sabato 25 febbraio 2017

Anticomunismo, revisionismo storico e elogio acritico della "dissidenza" nella sinistra dirittumanista anarco-liberale e postmoderna


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Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa. Urss 1917-1990




Quelle voci dissonanti tra clandestinità e contraddizioni 
MOSTRE. Urss 1917-1990. Fino all’8 marzo in mostra a Roma «Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa» 
Claudia Scandura Manifesto 24.2.2017, 18:41 
La recente condanna di Aleksej Navalnyj a cinque anni con la condizionale per appropriazione indebita, rischia di eliminarlo dalle presidenziali del 2018 e suscita dubbi sulle reali motivazioni della sentenza. L’eliminazione degli oppositori politici mediante accuse improbabili e condanne sproporzionate, ci riporta ad anni passati, a un modus operandi adottato per anni in Urss e ci dimostra che il dissenso non è, per fortuna, morto con lo stato sovietico, anche se nella coscienza generale rimane legato al movimento nato nella seconda metà degli anni 60, quando dopo la morte di Stalin e la breve parentesi del disgelo chrusceviano, sempre più persone si rifiutarono di sopportare le ingiustizie e le menzogne del potere. 
Diventano sempre più attuali in questo momento le pratiche del movimento di resistenza non violento descritte nelle memorie dei suoi più importanti rappresentanti (Andrej Sacharov, Andrej Amal’rik, Vladimir Bukovskij, Natan Saranskij, Lev Kopelev, ecc.), tuttavia è importante fissare i ricordi anche dei dissidenti che sono ancora fra noi, perché non si perda la memoria di nessuno di loro. Non solo per rispetto alle persone, alle idee, che da trenta, quaranta, cinquanta anni, sono alla base della cultura democratica in Russia, ma anche per chi oggi si batte per la società civile, per chi fa di tutto perché si parli della sua esistenza in Russia. 
MA IL DISSENSO aveva una natura politica? E perché dopo il crollo dell’Unione Sovietica quasi tutte le sue figure principali sono rimaste escluse dal nuovo potere, non sono entrate nelle strutture statali e non hanno cominciato a costruire il nuovo paese? Si tratta di due questioni strettamente legate a cui cercano di rispondere, con singolare coincidenza, una mostra e un libro.
La mostra, Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa. Urss 1917-1990, fa tappa all’Università Sapienza di Roma dal 27 febbraio all’8 marzo (Atrio di Villa Mirafiori), dopo essere stata inaugurata a Mosca e poi esposta alla Sorbona di Parigi e all’Università degli Studi di Milano. Il libro del filologo e giornalista Gleb Morev, Dissidenti, un progetto della Fondazione Heinrich Böll e del sito Colta.ru, raccoglie venti conversazioni con partecipanti al movimento della dissidenza in Urss. 
LA MOSTRA, organizzata da Memorial Mosca e dalla Biblioteca Statale di Storia della Federazione Russa, a cura di Boris Belenkin e di Elena Strukova, e il cui progetto grafico si deve a Pëtr Pasternak, presenta con inedita ricchezza di immagini i protagonisti e i documenti dell’opposizione al regime sovietico, dando ampio risalto figurativo a un fenomeno storico unico nel suo genere, il Samizdat, che costituì un canale di distribuzione clandestino e alternativo di scritti illegali, censurati o ostili al regime sovietico. La svolta del 1989-1991 deve molto ai protagonisti di questa fervida stagione. Il libro di Gleb Morev pone tutta una serie di domande che parrebbero semplici ma non lo sono, dal ruolo della cultura al significato di liberalismo e mostra che molti temi sono stati in un certo senso congelati, non elaborati, dopo il crollo dello stato sovietico. Quasi tutti gli intervistati affermano che la dissidenza non fu un movimento politico, ma piuttosto una forma di resistenza etica alla politica come tale, di totale rifiuto, per questo le loro voci vennero soffocate dal fragore del nuovo che avanzava, che ha purtroppo ereditato molte caratteristiche dello stato sovietico. 
MOREV scrive un libro di storia orale, dirigendo un coro dove ci sono voci dissonanti, in cui qualcuno contraddice un altro o uno stesso avvenimento viene visto in modo diverso. Il modo in cui i fatti vengono presentati dai vari interlocutori rende particolarmente importante questo libro che raccoglie le voci di dissidenti piuttosto noti (con esclusione di quelli appartenuti a gruppi nazionalisti) per la prima volta, perché prima d’ora erano stati dimenticati. 
IL LIBRO e la mostra ristabiliscono una memoria che non va dimenticata ma sempre tenuta viva. Alla fine si prova però un grande rimpianto per le occasioni perdute, perché l’esperienza dei dissidenti, il loro senso etico, avrebbero dovuto essere attuali durante la perestroika. Perché nel momento in cui si cominciava a costruire una nuova realtà post sovietica, quelle idee, quelle lotte, quelle discussioni, avevano un rapporto diretto con ciò che stava accadendo. Erano attuali ma vennero colpevolmente ignorate.

Religioni, modernità, postmodernità: Berger


Peter L. Berger: I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo, Emi

Risvolto
La nostra epoca è segnata dal forte ritorno delle religioni nello spazio pubblico. La teoria della secolarizzazione («più» modernità = «meno» fede) si è rivelata errata. Berger, un tempo sostenitore di quel paradigma, non ha timore ad ammettere lo sbaglio: l’osservazione della realtà lo porta ad affermare che oggi non viviamo in un’età secolare ma in quella del pluralismo. Le fedi sono compresenti a livello planetario: gli Hare Krishna ballano davanti alle cattedrali gotiche d’Europa, il cristianesimo si diffonde nella Cina confuciana, l’America Latina (un tempo uniformemente cattolica) vive un’esplosione di presenza protestante, la regina Elisabetta si proclama «difensore di tutte le fedi nel Regno Unito». Al contempo i credenti sono immersi nella propria epoca vivendo in prima persona il pluralismo in quanto persone sia religiose sia secolari. Ma cosa significa il fatto che il pluralismo è il paradigma della condizione spirituale moderna? In che modo le istituzioni religiose ne vengono condizionate? Cosa succede alla fede in questo contesto? Questo libro risponde con lucidità a tali domande. Berger intreccia un’impareggiabile competenza accademica con la sapida capacità di indagare i fatti propria dell’uomo curioso di capire.

Schiavi i braccianti, schiavi gli zingari, ma più schiavi di tutti i cani e i salvini che fanno la guardia alla spazzatura del padrone


  




La Fine della Storia e l'ultimo ominicchio: Fukuyama incontra Renzi e pubblica una nuova edizione del suo celebre libro.







































