, attraverso le sue opere, uno specchio impietoso della società.

John McCourt insegna all'Università Roma Tre. È presidente del Comitato scientifico della Trieste Joyce School, dell'Università degli Studi di Trieste, che ha luogo dal 30 giugno al 6 luglio: http://www2.units.it/triestejoyce/