Primarie ad aprile, Orlando corre
Il Guardasigilli sfida l’ex premier e incassa l’appoggio di Damiano. Lite sui tempi del voto Il viceministro Bubbico lascia il Pd. Anche 17 fuoriusciti di Sel passano con Bersani Francesca Schianchi Stampa
«Penso di saper ascoltare e saper unire. Non sarò un capo corrente, ma un segretario». Applausi dei sostenitori accalcati nel piccolo circolo di periferia: il ministro della Giustizia Andrea Orlando è ufficialmente il terzo aspirante segretario del Pd, dopo Renzi ed Emiliano. «Ho deciso di candidarmi perché non mi rassegno al fatto che la politica debba diventare solo prepotenza», anticipa in mattinata, e poi nel pomeriggio si presenta lì, al circolo Pd Marconi, in sezione come si faceva una volta, in giacca senza cravatta, intorno a lui le foto di Moro, Togliatti e Berlinguer, ma anche il manifesto per il sì al referendum. In platea tanti parlamentari dei «giovani turchi», la corrente che fondò con Orfini, ma anche semplici militanti, è tutto un «in bocca al lupo» e un selfie, e gli offrono pure una birra, ma il ministro declina con un sorriso - «sono a stomaco vuoto» - e se lo contendono in un continuo viavai dalla sala alla terrazza tanto che a un certo punto resta chiuso fuori. «Cominciamo bene…», scherza qualcuno.
Così, dopo giorni di riflessione («non era una sceneggiatura, ero indeciso veramente»), anche il Guardasigilli si butta nella gara. Mentre alla Camera i bersaniani in uscita annunciano un accordo con i fuoriusciti di Sel capitanati da Arturo Scotto per creare gruppi comuni (prevista la presentazione tra oggi e lunedì), e guadagnano un’adesione importante, quella del viceministro dell’Interno Filippo Bubbico, il ministro cresciuto nel Pci e arrivato da La Spezia ai vertici del governo lancia la candidatura che dovrebbe, almeno nelle intenzioni, catalizzare l’area di sinistra rimasta nel Pd. Già guadagnato il sostegno di Cesare Damiano; probabile anche quello di Gianni Cuperlo, che però rinvia la decisione finale a un’assemblea il 4 marzo. «Compagni, io sono di sinistra, ma non voglio rifare la sinistra così com’era. Voglio rifare il Pd», mette però in chiaro Orlando, ben attento a evitare l’etichetta di candidato di un altro secolo. Perché servono «50 sfumature di Pd, non di rosso», perché il Pd «è la nostra casa, l’abbiamo sognata dieci anni fa», ma adesso va ristrutturata. Senza lasciarsi tentare dall’imitare i populisti, «non sentirete da me parole populiste, sovraniste, nazionaliste», né «mai delegittimerò i miei competitori». Semmai, solo qualche frecciata (all’ultimo congresso «io sostenni Cuperlo, mentre Emiliano sostenne Renzi») o qualche difesa da chi, come il governatore pugliese, gli rinfaccia di aver fatto parte del governo Renzi: «Sono convinto si possa stare insieme avendo idee diverse».
«Siamo in ritardo ma sento un bel clima», sospira alla fine della presentazione. Davanti a lui un tour de force: tanto che, qualcuno, anche tra gli amici, gli aveva consigliato di dimettersi da ministro: «Anche la Bindi e Letta hanno fatto le primarie l’una da ministro, l’altro da sottosegretario», respinge l’idea che sarebbe opportuno farlo. E nemmeno pensa che gli converrebbe farlo per avere più tempo in campagna elettorale, da cominciare con una conferenza programmatica a Napoli: «Finché ce la faccio continuo a fare le due cose insieme». Il tempo è davvero poco: oggi nel pomeriggio una Direzione approverà il documento con date e regole. «Non c’è ancora niente di deciso», giura il vicesegretario Lorenzo Guerini, ma resta alta la probabilità che le primarie siano il 9 aprile, come vorrebbero i renziani: comunque sia, non si andrà oltre il mese di aprile. Emiliano vorrebbe più tempo, e anche Orlando, ovviamente: «Io vorrei avere il tempo di ascoltare la gente». I renziani mostrano maliziosi un sondaggio che lo darebbe all’1 per cento contro il 32 dell’ex premier e il 13 di Emiliano. «Fosse per me le primarie le farei a novembre, così arrivo al 70 per cento», scherza lui. La strada è lunga, ma Orlando insiste: «Mi candido per vincere».
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Rivolta nel Pd sul congresso lampo
Orlando si candida: “In campo contro la prepotenza”. I renziani insistono: primarie il 9 aprile. Sfidanti sulle barricate Il Nazareno esulta per un sondaggio Swg che dà il partito al 28 e la lista Bersani-D’Alema al 3,2. Prodi: elezioni nel 2018GIANLUCA LUZI Rep
Primarie il 9 aprile ed elezioni politiche l’11 giugno in un election day con le amministrative. Con uno slalom fra i ponti festivi e il referendum sui voucher: è questa la road map che sogna Matteo Renzi, ma che si scontra con l’opposizione dei due sfidanti Emiliano e Orlando. A cui, a sorpresa, si è unita la candidatura di una semisconosciuta, Carlotta Salerno, che potrebbe complicare per questioni procedurali il blitz immaginato dal segretario uscente. Guardando al calendario diventa realistica anche la data del 7 maggio che però renderebbe quasi impossibili le politiche l’11 giugno. Se poi la spuntassero gli sfidanti ecco il 7 luglio, con il voto a settembre. Il ministro della Giustizia ha ufficializzato ieri la sua candidatura alla segreteria in un circolo romano del Pd e subito ha fatto capire la sua contraretà a una data così ravvicinata: «Le primarie il 9 aprile? Serve più tempo per ascoltare il nostro popolo». Sulla stessa linea anche Emiliano che fa appello a Romano Prodi perché il Congresso sia “contendibile”, mentre invece «così non c’è tempo nemmeno di fare la campagna elettorale». Anche Prodi è contrario ai tempi ravvicinati dettati da Renzi. Il Professore non parla di primarie, ma è convinto che «per l’interesse del Paese bisogna andare alle urne alla fine della legislatura, come Dio comanda, e cioè nel 2018». Perché «la durata della legislatura è un segno di serenità e di tranquillità, mentre invece vedo che si vogliono affrontare le elezioni in tempi rapidi. Non capisco. Il Paese ha bisogno di tranquillità». Entra così nello scontro fra Renzi e gli sfidanti la questione della durata del governo Gentiloni. Ed è anche «per sostenere il governo Gentiloni, che mi sono candidato», spiega infatti Emiliano. Ma Renzi e i suoi fedelissimi sono determinati, anche sulla base di un sondaggio Swg che fotografa i rapporti di forza dopo la scissione. Il Pd scende dal 31% al 28 con la perdita della sinistra bersaniana, che infatti è al 3,2%. Il movimento di Pisapia, Campo Progressista, è quotato al 3,9% e Sinistra Italiana si ferma all’1,5%. Insomma – secondo la maggioranza renziana – un danno tutto sommato contenuto che può essere riassorbito. Per registrare le proteste dei due candidati sulla data delle primarie, il vicesegretario Guerini li ha incontrati prima della riunione decisiva della Commissione congressuale che si è riunita ieri e oggi. Nel pomeriggio la Direzione stabilirà il regolamento del Congresso.
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L’ultima mossa di Emiliano “Finiamo alle carte bollate”
La strategia: “O Matteo capisce o gli piantiamo un casino che ricorderà” Pronti i gruppi scissionisti: si chiameranno Democratici e progressistiGIOVANNA CASADIO Rep
Un rospo difficile da ingoiare per Michele Emiliano. Le primarie il 9 aprile, ovvero cinquanta giorni soltanto di tempo per la sfida dem, sono uno schiaffo, l’ennesimo del segretario uscente che – dice il governatore della Puglia e candidato alla segreteria – mostrano una cosa soltanto: «Renzi ha paura di perdere, però tutti coloro che hanno fatto appelli contro la scissione, a cominciare da Romano Prodi, il fondatore del Pd, lo convincano a rendere congresso e primarie una bella pagina».
Nel tormento dei Dem ieri si registra un ultimo atto: la minaccia di nuovo delle carte bollate. Emiliano confida ai suoi collaboratori: «Se si va avanti a forzature, ricorreremo alle carte bollate: gli pianto un casino...». Tra le contromosse estreme cresce anche la tentazione del governatore pugliese di far un passo indietro davanti alla tetragona volontà dei renziani di accelerare sulle primarie. Ma infine, l’assicurazione di Emiliano: «Io non mollo». L’importante è chiudere con la stagione renziana e anche quella di Andrea Orlando è «una candidatura che indebolisce Renzi», ragiona. Gli toglie voti. Indispensabile certo avere il tempo giusto «per battere l’uomo politico più veloce, più famoso, più sostenuto dai poteri forti, dal sistema della comunicazione ». L’obiettivo è archiviare il renzismo. «I 5Stelle mi votino alle primarie», rincara Emiliano, che partecipa a una iniziativa della Cgil dove ci sono anche Maurizio Landini, N icola Fratoianni e Giorgio Airaudo. Dialogo a sinistra oltre ogni steccato.
E intanto gli scissionisti dem si organizzano. Una lunghissima riunione ieri dei bersaniani ha deciso di organizzare subito domani una convention a Roma per fare conoscere il Movimento. Martedì poi saranno annunciati i nuovi gruppi parlamentari. Il nome sarà “Democratici e progressisti”. «Prima parliamo al paese, diamo il via a una organizzazione sul territorio, perché vogliamo un Movimento aperto e plurale», spiega Enrico Rossi, il governatore della Toscana.
I numeri dei gruppi non sono ancora certi. Anche se gli ex di Sinistra Italiana guidati da Arturo Scotto che aderiranno sono 17: oltre a Scotto, Ciccio Ferrara, Alfredo D’Attorre, Donatella Duranti, Arcangelo Sannicandro, Carlo Galli, Florian Kronblicher, Lara Ricciatti, Gianni Melilla, Vincenzo Folino, Giovanna Martelli, Franco Bordo, Claudio Fava, Marisa Nicchi, Michele Piras, Filippo Zaratti, Stefano Quaranta. A questi si sommano oltre 22 ex dem, tra cui Bersani, Stumpo, Cimbro, Agostini, Zoggia, Leva, Bossa, Epifani. Roberto Speranza potrebbe essere il capogruppo proprio per la sintonia con gli ex vendoliani e la capacità di mediazione già mostrata quando era capogruppo del Pd. Il problema politico è che gli scissionionisti dem nascono come salvagente del governo Gentiloni, contro la tentazione di Renzi di anticipare a giugno le elezioni politiche. Gli ex vendoliani valuteranno invece di volta in volta se votare la fiducia al governo Gentiloni. Sono 13 i senatori dem scissionisti, tra cui Filippo Bubbico, Miguel Gotor, Doris Lomoro (forse capogruppo), Federico Fornaro, Maurizo Migliavacca, Carlo Pegorer, Lucrezia Ricchiuti, Maria Gatti, Lodovico Sonego, Paolo Corsini, Nerina Dirindin, Felice Casson, Cecilia Guerra.
Massimo Mucchetti, Luigi Manconi, Walter Tocci dissidenti nelle file dem, hanno deciso di restare nel partito. «Non è questa la mossa utile per battere Renzi», spiega Mucchetti. Manconi, però, guarda al movimento di Pisapia.
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La sfida di Corbyn “Contro il populismo progressisti uniti per cambiare la Brexit”
Il leader laburista promette: “Lotteremo per il diritto dei residenti europei a restare qui”ENRICO FRANCESCHINI Rep 24 2 2017
«Vinceremo con i social network». Detto dal leader 67enne che è accusato di riportare il Labour al socialismo di ieri può sembrare un paradosso: eppure Jeremy Corbyn parla sul serio. Nonostante i sondaggi gli assegnino un distacco di 15 punti nei confronti della premier conservatrice Theresa May, a dispetto di contestazioni interne (respinte vincendo due volte le primarie) e difficoltà del presente (rischia di perdere due seggi nelle suppletive di questa settimana), colui che era considerato la “primula rossa” della sinistra britannica guarda al futuro con ottimismo. Promettendo di evitare il peggio della Brexit, capovolgere l’ondata populista e unire i progressisti in nome dei comuni valori. Come together, uniamoci, conclude nel suo ufficio affacciato al Tamigi, di fianco al Parlamento di Westminster. Solo dopo si rende conto che è una citazione dei Beatles. «Peccato», soggiunge, «che sia la loro ultima canzone».
Onorevole Corbyn, quando di recente la Camera dei Comuni ha approvato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona che dà il via ai negoziati per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europa, lei ha commentato: «La lotta alla Brexit comincia adesso». Cosa intende?
«Che lotteremo per i diritti dei residenti europei di restare qui, per buone relazioni commerciali con la Ue, per mantenere le leggi per l’ambiente e impedire quello che minaccia la May in caso di mancato accordo con Bruxelles, la trasformazione di questo paese in un paradiso fiscale».
La premier scozzese Nicola Sturgeon commenta che è poco e tardi accusandola di non essersi opposto abbastanza alla Brexit nella campagna per il referendum.
«Mi sembra ingiusto. Ho attraversato in treno questo paese per l’equivalente di un viaggio da New York a San Francisco facendo campagna per restare nella Ue. Anche se la mia posizione era ‘rimanere e riformare’, perché non tutto mi va bene dell’Europa, troppa deregulation e privatizzazioni ».
Perché ha ordinato ai suoi deputati di votare per l’articolo 50, anziché concedere libertà di voto?
«Perché il Labour vive un dilemma. Da un lato il 75% dei nostri iscritti, dei nostri elettori e la stragrande maggioranza dei deputati hanno votato per restare nella Ue. Dall’altro due terzi dei nostri parlamentari rappresentano regioni in cui ha prevalso la Brexit. La mia posizione è che è necessario accettare il risultato di un referendum nazionale, ma fare tutto il possibile per porvi condizioni che lo rendano una scelta migliore».
Se la Camera dei Lord, dove i conservatori non hanno la maggioranza, approverà emendamenti alla Brexit, cosa farete quando la risoluzione tornerà ai Comuni?
«Li appoggeremo, in particolare su due punti: un voto parlamentare autentico sull’accordo finale di uscita dalla Ue; e la garanzia ai 3 milioni di europei residenti in Gran Bretagna del diritto incondizionato a restarci».
L’immigrazione nel Regno Unito è troppo alta?
«Non ne faccio questione di numeri. E ribadisco che senza il contributo degli immigrati europei il nostro sistema sanitario pubblico e le nostre scuole non funzionerebbero ».
Eppure ha dichiarato che accetta il principio di controlli all’immigrazione.
«Mi riferisco al fenomeno dei lavoratori stranieri, reclutati in paesi dell’Europa orientale, per impiegarli con contratti a termini e bassa paga nelle costruzioni e nell’agricoltura. Non sono per i controlli all’immigrazione, ma per i controlli allo sfruttamento».
La Brexit ha portato a un aumento della xenofobia?
«Non c’è dubbio. Il nostro messaggio è che l’Ukip, il partito populista che più attacca gli immigrati stranieri, sa soltanto scaricare la colpa su capri espiatori che non c’entrano niente».
Di chi è la colpa del disagio che ha prodotto la Brexit?
«Della crescente ineguaglianza. Dei bassi salari: 6 milioni di britannici vivono con meno del reddito minimo. E dei tagli fiscali che avvantaggiano i ricchi».
Dalla Brexit a Trump, come fermare il populismo?
«Gli americani che hanno votato Trump si renderanno presto conto dell’ipocrisia delle sue promesse di aiutare i poveri. Certo, bisogna allarmarsi per l’ascesa della destra in Europa. Ma in Occidente c’è anche l’ascesa di una nuova sinistra che lotta contro la soluzione data alla grande recessione del 2008, consistita nel salvare le banche facendo pagare il prezzo della crisi alla gente».
Una sinistra che, nel caso del Labour, arranca nei sondaggi.
Pensa ancora di poter vincere le elezioni?
«Sì, le vinceremo. Abbiamo un forte sostegno tra coloro che prendono informazioni dai social network, andiamo meno bene tra chi riceve le news dai giornali. Il futuro è con noi. Il nostro messaggio in difesa della sanità pubblica, del welfare, dei lavoratori, sarà premiato».
Si appresta a riunirsi a Londra con l’Internazionale Socialista, ma la sinistra europea è sempre più divisa. In Italia il Pd ha appena consumato una scissione.
«Davvero? Non posso crederci. Dobbiamo e possiamo unirci nel nome della giustizia sociale, della lotta al razzismo, del diritto al lavoro per i giovani, della difesa dei diritti umani. Sono tanti i valori che ci tengono uniti. Alla sinistra di tutto il mondo dico, come together!, uniamoci».
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Un porta a porta contro i vecchi notabili la sinistra riparte nel nome di Sanders
La strategia dei Democratici che domani ad Atlanta scelgono il presidente del partitoFEDERICO RAMPINI Rep 24 2 2017
«I giornali sono l’opposizione ». L’accusa di Donald Trump si può leggere a rovescio: dov’è l’opposizione politica, che fa il partito democratico? È ancora sotto shock come un pugile suonato? Si accontenta di occupare le piazze? Rincorre giorno per giorno i tweet presidenziali o i suoi ordini esecutivi, lasciando così che sia lui a dettare l’agenda? La loro risposta i democratici la danno domani ad Atlanta, al raduno dei 447 delegati nazionali per designare il nuovo presidente del partito. Intanto alla periferia è in corso la rivincita di Bernie Sanders: contea per contea. Emulando il metodo vincente che fu del Tea Party a destra, l’ala sinistra dei dem con organizzazioni capillari come Move.On sta mobilitando la base per fare fuori i vecchi notabili uno alla volta, e conquistare posizioni in tutte le cariche elettive, cittadina per cittadina, quartiere per quartiere, dai consiglieri comunali ai deputati nelle assemble legislative dei singoli Stati. È una lotta che ha un calendario e un traguardo: nel novembre 2018 si vota in tutta l’America per le legislative di mid-term, in palio c’è l’intera Camera e un terzo del Senato. Può essere l’occasione per strappare ai repubblicani almeno uno dei due rami del Congresso, e da quel momento in poi rendere la vita dura a Trump. Ma bisogna prepararsi fin d’ora, avere i candidati giusti, i messaggi convincenti, una strategia positiva. Non basta sognare l’impeachment, denunciare rischi di deriva autoritaria. Una campagna tutta negativa, un referendum su Trump, può finire con una brutta sorpresa come l’8 novembre 2016.
Intanto lui “gioca” coi democratici come ha sempre fatto. Proprio alla vigilia del loro raduno nazionale gli ha lanciato addosso la questione transgender. Ha cancellato un’altra delle riforme di Barack Obama: la possibilità per gli studenti transgender nelle scuole pubbliche di scegliersi il bagno che vogliono, in corrispondenza con quella che sentono essere la propria identità sessuale. È un tema che già agitò la campagna elettorale nel 2016. Per la destra religiosa è un’altra discesa verso gli inferi, verso Sodoma e Gomorra, dopo i matrimoni gay. Hillary Clinton sostenne la decisione di Obama come una scelta di civiltà. Trump non ha principi né valori in questo campo, sui matrimoni gay in passato è stato favorevole (anche per l’influenza della figlia Ivanka). Il suo è un cinico calcolo di aritmetica elettorale. La destra religiosa, a cominciare dagli evangelici e cristiani rinati, è un esercito disciplinato che vota compatto, e lo ha sostenuto. La sinistra che si infiamma e si mobilita sui transgender, rischia di apparire di nuovo come il partito di tutte le minoranze, regalando ai repubblicani la maggioranza silenziosa dei bianchi.
La battaglia per la presidenza del partito democratico è un passaggio importante anche se questa carica non è potente come quella di un segretario di partito europeo. Il chair del Democratic National Committe però ha una funzione organizzativa cruciale, tira le fila della macchina elettorale e si è visto come nel 2016 questo abbia dato un vantaggio a Hillary: le email di WikiLeaks rivelarono le manovre della ex-chair Debbie Wassermann per boicottare Sanders. In più, nell’attesa che comincino a emergere dei presidenziabili per il 2020, il o la presidente del partito diventerà un volto familiare nei talkshow televisivi, un portavoce dell’opposizione. Otto candidati si affrontano domani ad Atlanta, e due sono i favoriti: Tom Perez ex ministro del Lavoro; Keith Ellison deputato del Minnesota. Perez ha ereditato l’appoggio delle stesse constituency che sostenevano Hillary. Ellison invece si pone nella continuità con Sanders, e con la battagliera Elizabeth Warren. Un outsider è Pete Buttigieg, sindaco di South Bend nell’Indiana, appoggiato dall’ex presidente del partito Howard Dean. Ellison in un dibattito alla Cnn mercoledì sera ha sostenuto una linea dura, ha detto che «la questione dell’impeachment è legittima, Trump ha già violato la Costituzione, dobbiamo impedire che usi la presidenza a fini di arricchimento personale». Buttigieg ha denunciato però il rischio di farsi risucchiare in un ruolo di puro contrasto a Trump. «Lui — ha detto Buttigieg — è come un virus informatico che ha contaminato il sistema politico. Dobbiamo combatterlo. Ma guai se riuscirà a dominare la nostra immaginazione ».
Intanto si riaffaccia Obama: ha diffuso una email a tutti i suoi simpatizzanti, perché accettino di far parte dell’indirizzario della sua nuova Ong. Sta aprendo un ufficio a Washington, altri verranno presto a New York e Chicago. Non farà politica gettandosi nella mischia quotidiana. Ma molti andranno a cercarlo, per chiedere consigli a colui che conquistò due volte la Casa Bianca.
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L'uomo alla Casa Bianca degli eurasiatisti italiani "oltre destra e sinistra" prepara la pace nel mondo


Trump: «Supremazia atomica» Mosca: «Nuova guerra fredda» 
La Casa Sbianca. E sui militari: «Più risorse al nostro esercito: credo nella pace attraverso la forza» 
Simone Pieranni Manifesto 25.2.2017, 23:59 
Gli americani la chiamano «nuclear football» o «il biscotto»: si tratta della borsa nera – agganciata perennemente alla mano di un militare che accompagna in ogni luogo il numero uno di Washington – che contiene i codici per lanciare un attacco nucleare. Poco prima dell’elezione di Donald Trump lo stesso Obama aveva chiesto agli elettori se fossero sicuri di voler lasciare questo potere nelle mani del tycoon di New York. In molti avevano sbeffeggiato Obama e chiunque giudicasse Trump un pericolo, perché in fondo, veniva detto, le parole di Donald riguardo la Russia e l’ipotetica amicizia con Mosca sembravano portare a una politica estera meno traumatica di quella messa in atto da Obama e la sua amministrazione. 
IL PROBLEMA È CHE TRUMP non è solo imprevedibile, ma è anche intimamente connesso a tutto quel mondo che dice di voler combattere: non sorprende dunque che nel corso di due interventi, un’intervista con la Reuters e un discorso alla «Conferenza annuale di azione politica dei conservatori» Trump abbia detto nell’ordine: che gli Stati uniti devono aumentare il proprio potenziale nucleare e che analogamente gli Usa devono rendere più forte, il più forte di tutti naturalmente, il proprio esercito. Perché, ha specificato Trump, «io credo nella pace ottenuta con la forza». Reazioni molto negative sono subito arrivate da Mosca. 
E di sicuro il Cremlino ha da tempo capito l’andazzo: Donald Trump anziché agire diplomaticamente per un mondo pacifico e relazioni paritarie e cordiali, ha chiaramente come obiettivo quello di puntare i suoi «nemici», primi fra tutti l’Iran. E un passaggio intermedio non può che essere quello di «testare» la Russia. Non a caso nei giorni scorsi il presidente ucraino Petro Poroshenko, acerrimo nemico di Putin, si è detto soddisfatto del «ponte» che si starebbe costruendo con gli Usa. Trump dunque non si smentisce e conferma quanto incarna: una volontà dominante da parte degli Usa in campo internazionale, benché da realizzare in modo differente rispetto al passato, con altre priorità, dipendenti dal gruppo di potere che Trump rappresenta (l’establishment uscito a pezzi dai processi globali). 
SUL NUCLEARE, l’intervista di Trump alla Reuters ha presto fatto il giro del mondo. Il capo della Casa bianca, nonostante avesse detto in precedenza di voler ridurre, con un patto con la Russia, gli arsenali atomici, ha spiegato che mantenere gli Usa al «top of the pack», nella posizione più forte, «è una necessità: sono il primo – ha spiegato – che non vorrebbe vedere nessuno, dico nessuno, con la bomba nucleare, ma non rimarremo mai indietro rispetto a un altro paese, anche se si tratta di un paese amico». Questo perché «sarebbe fantastico, sarebbe un sogno che nessun paese avesse le nucleari, ma se invece le hanno, allora noi saremo i più forti». 
NON È LA PRIMA VOLTA che Trump si addentra in questo tipo di argomenti: lo scorso dicembre, appena eletto, commentando una dichiarazione del collega russo Vladimir Putin sul rafforzamento delle capacità nucleari, Trump disse che gli Usa «devono rafforzare fortemente ed espandere la propria capacità nucleare fino a quando il mondo non rinsavirà riguardo l’arma atomica». 
Gli Usa hanno firmato il trattato di non proliferazione atomica nel 1970: oggi ci sono almeno 15mila testate intatte al mondo, anche se solo circa 3.500 sarebbero schierate. Secondo Bbc, tra attive e inattive, gli Usa avrebbero in dotazione 6.500 armi atomiche, la Russia 7.000. 
E PROPRIO MOSCA ha reagito con grande veemenza alle dichiarazioni di Donald Trump: il deputato russo Leonid Slutsky, presidente della commissione esteri della Duma ha specificato che 
«Le dichiarazioni di Trump sono motivo di preoccupazione – ha detto Slutsky, citato dal sito Sputnik – se Washington vuole veramente la superiorità in campo nucleare, ci sarà un inevitabile peggioramento della corsa agli armamenti e il mondo tornerà alla guerra fredda». Slutsky ha insistito sulla necessità di mantenere «il principio della parità nucleare», aggiungendo di sperare «che tutto ciò rimanga a livello di retorica e notizie stampa, senza influenzare veri progressi su questa questione a Washington». Slutsky ha poi sollecitato la ripresa al più presto dei colloqui sul futuro del trattato Start-3 per la riduzione delle armi nucleari, firmato da Russia e Stati uniti nel 2010. A questo proposito secondo il presidente statunitense, lo «Start-3» è un «altro cattivo affare in cui è entrato il paese». 
L’accordo prevede la riduzione dei vettori strategici su entrambi i lati fino a 700 unità e 1.550 testate nucleari. Entrato in vigore nel 2011 dovrebbe essere rinnovato nel 2021.
Non solo la riforma sanitaria, puntata fin da subito, da Donald Trump. Il presidente sta smantellando tutto il corollario di «diritti civili» che Obama aveva provato a realizzare durante i suoi due mandati: nei giorni scorsi la Casa bianca ha annunciato la fine dei diritti transgender dell’era Obama: cancellate le linee guida antidiscriminazione per proteggere gli studenti transgender. 
Ieri inoltre è arrivata la notizia sulle carceri private: ritirato l’ordine di ridurre gradualmente il numero di contratti con gli operatori privati di carceri, ritenendo che impedisca di soddisfare le esigenze della popolazione carceraria. 
Analogamente l’amministrazione Trump «applicherà con maggiore forza» le leggi federali contro l’uso della marijuana in quegli stati che l’hanno legalizzato.
ALL’INTERNO È GUERRA AI MEDIA: dopo averli definiti in mattinata «nemici del popolo perché non hanno fonti», Trump ha bandito dalla conferenza stampa con il portavoce Spicer alla Casa bianca i giornalisti di Cnn, New York Times, Los Angeles Times e Politico. Immediata la levata di scudi: per solidarietà Ap e Time non hanno partecipato all’incontro con Spicer.

Il fantasma di Reagan sulla Casa Bianca “Ecco la vera America” 
Donald dice di ispirarsi al suo predecessore: ma con le scelte in tema di nucleare e stampa si spinge oltre il modello
FEDERICO  RAMPINI Rep 25 2 2017
Vuol essere il nuovo Ronald Reagan. Si spinge ben oltre il modello originale. Donald Trump presenta la sua Dottrina – la destra come Partito dei Lavoratori, il riarmo a oltranza, il nazionalismo avverso al mondo intero – nel giorno stesso in cui la Casa Bianca caccia i giornalisti sgraditi. E’ un’aggressione mai vista in questa Repubblica del Primo Emendamento: che eleva la stampa a Quarto Potere, con libertà quasi totale e responsabilità di controllo sul sistema politico. Via dalla Casa Bianca quella
Cnn che si fece le ossa a Piazza Tienanmen, quando il sogno democratico degli studenti cinesi fu raffigurato con una Statua della Libertà eretta davanti alla Città Proibita. Via dalla sala stampa il New York Times, il Los Angeles Times, Politico. com, Buzzfeed, grandi giornali e nuovi siti online, tutti puniti per avere osato pubblicare nuove rivelazioni sulla Russian-connection, fughe di notizie sullo scontro ai massimi livelli tra il presidente e l’Fbi. La conferenza stampa quotidiana – un atto dovuto per la trasparenza dell’esecutivo, un rito sacro della democrazia americana – diventa il luogo di un arbitrio, la scelta dei giornalisti “buoni”, la cacciata di quelli che non si piegano. C’è anche qui un tentativo di “rifare Reagan”, perché il padre della rivoluzione conservatrice fustigava anche lui i giornalisti liberal, già lui parlava “direttamente” al popolo americano (la sua padronanza della tv sostituiva il ruolo di Twitter per Trump), e voleva bucare la “bolla liberal di Washington” della quale secondo lui i giornalisti erano parte. La maggioranza silenziosa lo riveriva, lui la nutriva della sua “verità alternativa”.
Che il modello ideale sia Reagan, è lo stesso Trump a teorizzarlo, citando spesso il suo presidente favorito. I suoi collaboratori avevano scaldato la platea del Cpac (importante raduno annuo degli ultra- conservatori) preannunciando proprio un discorso “reaganiano”. In parte c’è stato davvero.
L’avvento dell’ex governatore della California alla Casa Bianca nel 1981 fu una svolta storica, spostò in modo durevole i rapporti di forze (l’America dovette aspettare 12 anni prima di rivedere un presidente democratico), impresse un’egemonia culturale neoliberista che per certi versi domina tuttora. Trump parte da una base di consenso molto più ridotta ma ha spiegato ieri come consolidarla: facendo della sua destra populista il Partito dei Lavoratori, cementando in modo stabile la fedeltà dell’elettorato operaio, di tutta quella middle class bianca che ritiene di avere finalmente trovato il suo difensore. E’ un’operazione che iniziò proprio negli anni Ottanta quando apparve il fenomeno dei “Reagan democrats”, operai di sinistra che improvvisamente si riconoscevano nel vecchio cowboy, nella sua Bibbia, nelle sue armi, nel linguaggio duro contro l’Unione sovietica di allora, l’Impero del Male. Dove Trump lo segue, o lo scimmiotta, è nel riproporre una logica da Guerra fredda: promette un riarmo senza precedenti, vuole che la superiorità militare americana (già oggi incontestata) diventi soverchiante più che mai. E se agli altri Paesi – alleati inclusi – questo non sta bene, peggio per loro. Non sono stato eletto come presidente mondiale, io rispondo solo a voi americani, ha detto chiaro e tondo.
E qui cominciano ad apparire le differenze con Reagan. Non c’è più in Trump neppure la finzione di un’egemonia neoimperiale basata su un sistema di valori. Da Woodrow Wilson a Franklin Roosevelt, da John Kennedy a Reagan fino a Obama, pur fra mille contraddizioni c’era lo sforzo di basare una leadership planetaria degli Stati Uniti non sulla pura forza militare ma anche su valori condivisi, comunanza d’interessi almeno in campo occidentale, almeno con gli alleati. Trump va fino in fondo nella sua logica del neo-nazionalismo: straccia il libero scambio, le frontiere aperte, cui invece Reagan era attaccato. E’ convinto che il trinomio fra protezionismo commerciale, boom della spesa bellica, chiusura all’immigrazione, possa cementare a lungo la fedeltà dei lavoratori bianchi verso di lui. E’ una dottrina troppo semplificata. Dovrà fare i conti con le resistenze internazionali non appena passerà dalle parole agli atti: la Cina prima ancora della Russia. Dovrà per forza incrociare nel corso della sua presidenza qualche turbolenza economica, alla quale non sembra preparato. E soprattutto tradisce un handicap rispetto al suo modello ideale. Reagan era convinto della sua capacità di persuasione, perciò non aveva bisogno di mettere il bavaglio a tv e giornali. Cercò di incantarli, ipnotizzarli, addomesticarli; quando il gioco non gli riusciva, passava ai lazzi e ai rimbrotti. Però era convinto che la libertà fosse una forza dell’America, non un fastidioso privilegio da estirpare.
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Archeologia della rivoluzione passiva: ripubblicate le Tesi della Sapienza

Locandina dell'iniziativa

Oggi,a cinquanta anni di distanza, l’università di Pisa ricorda il documento che ha anticipato la rivolta
Rep


Le Tesi della Sapienza, 50 anni dopo 
MEMORIA. A cinquant'anni dalle Tesi della Sapienza, come si misura il disssenso nel presente 

Alessandro Santagata Manifesto 24.2.2017, 18:48 
La rivolta di Berkeley del settembre 1964 viene comunemente indicata come l’evento alle origini della contestazione studentesca. A Pisa però ci tengono a ricordare che la prima occupazione della Sapienza era avvenuta nel febbraio dello stesso anno in coda a una mobilitazione iniziata alla Scuola Normale nel novembre 1963. Due giovani protagonisti del movimento, Gian Mario Cazzaniga e Adriano Sofri, si erano già distinti l’anno precedente in una vivace polemica con Togliatti ospite per una conferenza in Normale. È in questo clima che nella seconda occupazione del febbraio 1967, più lunga e decisamente più conflittuale, vedono la luce le «Tesi della Sapienza» che Rossana Rossanda definirà come «il più complessivo e persuasivo dei tentativi teorici del movimento studentesco»; un testo chiave per comprendere il ’68 italiano e di cui nelle scorse settimane è stato «celebrato» il cinquantenario. 
A riprova di quanto i tempi dello scontro siano lontani, è stata la stessa Università di Pisa a decidere di ripubblicare in un agile libretto le «Le Tesi» all’epoca edite sulla rivista Il Mulino e rapidamente diffuse in tutta Italia.
L’occupazione, messa in atto il 6 febbraio da circa settanta studenti, non coinvolge infatti solamente i pisani dell’Ugi (Unione goliardica italiana), contro il parere dell’Oriup (l’organismo rappresentativo degli studenti), ma anche i rappresentanti degli organismi studenteschi confluiti a Pisa per contestare la riunione della conferenza dei rettori. Siamo nei mesi in cui si discute il «Piano Gui» che rivede gli assetti universitari proponendo l’istituzione dei dipartimenti, prevedendo tre livelli di titoli di studio e facendo profilare un aumento delle tasse universitarie. 
A Pisa come altrove soffia il vento della cultura operaista, di cui è un autorevole esponente locale Luciano Della Mea, redattore dei «Quaderni rossi» insieme a Raniero Panzieri. Non mancano poi spinte eterodosse che vengono dalla cattolica Intesa universitaria. In questo clima le «Tesi» sono il documento che mette nero su bianco la discontinuità; una posizione radicale respinta al successivo congresso nazionale dell’Ugi di Rimini, ma che nel giro di pochi mesi contagerà il sistema universitario. Pisa 1967 vuole essere un momento costituente e sembrano intuirlo anche i fascisti del Fuan che assediano la sede dell’Ateneo. L’occupazione verrà sgomberata dalla polizia la notte del 10 febbraio dopo che il rettore Alessandro Faedo ha autorizzato l’irruzione delle forze dell’ordine. Le «Tesi» rimangono però e diventano per il movimento il testo guida di una rifondazione dell’iniziativa studentesca. 
Venendo ai contenuti, il «Progetto di tesi del sindacato studentesco» è portatore di una visione di classe della società e intende «rivendicare il controllo degli studenti sulla propria formazione in base all’analisi dello sviluppo capitalistico». I teorici della Sapienza si propongono di mettere a fuoco la «figura sociale dello studente inteso come forza-lavoro in fase di qualificazione» e chiedono il salario – in contrapposizione all’assistenzialismo statale – come riconoscimento della produzione di plusvalore. 
La rappresentanza attraverso i «parlamentini» viene sostanzialmente rifiutata: «tutti gli studenti che non si confrontano con la teoria e con la pratica del movimento sono estranei a esso». La controparte dentro l’università è identificata nell’intero sistema gerarchico, considerato l’«espressione mediata del piano organico del Capitale».
Sul lungo termine, infine, la validità del percorso teorico andrà verificata nelle lotte operaie, in connessione con gli studenti medi e con i movimenti globali antimperialisti. Lette oggi le «Tesi» scontano davvero il peso della loro età. Eppure vale la pena chiedersi quanto ci sia ancora di attuale in alcune affermazioni quali il «rifiuto del nozionismo e della verticalità della didattica», del classismo del sistema educativo e della «separazione netta fra l’università e il resto della città». Da allora il sistema è molto cambiato certo, ma bisognerebbe riflettere sulla direzione che ha preso questo cambiamento, tra la decadenza dell’università pubblica, l’inutile propaganda dell’eccellenza e l’affermazione di alcuni poli per pochi privilegiati.

100 anni dal "telegramma Zimmermann" e dall'inizio della fase europea del Secolo Americano



Storia. U-Boot, così gli Usa vanno in guerra
Oltre al “telegramma Zimmermann” fu la battaglia sottomarina tedesca nell'Oceano Atlantico a spingere verso l’intervento americano nel 1917Avvenire Vincenzo Grienti giovedì 23 febbraio 2017

Papato e impero in Italia tra 500 e 600

Libro Aspettando l'imperatore. Principi italiani tra il papa e Carlo V Elena Bonora
Elena Bonora: Aspettando l'imperatore. Principi italiani tra il papa e Carlo V, Einaudi

Risvolto
La notte del 18 settembre 1549 il cardinale di Ravenna Benedetto Accolti muore di un colpo apoplettico a Palazzo Medici. Poco dopo, messi e staffette s'incrociano, portando non solo la notizia della scomparsa del porporato, ma anche allarmate missive che riguardano il destino delle sue carte. Due cardinali (Ercole Gonzaga e Giovanni Salviati) e due principi (Cosimo de' Medici ed Ercole II d'Este) sono terrorizzati all'idea che la corrispondenza dell'Accolti finisca nelle mani sbagliate. Le informazioni, le decisioni e i progetti che trovano espressione in questo carteggio avvolto dal segreto possono contare su risorse finanziarie ingenti, su protezioni di altissimo livello, su vaste reti di fedeltà cortigiane, su alleanze dinastiche e matrimoniali. Parlano del papa e dell'imperatore e della lotta tra i due giganti: contengono un intero mondo. A partire da questa preziosa corrispondenza, sino a oggi ignota agli studiosi della crisi religiosa e politica cinquecentesca italiana, Elena Bonora ricostruisce magistralmente l'Italia di Carlo V, riportando alla luce l'intricata rete filoimperiale che collegava tra loro le corti più influenti della penisola e il suo fallimento finale.

Il figlio di Gheddafi non si è ancora suicidato


Califano e Pezzali erano del Missi, che culo! La Storia Illustrata e il folclorismo rancoroso incorregibile della "cultura" di destra



Un'edizione aggiornata per la biografia del Che di Taibo


Senza perdere la tenerezzaIl fascino discreto della biografia il Messaggero, 21 gennaio 2017

Le vere icone non muoiono mai 

Che Guevara. La monumentale biografia dedicata al rivoluzionario da Paco Ignacio Taibo II: «Senza perdere la tenerezza» torna, rivista e aggiornata, per Il Saggiatore, a cinquant'anni dalla sua morte in Bolivia 

Aldo Garzia Manifesto 24.2.2017, 22:31 
I lettori dello spagnolo/messicano Paco Ignacio Taibo II conoscono e apprezzano la sua scrittura scoppiettante e da giallista affermato con cui ha conquistato fama internazionale. C’è anche un Taibo narratore di personaggi e storico. Sua è una biografia di Pancho Villa (Tropea, 2006) e sua è la monumentale biografia di Ernesto Guevara pubblicata nel 1996, che ora ritorna, rivista e aggiornata, in occasione dei cinquant’anni dalla uccisione del Che in Bolivia nel novembre 1967: Senza perdere la tenerezza (Il Saggiatore, pp. 1.116, euro 26). 
IL RAPPORTO tra Taibo e Guevara ha un antefatto curioso. Nel 1994 uscì un suo libro con il titolo L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte (Newton Compton), in cui per la prima volta si faceva chiarezza su un passaggio della biografia guevariana relativo al 1965, data che precede la decisione della spedizione guerrigliera in Bolivia. Taibo, a cui per la prima volta vennero aperti gli archivi cubani (lui disse di aver potuto consultare solo per poche ore alcuni documenti riservati), fu il primo a scrivere di una missione internazionalista in Africa, specificamente in Congo, coordinata da Guevara proprio nel 1965. In seguito, si apprese dell’esistenza di un diario africano, che Guevara visse a Praga dopo l’Africa e poi fece ritorno in incognito a Cuba per addestrare il gruppo di guerriglieri che lo avrebbe accompagnato in Bolivia. Una consegna del silenzio e di riservatezza aveva circondato le vicende di Guevara dal 1964 – quando non comparirà più a Cuba – fino alla morte nel 1967. 
DI UNA NUOVA EDIZIONE di questa biografia scritta da Taibo c’era indubbiamente necessità. Negli ultimi vent’anni il dibattito e la ricerca intorno al Che sono proseguiti incessantemente, come ricorda lo stesso autore nella sua nota introduttiva. Cuba ha fornito nuovi particolari biografici su quello che la storiografia ufficiale dell’isola definisce il «guerrigliero eroico».
Fidel Castro ha dato, inoltre, il nulla osta perché fossero pubblicati per la prima volta gli scritti di Guevara rimasti inconclusi e inediti, in particolare gli appunti filosofici e quelli di economia politica che rappresentano il lavoro più maturo della sua produzione teorica e quelli più polemici verso la modellistica sociale ed economica del «socialismo reale» di Mosca e dei paesi dell’Est.
Altri documenti parzialmente inediti sono stati pubblicati relativi al dibattito economico che divampò a L’Avana nei primi anni Sessanta e che vide il Che, pur nella sua carica di ministro dell’Industria, andare in minoranza sull’idea del progressivo abbandono della monocultura della canna da zucchero e di una rapida industrializzazione dell’isola per renderla il più possibile indipendente. Oggi, a differenza di due decenni fa, di Guevara sappiamo quasi tutto e gli inediti – se ce ne sono ancora – non sono fondamentali per un giudizio definitivo sulla sua personalità. 

INTANTO – ricorda Taibo nella sua minuziosa ricostruzione biografica – non muore il mito Guevara. La sua icona ha tutti gli ingredienti per resistere al logorio del tempo: l’assassinio in Bolivia a 39 anni, l’abbandono dell’Avana quando era al culmine delle gratificazioni come leader della rivoluzione, la coerenza tra il dire e il fare portata alle estreme conseguenze (come annotava Eduardo Galeano), il volto bello e giovane ritratto in decine di fotografie (in particolare in quella di Alberto Korda che lo raffigura con basco e sguardo rivolto all’orizzonte), l’impossibilità di invecchiare sia nel fisico sia nelle idee, un viaggio giovanile in alcuni paesi latinoamericani a bordo di una moto come farebbe un ragazzo degli anni 2000, la laurea in medicina per rendersi socialmente utile. Grazie a questi ingredienti, Guevara è diventato uno dei riferimenti del 1968 e poi dei movimenti di rivolta successivi, fino a quello recente «no global».
È l’unico mito rivoluzionario che resiste sia in Europa sia in America Latina, dove dell’iconografia comunista non sono sopravvissuti né Lenin né Mao né Trotzsky e neppure Rosa Luxemburg. Per le nuove generazioni, anche se non hanno mai letto i suoi scritti e conoscono ben poco di lui, il Che resta sinonimo di ribellione al potere e di indissolubile rapporto coerente tra etica e politica. 

QUELLO CHE PIACE nella lettura delle oltre mille pagine della biografia scritta da Taibo è il rifuggire da facili cliché per sgombrare il campo da interpretazioni un po’ agiografiche o semplicistiche. L’idea che Guevara sia una sorta di moderno Don Chisciotte guerrigliero non gli rende onore. Il Che non è stato soltanto uomo d’azione, ma anche statista (troppo spesso resta in ombra l’esperienza di ministro dal 1961 al 1963, anni decisivi nella transizione cubana) e autore di alcuni libri fondamentali sulla rivoluzione dei barbudos. Un altro errore – si evince dalla lettura di Taibo – è considerare il pensiero politico di Guevara come un nucleo teorico a tutto tondo, un marxismo libertario e umanista da contrapporre al marxismo autoritario ed economicista. 

La sua biografia intellettuale è, invece, empiricamente caratterizzata da scelte che avvengono sulla scorta di esperienze, incontri, letture e maturazione politica indotta dall’esperienza a L’Avana. Il Che, all’inizio della sua avventura cubana, era un marxista dottrinario che guardava con favore alle esperienze del «socialismo reale». Poi matura progressivamente un distacco da quei modelli. Ci sono perciò nei suoi scritti intuizioni e spunti critici, non ancora una teoria alternativa al socialismo di Stato. La vita di Guevara si spezza per giunta mentre la sua riflessione è in evoluzione e non ha ancora preso la forma compiuta di un’alternativa al modello sovietico. In soli undici anni, da quando parte nel 1956 con Fidel Castro dal Messico alla volta di Cuba fino alla decisione di guidare la guerriglia in Bolivia, il Che condensa una serie straordinaria di esperienze e riflessioni politiche che lo trasformano in un personaggio assolutamente singolare. 
Taibo rifugge pure dal cliché della «rottura» politica tra Castro e Guevara. Preferisce far parlare documenti e testimonianze sulla doccia fredda arrivata nel 1963, quando il Che sferra un attacco ai primi segnali di burocratismo e cerca di modificare il sistema di pianificazione. In quel cruciale 1963 si era aperto lo scontro al vertice del governo cubano a cui contribuiscono due economisti europei, presenti a L’Avana come consulenti: Ernest Mandel e Charles Bettelheim. Il primo sostiene le posizioni di Guevara, il secondo è d’accordo con quanti chiedono una rapida correzione di rotta per tornare al primato dell’agricoltura.
La sterzata finale arriva quando un documento del Consiglio dei ministri ufficializza che l’agricoltura e la canna da zucchero devono tornare il fulcro dell’economia dell’isola. Il Ministero dell’industria, di conseguenza, perde il controllo delle attività produttive. È in quel passaggio che Guevara matura la decisione definitiva di lasciare L’Avana su cui stava meditando da tempo. Taibo riporta una confidenza del Che fatta a un suo collaboratore già nel 1961: «Restiamo qui per cinque anni e poi ce ne andiamo. Anche più vecchi di cinque anni, potremo ancora fare una guerriglia». Poi verranno le missioni sfortunate in Africa e Bolivia, che Taibo ricostruisce puntigliosamente. 
LA MORTE DI GUEVARA chiuderà un’epoca della rivoluzione cubana e della storia dell’America Latina. Cuba ripiega. Sfuma l’obiettivo guevariano di estendere la rivoluzione in altri paesi del continente (dove prevarranno spietate dittature militari) e di sottrarsi al dilemma o Stati Uniti o Unione sovietica. Implacabili ammonimenti sulle possibili alternative erano già venuti nel 1961 (la tentata invasione a Playa Girón finanziata da Washington) e nel 1962 (la «crisi dei missili», lo scontro Kennedy-Krusciov sull’installazione di ordigni nucleari a Cuba). La rivoluzione cubana in quei frangenti si istituzionalizza e imita, pur mantenendo indubbi margini di autonomia in politica estera e interna, gran parte delle malattie del «socialismo reale», soprattutto nel decennio settanta, definito dagli stessi intellettuali cubani «decade grigia»: burocrazia, inefficienza, partito unico. Solo nel 1987, a vent’anni dalla morte di Guevara, Castro tenterà il recupero delle riflessioni politiche del Che. Il contesto è quello delle riforme della perestrojka avviate da Mikhail Gorbaciov a Mosca. Cuba preferisce cercare altre alternative, scavando nelle origini della propria rivoluzione. Arriverà ben presto però la crisi economica seguita al crollo del «socialismo reale» a rendere più pragmatica la politica dell’Avana giunta con caparbietà e coraggio – non privi di contraddizioni e abbagli – fino al nostro 2017.

venerdì 24 febbraio 2017

Formenti "scomunicato" le canta ai negrieri di tutte le tendenze

Risultati immagini per carlo formentiContro la sinistra globalista
di CARLO FORMENTI  MicroMega Rasoio di Occam
I teorici operaisti italiani di matrice "negriana", che trovano spazio sulle colonne del giornale "Il Manifesto", detestano la sinistra che scommette su quelle lotte popolari che mirano alla riconquista di spazi di autonomia e sovranità, praticando il "delinking". Ma così facendo diventano l'ala sinistra del globalismo capitalistico. 
Correva l’anno 1981 quando il Manifesto recensì il mio primo libro (“Fine del valore d’uso”). Era una stroncatura che non ne impedì il successo e, alla lunga, risultò più imbarazzante per il quotidiano che per l’autore. Quel breve saggio, uscito nella collana Opuscoli marxisti di Feltrinelli, analizzava infatti gli effetti delle tecnologie informatiche sull’organizzazione capitalistica del lavoro e, fra le altre cose, prevedeva – cogliendo con notevole anticipo alcune tendenze di fondo – che la nuova rivoluzione industriale avrebbe drasticamente ridotto il peso delle tute blu nei Paesi occidentali, favorendo i processi di terziarizzazione del lavoro, e avrebbe consentito un massiccio decentramento della produzione industriale nei Paesi del Terzo mondo. Il recensore (di cui non ricordo il nome) liquidò queste tesi come una ridicola profezia sulla fine della classe operaia. Sappiamo com’è andata a finire…
Leggi tutto su MicroMega Rasoio di Occam

Luigi Pestalozza 1928-2017


Radio Popolare

Il Giorno


Addio a Luigi Pestalozza critico musicale e partigiano 
Militante di Giustizia e Libertà, aderì in seguito al Pci Con Abbado e Pollini inventò i concerti per lavoratori 
Sandro Cappelletto Stampa
Studioso e storico della musica, animatore culturale e militante politico: Luigi Pestalozza si è spento ieri mattina a Milano. Aveva appena compiuto 89 anni. 
Aderisce giovanissimo alla Resistenza nelle formazioni di Giustizia e Libertà, e l’esperienza - come racconta in Il gioco e la guerra, edito da Feltrinelli - rimane fondamentale: «Sono appartenuto e apparterrò sempre alla generazione dell’impegno». Presto, l’orizzonte prediletto diventa la musica: fonda nel 1950 la rivista Il Diapason, poi Musica e Realtà, è critico di quotidiani e periodici della sinistra socialista e comunista, dirige per Ricordi la collana «Le sfere», che, tra tanti titoli, pubblica gli Scritti critici di Robert Schumann. Convinto, nella scia del ruolo patriottico avuto dalle opere di Giuseppe Verdi, che la musica debba essere al centro della formazione dell’individuo in senso democratico, aderisce al Partito comunista e diventa responsabile del settore musica del dipartimento Cultura, presieduto allora da Napolitano. 
Esercita un ruolo di indirizzo, prodigandosi per la diffusione in Italia della conoscenza delle avanguardie musicali del Novecento, in particolare di Arnold Schoenberg, di cui cura la versione italiana di Stile e idea (1975), e per l’allargamento del pubblico. È lui a persuadere Claudio Abbado e Maurizio Pollini ad avviare il progetto dei concerti per lavoratori e studenti. «Il suo vissuto rimane importante per ritrovare i valori fondanti del nostro impegno di intellettuali e artisti a rinnovare la società attraverso le diverse espressioni della cultura, esortando le nuove generazioni a non arrendersi alla dittatura del consumo e all’omologazione dominante»: così lo ricorda il compositore Nicola Sani, che a lungo gli è stato vicino. 
Molto intenso, fino agli anni 70, il rapporto con Luigi Nono, dal quale si allontana quando il compositore veneziano verrà attratto, grazie alla frequentazione con Massimo Cacciari, verso altre traiettorie: da Hölderlin a Nietzsche, fino alle soglie di un misticismo angelico. A chi, nel periodo che precede il crollo dell’Urss, gli rimprovera un’eccessiva ortodossia, Pestalozza replica difendendo le tendenze sperimentali che stavano emergendo nei paesi del blocco comunista, dall’Ungheria di Peter Eötvös, alla Cuba di Juan Blanco, alla Russia di Sofia Gubaidulina. È tra i primi a intuire la centralità politica della questione africana, battendosi, senza successo, per un’evoluzione democratica delle nazioni, in particolare la Somalia, uscite dal colonialismo.
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Peter Drinkwater e l'identità italiana



Per l'Amazzonia e per la Pecunia. Miliardari di tutto il mondo, unitevi e parlate con Repubblica, con la sinistra italiana e con Flavia Gasperetti che si sente "élite"






Sono élite e me ne vanto
Ci attaccano. Per le competenze, le idee, il buon governo. Perché siamo politicamente corretti. Basta sentirsi in colpa. Contrattacchiamo. Siamo meglio di loroFlavia Gasperetti pagina99.it

Corriere della Sera


È il giorno di Orlando. Ma «la base» si muove e il Pd perde altri pezzi 

Democrack. Oggi il ministro annuncia la corsa nel più combattivo circolo di Roma Errani dà l’addio al partito, ma resta commissario alla ricostruzione. Emiliano già a muso duro contro i due avversari A giorni l’esordio di piazza della «nuova cosa»

Daniela Preziosi Manifesto 23.2.2017, 23:59 
Sarà il giorno di Andrea Orlando. Stando a un tam tam cresciuto nelle ultime ore, l’occasione sarà questo pomeriggio alle 18 in un incontro al popoloso e combattivo circolo Pd Marconi, quello degli «indomabili» non precisamente renziani. Per il ministro la stretta sui tempi è stata obbligatoria. La commissione congressuale ha ingranato la quarta e per venerdì avrà già pronta la data delle primarie, con ogni probabilità il 9 aprile, e il regolamento. I militanti avranno tempo fino al 28 febbraio per tesserarsi, ma chi non vorrà farlo potrà comunque votare alle primarie, come ricorda in queste ore il candidato Michele Emiliano. Ma soprattutto Orlando deve battere sul tempo l’avvio della scissione degli ex Pd: deve tamponare la vena aperta sul fianco sinistro del partito. Da cui cominciano a uscire non solo i dirigenti di area ex ds – la sua base congressuale di elezione – ma anche militanti e interi circoli. 
Ieri mattina una nuova riunione fra bersaniani e ex Sel ha sancito la road map delle due scissioni parallele e convergenti: venerdì, al massimo sabato la presentazione dei nuovi gruppi. Alla camera siederanno alla sinistra della presidente Boldrini, sopra gli scranni di Sinistra italiana, alla quale resteranno 13-14 deputati. Per reagire allo smacco, c’è chi ipotizza la riunione fra Si, civatiani e ex M5s (che siedono nel misto); ma da Possibile arriva una smentita. 
Quanto al nuovo gruppo, ancora non c’è una decisione sul nome. Al ’dalemiano’ «Uguaglianza e libertà» i bersaniani rilanciano con una sigla che faccia riferimento più diretto al «centrosinistra», per indicare tutto lo spettro politico in cui si vuole pescare consenso. Resta ancora qualche nodo da sciogliere: nel nuovo gruppo le componenti dovranno stringere un gentemen’s agreement sui voti al governo: gli ex Sel hanno alle spalle quattro anni di opposizione, e per cambiare atteggiamento verificheranno se ci sono «fatti nuovi» nell’agenda sociale del premier Gentiloni. 
Anche se con il passare delle ore torna in auge la possibilità di votare presto, anzi prestissimo. L’elezione del nuovo segretario Pd già il 9 aprile autorizza più di un sospetto sulle intenzioni di Renzi: voler precipitare il voto a giugno. L’ex segretario sfrutterebbe il traino della campagna per la gazebata. Non a caso proprio nella direzione della ricerca dell’incidente parlamentare oggi i dem di tutte le parrocchie leggevano le parole del reggente Matteo Orfini sulla Stampa: da dove ha chiesto di fermare le privatizzazioni e di mettere la fiducia sulla legge per lo ius soli. L’iniziativa ha fatto insospettire Forza Italia e imbufalire Ncd. 
L’ipotesi di voto anticipato, smentita dal capogruppo Ettore Rosato («Non è sul tavolo») è considerata verosimile anche dagli scissionisti Pd, che proprio sulla durata del governo avevano chiesto garanzie a Renzi, senza riceverne. La nuova ’cosa’ potrebbe pesarsi subito in una campagna elettorale. «Stiamo ricevendo tantissime telefonate e in molte località, dove si andrà al voto in primavera, in tanti sono pronti a presentare già nuove liste», spiega un bersaniano di rango. Sabato gli ex Sel riuniranno a Roma i dirigenti per mettere subito in moto la macchina della loro base. Altrettanto faranno gli ex Pd la prossima settimana. Ma molti i militanti dem hanno già cominciato a organizzare autonomamente la propria uscita dal partito (dal Nazareno fioccano smentite). E dall’Emilia Romagna arriva una defezione di peso: Vasco Errani annuncerà il suo addio sabato a Ravenna. Manterrà però la carica di commissario alla ricostruzione post-terremoto. Da Palazzo Chigi si fa sapere che «la stima» resta e che nessuno chiederà le sue dimissioni da un incarico ancora ben lontano dall’essere portato a termine. 
La preoccupazione è quella di evitare la sensazione di un’operazione solo di palazzo, spostando i riflettori, quelli che resteranno accesi, sui territori. Fra dieci giorni, al massimo fra due settimane, un evento ’di popolo’ segnerà l’esordio di piazza del nuovo partito-movimento. 
In parlamento però i numeri ancora ballano: sono dati in uscita dai 18 ai 23 deputati, almeno in questo primo scaglione, in testa naturalmente gli ex segretari Bersani e Epifani, l’ex capogruppo Speranza, l’ex responsabile organizzazione Nico Stumpo, l’ex responsabile delle donne dem Roberta Agostini. Restano invece nel Pd il bersanianissimo Andrea Giorgis e forse anche il giovane Enzo Lattuca. Che si siederanno insieme ai 17 ex Sel di Campo progressista più tre deputati provenienti dal misto. Al senato invece gli uscenti sono 12. Lì non ci sono vendoliani in uscita: Uras e Stefano, anche loro vicini a Pisapia non sono mai entrati in Sel e siedono nel misto.


La scissione perde pezzi in Parlamento Molti bersaniani rimangono nel partito 

Ma Errani, commissario al terremoto, abbandona i dem 

Andrea Carugati Stampa
Tre giorni dopo l’annuncio del divorzio in casa Pd, i numeri della scissione continuano a ballare. Nell’ala bersaniana, che dall’Emilia festeggia l’arrivo di Vasco Errani (commissario alla ricostruzione post terremoto), ci sono ancora dubbi, lavori in corso, defezioni. Martedì sera i parlamentari della sinistra si sono riuniti dopo la direzione dem, con alcuni ancora alla ricerca di uno spiraglio per evitare lo strappo. Prima della cena alcuni bersaniani, come il professore torinese Andrea Giorgis, hanno annunciato di voler restare nel Pd: «Per il momento non seguirò i compagni, la vittoria di Renzi al congresso non è affatto scontata», ha detto il deputato che in un primo momento era stato individuato come capogruppo. Con lui dovrebbe restare nel Pd anche la deputata Maria Luisa Gnecchi. In bilico altri parlamentari come Michele Mognato, Andrea Maestri, Paolo Fontanelli ed Enzo Lattuca. «Ci sto ancora pensando, non è una scelta facile», spiega Lattuca. Per tutta la giornata di ieri gli uomini macchina della nuova forza bersaniana, Nico Stumpo, Davide Zoggia e Danilo Leva, hanno lavorato per convincere i dubbiosi, con telefonate e lunghi colloqui nei corridoi della Camera. «Devo parlare con i miei sul territorio», la risposta di molti. Secondo le ultime stime, dalla sinistra dem dovrebbero uscire 18-19 parlamentari; altri 17 lasceranno Sinistra italiana guidati da Arturo Scotto. In totale circa 36-38 deputati che entro domani daranno vita al gruppo dei “Democratici e progressisti”, questo il nome più probabile. 
In Senato l’asticella dovrebbe fermarsi attorno alla dozzina. Non sarà della partita Massimo Mucchetti, uno dei protagonisti delle battaglie di questi anni contro le riforme di Renzi. Anche Walter Tocci, tra i frontman del No al referendum, dovrebbe restare nel Pd, come Luigi Manconi e Silvio Lai, mentre è in uscita Felice Casson. Resta con i dem l’ex civatiani Sergio Lo Giudice. Alla Camera non si muovono, almeno per ora, Rosy Bindi e la fedelissima Margherita Miotto. Barbara Pollastrini si definisce ancora «inquieta» e aggiunge: «Devo riflettere».
Ieri mattina, alla Camera, abbraccio simbolico tra Bersani e Ciccio Ferrara, anche lui ex Pci: le loro strade si erano separate quasi trent’anni fa, al momento della svolta di Occhetto. «Finalmente ci siamo ritrovati». Ma per il nuovo gruppo nasce subito una grana: il rapporto col governo Gentiloni. Chi esce dal Pd intende continuare a sostenere l’esecutivo, mentre gli ex Sel non lo faranno. «Ci sarà una articolazione di posizioni tra di noi, quello che conta di più è la scommessa per un nuovo soggetto della sinistra», spiega Scotto. Ieri prove generali: sulla fiducia al Milleproroghe le due truppe si sono mosse diversamente. Ancora più a sinistra prove di fusione per un nuovo gruppo tra i 14 rimasti in Sinistra italiana con Fratoianni, i civatiani e alcuni ex M5S. L’obiettivo è superare quota 20 deputati.
La macchina del congresso Pd si è avviata già a pieno regime. Tra oggi e domani la commissione incaricata di scrivere le regole terminerà il proprio lavoro, entro il fine settimana una nuova direzione ufficializzerà la data delle primarie. L’obiettivo di Renzi, sostenuto anche da Orfini, è di votare il 9 aprile. Emiliano e Cuperlo spingono per andare più avanti, ma difficilmente si andrà oltre la fine di aprile. Oggi il ministro della Giustizia Andrea Orlando ufficializzerà la sua candidatura a segretario, sostenuto con tutta probabilità anche da Gianni Cuperlo e Cesare Damiano. 
Già in campagna elettorale Michele Emiliano: «Se vinco le primarie dimagrisco di 20 chili, da 120 a 100», ha promesso a Un giorno da pecora su Radio 1 Rai. 
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“Negli Usa cerco idee per battere i populismi e rilanciare la sinistra” 

Renzi a San Francisco: “Dopo il referendum siamo tornati al passato” 

Paolo Mastrolilli Stampa
Sono passate da poco le otto, quando Matteo Renzi torna in albergo dalla sua corsa mattutina: 15 miglia sul lungomare di San Francisco, indossando il colore azzurro dell’Italia. Il cellulare è rovente e continua a squillare senza tregua, ma lui è «sereno e sorridente, lontano ottomila chilometri dalle polemiche». È venuto in California per staccare la spina e «ossigenare il cervello», ma soprattutto per cercare le idee con cui riproporsi alla guida del paese, rispondendo alle ansie della gente che hanno provocato l’ondata populista cominciata in Gran Bretagna con la Brexit, e proseguita negli Usa con Trump. «Il punto di questo viaggio - spiega Renzi, mentre con Marco Carrai va alla Apple per incontrare Tim Cook e Luca Maestri - è politico». 
«Dopo il referendum sembra che si sia tutto bloccato: si torna al proporzionale, si torna alle scissioni, si torna alle esperienze che vengono dal passato. Il che è rispettabile, perché lo avevamo detto che il referendum rappresentava un appuntamento importante e un nodo. Però mentre noi stiamo a discutere da tre mesi di come si fa il congresso del Pd, come si muove Sel, come Berlusconi e Salvini vanno d’accordo, fuori c’è un’Europa che continua ad essere il punto fondamentale in un mondo che viaggia a una velocità straordinaria. Allora ho cercato di togliermi dalle polemiche, anche perché non sono più il presidente del Consiglio, e non sono più il segretario del Pd, in attesa del Congresso. Quindi ho deciso di andare un po’ a rinfrescare la mente, così come sono andato da solo a visitare Scampia e le periferie in Italia. Non sono venuto in California a fare il fighetto. Sto cercando di ossigenare il cervello, e in quattro e quattr’otto abbiamo messo su questa roba di due giorni e mezzo, incontrando Elon Musk di Tesla, Tim Cook della Apple, il fondatore di Airbnb, Stanford, la comunità italiana. Io avevo iniziato la mia prima visita da premier negli Stati Uniti dalla West Coast, non da East. Stanford ad esempio è un punto di riferimento fondamentale per il rapporto tra le università e il lavoro, le università e le aziende. Nessuna delle grandi compagnie della Silicon Valley che tutti conosciamo esisterebbe, se non ci fosse stata la straordinaria forza di Stanford e delle altre grandi università. Questo è il tema che mi sta a cuore: il rapporto tra le università e l’innovazione, e il messaggio positivo dell’innovazione».
Renzi inquadra la sua riflessione nei cambiamenti epocali in corso: «Oggi siamo in una fase in cui la gente vede l’innovazione come un pericolo, ma lo diceva anche quando Gutenberg aveva inventato la stampa, o all’epoca della rivoluzione industriale. Secondo me la rivoluzione digitale è un passaggio simile a quelli, ed è chiaro che nel breve periodo le preoccupazioni, in particolare del ceto medio, sono forti. Ma la scommessa per un paese deve essere quella di investire sul futuro, non evitarlo. Noi italiani abbiamo molti cervelli, alcuni anche qui, tranquillamente in grado di essere protagonisti del tempo che cambia».
Negli Usa le paure del ceto medio hanno determinato la vittoria di Trump alle presidenziali, e ora in Europa sono in programma elezioni in Olanda, Francia e Germania, dove il populismo potrebbe dare la spallata definitiva all’Unione Europea. La California è il cuore della resistenza a Trump, e anche la culla dell’innovazione che potrebbe dare risposta alle ansie da cui nasce il populismo? «La risposta al populismo potrebbe stare nella crescita favorita dall’innovazione - risponde Renzi - a condizione che ci aggiungiamo un pezzo mancato anche nella mia narrazione: come garantire un sistema di protezione a chi si sente tagliato fuori. Qui non è un argomento, perché da un lato esistono comunque i numeri di Barack Obama che sono pazzeschi in termini di crescita economica, e dall’altro non c’è la cultura del Welfare come da noi. Però in Europa e in Italia c’è, e noi dobbiamo rivoluzionarla ancora. Quando viene proposto, ad esempio dai Cinque stelle, il reddito di cittadinanza a tutti, è un messaggio sbagliato perché favorisce il ripiegamento su se stessi. Posso anche non cercare lavoro, tanto ricevo comunque lo stipendio. Invece il messaggio deve essere: mettiti in gioco, provaci. Poi, se non ce la fai, io ti do’ una mano. Non è un reddito di cittadinanza per tutti, ma un paracadute per chi non ce la fa. In cambio fai formazione, lavori. Bisogna dare un messaggio di stimolo, di forza. Il punto è come. L’innovazione va posta davanti ad un paese come l’Italia con questa narrazione positiva. Basti pensare solo a tutta la ricaduta che la rivoluzione digitale potrebbe avere per le piccole e medie imprese, ma ancora non è stata affrontata come avremmo dovuto e potuto». Renzi già sente le critiche degli scettici, e le previene: «Non voglio fare la parte del positivo, l’ottimista, evviva. Sto dicendo che qui c’è un pezzo di mondo che corre. La California produce il 50% del pil degli Usa, che è molto più grande del nostro, ed è generato dalle aziende nate qui. Allora mi chiedo: facciamo l’elenco delle aziende più grandi nate in Italia negli ultimi 20 anni? È più facile contare quelle andate via. Vogliamo avere solo uno sguardo di rassegnazione e ritiro, o vogliamo provare a trovare soluzioni innovative? Questo è il mio ragionamento». Quindi Renzi vorrebbe che il congresso del Pd discutesse queste idee, per riproporsi come forza di governo capace di dare un futuro all’Italia: «Io penso che il Pd sia una grande cosa. Ora fa notizia perché litiga, ma sta facendo una cosa bella: discute al suo interno e prepara un congresso democratico. La cosa strana è che in Italia lo facciamo solo noi. Gli altri hanno un modo diverso di agire, e di conseguenza noi facciamo notizia. Però è impossibile che questo dibattito nel Pd sia soltanto sulle regole, è cruciale e fondamentale che sia sulle idee. Perciò al Lingotto lavoreremo solo su questo. Penso al tema del terzo settore e del sociale, all’innovazione, ma anche a come si fanno le cose già esistenti, dall’università alla scuola. Credo che ragionando su quello che funziona e quello che non va, si possa scrivere una pagina nuova». Superfluo, quindi, chiedergli cosa pensa della candidatura di Emiliano alla segreteria, o la data delle primarie: «Non fatemi parlare più di politica, l’ho fatto già troppo. Cerchiamo invece di immaginare un futuro migliore per l’Italia».
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Rispunta il piano election day politiche e comunali l’11 giugno Lo spettro di primarie “nulle” 
L’ex premier accelera ma teme lo stallo: se nessun candidato raggiunge il 50%
il leader sarà eletto in assemblea con il rischio di un asse anti-Matteo

GOFFREDO DE MARCHIS Rep
La data delle primarie il 9 aprile serve a cogliere due obiettivi. Risolvere in fretta il congresso «perché la discussione è cominciata già da tre mesi e il Pd ha bisogno di una guida legittimata al più presto», ha detto Matteo Renzi prima di partire per la California. Ma soprattutto permette di coltivare ancora il sogno delle elezioni anticipate a giugno. Per l’esattezza l’11 giugno, con un election day che comprende anche le amministrative. Un sogno o meglio una suggestione. «Una provocazione » la definisce un renziano. Eppure, nonostante l’evidenza dei fatti, Renzi vuole sempre “sognare”.
Per questo ieri, durante la riunione della commissione per il congresso, è rispuntata l’ipotesi del 9 aprile mentre è finita nell’ombra la data del 7 maggio, gradita da Michele Emiliano e Andrea Orlando, l’altro sfidante certo. Ma il 9 ha il pregio di tenere aperta la finestra elettorale di giugno. Più come messaggio all’intero sistema politico che come obiettivo davvero raggiungibile. Messaggio rivolto a tutti. Al governo di Paolo Gentiloni che proprio ad aprile è chiamato a varare una manovra correttiva sulla quale Renzi ha molti dubbi. E al Quirinale, che non gradisce il voto anticipato e semmai aspetta una correzione della legge elettorale. Ecco il punto: prima si elegge il segretario dem e prima gli altri attori della scena faranno i conti con lui.
Renzi ha studiato il calendario. Per votare l’11 giugno, le Camere andrebbero sciolte intorno al 18 aprile, ovvero il giorno dopo la Pasquetta. Possibile? È un salto carpiato triplo avvitato. Il nuovo segretario del Pd infatti entrerebbe in carica non il 9, ma il 13 o il 14 quando si celebrerà l’assemblea nazionale del Pd chiamata a ratificare l’esito dei gazebo. In soli cinque giorni, con il week end di Pasqua in mezzo, Paolo Gentiloni dovrebbe dimettersi e Sergio Mattarella firmare il decreto di scioglimento. Ci vorrebbero, dunque, numeri funambolici. Ma l’accelerazione c’è e ha una spiegazione di fondo. A Renzi importa poco che sia proprio lo scenario evocato dalla minoranza per motivare la scissione, ovvero che dietro lo scontro sulle date il vero traguardo sia chiudere l’esperienza dell’esecutivo Gentiloni prima del 2018.
Gia domani o sabato la direzione varerà il regolamento congressuale. La commissione lavora a rotta di collo sulla base delle vecchie regole. Il reggente Matteo Orfini fa sapere che anche la parte preliminare, le cosiddette convenzioni, potrebbero subire uno sprint. Se i candidati sono soltanto tre, non serve eliminare, attraverso il pronunciamento degli iscritti, altri sfidanti per le primarie aperte. La corsa si può fare. E quando il Pd avrà un segretario legittimato dal voto di milioni (ipotetici) di italiani, sarà difficile per il sistema fare finta di niente. O sfruttare l’attuale debolezza di un leader sconfitto al referendum, dimessosi da Palazzo Chigi e dal suo partito.
L’altra soluzione preferita da Renzi, il 23 aprile, toglie di mezzo il voto a giugno, ma risponde alla necessità di avere presto il leader del Pd. E di tornare a dare le carte. Sempre che l’ex premier vinca, ovviamente. La candidatura di Orlando viene vissuta molto male dal cerchio ristrettissimo dei renziani in collegamento con la California. Esorcizzata con un pronostico infausto per il ministro della Giustizia: «Arriverà terzo. Gli conviene?» E condita con un avvertimento non troppo sibillino: «Se arriva terzo, lo sa che i posti in lista per le elezioni sono riservati solo ai primi due?».
Questa è l’accoglienza per il Guardasigilli sui telefonini connessi con gli States. Ma i più attenti tra i renziani fanno anche altre osservazioni. «A meno che la candidatura di Orlando abbia un altro obiettivo finale: fare in modo che nessun candidato prenda il 50 per cento alle primarie ». In quel caso, che non è assolutamente da escludere, a scegliere il leader non saranno più i cittadini, ma i delegati nell’assemblea nazionale eletti con le liste collegate agli sfidanti. Alleanze e maggioranze verrebbero scombussolate. E un accordo tra Emiliano e Orlando butterebbe fuori Renzi da Largo del Nazareno. Con tutti i sogni delle elezioni a giugno e non solo.
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Tra pressing e tormenti al via i gruppi scissionisti ma non è la grande fuga 
Il dilemma del giovane Lattuca: “Mi sta scoppiando la testa” Non più di 20 i deputati, 13 i senatori. Nel nome “progressisti”

TOMMASO CIRIACO Rep
Telefonini staccati, sguardi sospesi, gastriti. E una domanda: «Ma tu ti scindi?». Cuore del Transatlantico, primo giorno dell’operazione “grande fuga”. I bersaniani si vedono poco, stanno pianificando il balzo fuori dal Pd. Sono pochi, per adesso. Una ventina, se va bene. Addirittura qualcosa in meno, mentre il “ragioniere” dello strappo Nico Stumpo brucia l’i-Phone a furia di martellare potenziali transfughi. È tutto un dubbio, un tentennare, un dissimulare: «Ho scritto al mio amico La Forgia - sussurra la renziana Alessia Morani - gli ho chiesto se molla per davvero». E lui cos’ha risposto? «Non ha risposto». Per paradosso va meglio al Senato, tredici firme già marchiate con il fuoco. Nel nome, il nuovo contenitore richiamerà un concetto caro a Giuliano Pisapia: “Progressisti”.
Per un giorno intero non si dà pace Enzo Lattuca, il più giovane deputato dal dna bersaniano. I giornalisti gli stanno addosso. «Non ho ancora deciso, mi esplode la testa a furia di rifletterci». Lo chiama mezzo mondo, perché potrebbe diventare a sorpresa capogruppo
(in alternativa si ipotizza Danilo Leva o Francesco Laforgia). Ma il territorio lo bombarda di sms. «Ho piena fiducia in te - scorre sul telefonino - Farai con sofferenza la scelta giusta». Non sempre funziona così. Alcuni sono costretti a rompere amicizie lunghe. «Compagni che stimo - premette Andrea Giorgis, fino a ieri capogruppo in pectore hanno deciso di lasciare il Pd, ma io non li seguirò ». Sornione, monitora i flussi il capogruppo Ettore Rosato. «Non giudico, rispetto tutti». Gli tocca interpretare anche i segnali. Un esempio? Michele Mognato - dato in uscita - si presenta a una riunione e nel dubbio viene depennato dalla lista degli addii.
Momenti difficili, ma senza pathos, perché tutti i rancori possibili hanno già solcato questo partito. Il volto sorridente di Alfredo D’Attorre lo dimostra: «Avevo scommesso sull’esplosione del Pd e ho vinto. E comunque penso che noi e i dem, divisi, faremo prendere più voti al centrosinistra». Davvero? «Ma certo - giura Gianni Melilla - come in molte separazioni: all’inizio è tosta, poi si pensa ai figli. I nostri sono i lavoratori e i cittadini».
Per adesso la sfida è soprattutto tra scissionisti delle due sponde. Il sogno è toccare insieme quota quaranta deputati, ma ancora non ci siamo. La pattuglia che si richiama all’ex sindaco - guidata da Arturo Scotto - è una falange: in 17 sono pronti ad andare via. Poi c’è Laura Boldrini, che andrà nel Misto. E della partita fanno parte anche due dem che stanno però con l’ex sindaco di Milano. I bersaniani invece fanno parecchia fatica: oltre ai big come Speranza, Bersani ed Epifani, ci sono altri dodici nomi certi. Più altri due - Toni Matarrelli e Michele Ragosta - che però sono amici di Pisapia. Gli indecisi li scuote invece Epifani: «Vieni con noi - è l’appello telefonico che ripete a tutti - ricostruiamo il centrosinistra e poi torniamo assieme, ma senza Renzi».
Senza Renzi, per adesso, bisogna scegliere un nome. Del riferimento al “progressismo” si è già detto, ci hanno ragionato ieri i big nella sede della Fondazione di Massimo D’Alema. A Bersani piacerebbe anche l’idea di giocare con “democratici”, comunque di richiamare le radici uliviste. Certo, “Progressisti e democratici” produce un acronimo improponibile: Pd. Enrico Rossi, a dire il vero, aveva rilanciato con “Democrazia e lavoro”, ma l’hanno stroncato: fa un po’ troppo anni Settanta. Ne riparleranno oggi, in un mega raduno delle truppe. Lunedì, poi, nasceranno i gruppi.
E poi c’è una storia nella storia. Sinistra italiana pare resista sul territorio, ma perderà 18 parlamentari su 31: un’ecatombe. Quel che resta del gruppo si raduna su un divanetto. «Ne resterà solo uno», scherza Giorgio Airaudo. «Come ai bei vecchi tempi di Depretis... », sorride Giovanni Paglia. Tutta colpa del trasformismo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA