mercoledì 7 dicembre 2016

Per una sinistra nazionale e popolare diciamo subito No alla sinistra pisapia



Sinistra pisapia, sinistra castellina e sinistra fratoianna sono tre varianti dello stesso schema politico centrosinistro: una più liberal e dirittumanista, l'altra più socialdemocratica, l'altra ancora più libertaria e postmoderna.

In tutti i casi il senso è lo stesso: raccogliere bisogni, speranze e voti a sinistra per portarli - ora o domani - al PD, con Renzi o possibilmente senza di lui ma con quelli che c'erano prima e lo hanno allevato.
Si tratta sempre della stessa linea catastrofica che ci ha ridotti alla'insignificanza. Perché con la scusa di scegliere "il male minore" contro il "fascismo berlusconiano" e adesso contro il "populismo", ci ha obbligati nel corso di un ventennio a farci portatori d'acqua di politiche sbagliate e antipopolari. Politiche che hanno accresciuto le disuguaglianze sociali e i rischi di guerra, finché gli stessi ceti che dicevamo di voler difedere ci hanno voltato le spalle con un pernacchio avvicinandosi a Grillo o persino alle destre e ora nemmeno ci degnano di uno sguardo.
Adesso, scampato il pericolo dell'usurpatore maggioritario Renzi, il ceto politico responsabile di mille sconfitte - Pisapia, lo stato maggiore del Manifesto, le due o duemila anime di SEL, i transfughi fassini del PD, i reduci di un'interminabile rivoluzione sessantottina immaginaria - vorrebbe riproporsi per completare l'opera. Diciamo anche a loro un inequivocabile No.
Oppure volete ricominciare da capo la giostra, rimuovendo il fatto che Renzi non è altro che la conseguenza dei governi di centrosinistra?
Dove c'è puzza di SEL, lì c'è già la destra. Dobbiamo unire le sinistre vere, non unirci con le destre. Dobbiamo rifarci una verginità, non "governare" processi più grandi e più forti di noi, processi che ci piegherebbero in un batter d'occhio.
Chi dà false speranze e prospetta conigli che escono dal cilindro e ci salvano è un avversario politico. Solo dopo aver ricostruito la nostra credibilità attraverso la coerenza - solo dopo un lavoro ventennale nel vivo della società ed esserci rafforzati tornando ad essere un punto di riferimento per larghe masse - potremo porci il problema del "governo".
Altro che settarismo!
Proprio per essere nazionali e popolari domani, nostro dovere è l'intransigenza assoluta oggi, in una fase di ritirata straegica nella quale ogni compromesso, dati i rapporti di forza, sarebbe un compromesso al ribasso e un pannicello caldo per la sofferenza dei più deboli. [SGA].


L'ex sindaco di Milano: "Lancio Campo Progressista, un'idea per arrivare al governo"



Il leader Pd accerchiato Scontro con Franceschini sulla data delle elezioni Bersani: non sono un traditore. Oggi la Direzione Carlo Bertini  Busiarda
Di tutte le mosse, forse una rispecchia di più lo spirito dello scontro con le fazioni dei dissidenti e la vis pugnace di Renzi: far sapere che se si andrà al voto in tempi brevi, come prevede sempre il piano A, cioè a fine marzo, non ci sarà spazio per congresso, gazebo e primarie. Dunque il leader resterà lui, come prevede la norma dello statuto che identifica la figura di segretario con quella di candidato premier. «Non ci sarebbe tempo per il congresso anticipato in una situazione di crisi come questa», spiegano i suoi uomini. Il che vuol dire che le liste elettorali le scriverà Renzi con la sua maggioranza congressuale, «tenendo fuori tutti i traditori, dei compagni che ci hanno fatto la campagna contro qui non entrerà più nessuno», garantisce uno del cerchio magico. Bersani non ci sta: «Chi ha votato No non si senta traditore del Pd».
Ma come si farà questo blitz? Con un voto che conferisce all’Assemblea nazionale del Pd il potere di approvare le liste delle candidature, senza convocare i congressi provinciali, nazionale, nè le primarie per la premiership. Azzerando tutte le aspettative di visibilità dei vari capicorrente, possibili candidati se pure di minoranza. Del resto, il film di un Renzi accerchiato da mille tentacoli che cercano di avvolgerlo per frenarne i bollenti spiriti va in scena fin dalla mattina. Nella parte della piovra gigante Dario Franceschini, con il quale Renzi ingaggia una lotta muscolare a tattica, con Ettore Rosato e Lorenzo Guerini nelle vesti di mediatori. «Guarda Dario, che nei gruppi parlamentari è un conto, ma in Direzione Matteo ha la maggioranza da solo e quindi bisogna accordarsi», fanno notare i fedelissimi. Gli stessi che dicono ai renziani che «Matteo deve superare queste paranoie, Dario non vuole andare a Palazzo Chigi...». Alla fine il leader della corrente che al Senato dispone di trenta e passa voti in grado di bloccare tutto, stretto interlocutore del capo dello Stato, si convince a non mettersi di traverso: la tregua viene siglata con la scelta di concedere ai frenatori la disponibilità ad un governo istituzionale con dentro tutti o una buona parte di quelli, come Berlusconi, Salvini e Grillo, pronti a rosolare Renzi chiedendo urne anticipate e urlando che il Pd vuole tenersi le poltrone. Un’apertura che serve a gettare la palla tra le gambe di Berlusconi, ma pure a sedare gli animi di un Pd lacerato: dove nessuno smania per andare al voto, nè la sinistra leale, nè i turchi, nè i mattarelliani, tantomeno quelli della sinistra di Bersani.
Le correnti si riuniscono e tutti temono un altro frontale con il popolo italiano, ma si accodano a Renzi, tranne Bersani e compagni, perché non hanno alternative e altri leader in grado di scalzare Matteo dal podio del partito. «Si deve votare dopo aver fatto una legge elettorale in Parlamento», dicono in coro Damiano, Fioroni, Speranza. Ma Renzi sospetta di tutti, teme che il suo piano A sia travolto da una manovra a tenaglia di Franceschini con la sponda del Colle. Non si fida di un governo che nasca senza orizzonte temporale. Anche se oggi in Direzione si voterà per un governo istituzionale, dato che le opposizioni già hanno detto no, si andrà alle urne anticipate. Quando? Due mesi dopo la pronuncia della Consulta, nella testa del premier c’è già una data, il 26 marzo. Ma i renziani temono che possa vincere Franceschini: se Mattarella non procederà con lo scioglimento delle Camere a fine gennaio, se il Parlamento dovesse procedere a uniformare i sistemi elettorali non limitandosi a recepire le sentenze della Consulta, allora si andrebbe a votare in estate o in autunno, come chiede Bersani, «una cosa che per Matteo è il male assoluto...». Ma che centinaia di parlamentari agognano, scattando per quelli di prima nomina il diritto alla pensione il 1 ottobre 2017...

Caccia al consenso dei nuovi poveri Così Grillo spinge i 5 Stelle a destra Ma Di Maio nega la possibilità di accordi elettorali con Lega e Forza Italia Andrea Malaguti  Busiarda
Barra a destra. Beppe Grillo è un uomo perfettamente adeguato al disordine che gli sta attorno. Lo capisce più degli altri e ci si trova decisamente a suo agio. Non è un caso se nel secondo giorno del velenoso dibattito sulla vittoria del No, decide di aprire il suo blog con una analisi sul Vecchio Continente prodotta dal «Social Justice Index»: «118 milioni di europei sulle soglie della povertà». Il tema è destinato a diventare il tormentone della campagna elettorale.
Che cosa dice il Social Justice Index? Questo: «È in costante crescita il numero di cittadini europei che, nonostante abbiano un impiego a tempo pieno, sono a rischio povertà. Specie nell’Europa del Sud». Per vivere non è più sufficiente trovare un impiego. E se i datori di lavoro impongono salari sempre più bassi è perché le norme lo consentono. Il sistema ha messo la retromarcia.
Dibattito che dovrebbe essere particolarmente caro alla sinistra europeista e che invece è diventato territorio di pascolo delle destre sovraniste, in un ribaltamento insensato che Grillo ha intuito con largo anticipo. Se hai capito il problema non è detto che le tue ricette per risolverlo siano giuste, ma per lo meno puoi recapitare un messaggio chiaro agli elettori: io vi ho visto. La Brexit e l’elezione di Donald Trump sono nate così.
E così si spiegano, in parte, anche le dichiarazioni, poi rettificate, del pentastellato bolognese Max Bugani, che aveva alluso a un’alleanza parlamentare con Lega Nord e Forza Italia, o quantomeno alla richiesta di un appoggio esterno, per dare una spallata definitiva al sistema e andare al voto di gran carriera. Anche Luigi Di Maio si è preso la briga di negare l’eventualità - «non ci alleiamo con nessuno» - però Bugani non è un 5 Stelle qualunque, ma uno degli uomini più vicini a Davide Casaleggio e forse non ne interpreta letteralmente il pensiero, ma certamente ne conosce gli umori. Sin dall’inizio il Movimento cerca una complicata sintesi tra la spinta alla globalizzazione imposta da quelle tecnologie che sono alla base del suo successo e la possibilità di rivendicare il diritto alla diversità, con il rafforzamento di spinte di tipo particolaristico.
Il livello teorico è complesso, quello pratico un po’ meno: le fasce sociali più deboli si sentono più tutelate a destra. Chiariamo che siamo là anche noi. Come farlo senza perdere tutta quella parte di sostenitori che alle origini del movimento erano stati attratti dalle battaglie sull’acqua pubblica o sul consumo del suolo (vale a dire sinistra ultra classica)? Ad esempio mettendo l’energia al primo punto del nascituro programma. Un tocco verde da Austria Felix su un quadro identitario indefinibile. Dopo tre anni in Parlamento non è ancora chiaro che cosa voglia il M5S dal futuro. Europa, euro, immigrazione, difesa, relazioni internazionali. Buio totale. Ma per governare sarà necessario dirlo.
Il post di Grillo si conclude ricordando che: «In Grecia, Italia, Spagna e Portogallo un bambino su tre è a rischio di povertà». Sotto testo: voi da che parte state, con i buoni o con i cattivi? E se la riga successiva non dicesse: «Fai una donazione a Rousseau», cioè al sito, sarebbe tutto un filo più elegante. Ma siamo ai dettagli, perché dalla parte opposta c’è il Pd, ovvero un partito abituato a ringraziare senza gratitudine e a soffermarsi sui problemi degli altri con uno sguardo tutto intelletto e niente sentimento. Giocare con loro è facile. E i 5 Stelle si limiteranno ad aspettare la fine della direzione di oggi prima di riunirsi per imbastire una strategia di riflesso. Una strategia che, al di là dei proclami, sarebbe più facile da preparare se le urne si aprissero dopo l’estate. Ipotesi non peregrina considerato che il 15 settembre del 2017 scatterebbe la pensione per 608 onorevoli e senatori, vale a dire i due terzi del parlamento. Così se anche Berlusconi, Salvini e Renzi, che nel Palazzo non ci sono, volessero il voto subito, come lo spiegherebbero ai loro peones?
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Il premier mette i paletti “Tutti dentro o non ci sto non ho paura delle elezioni” Mentre prepara gli scatoloni, il leader lancia frecciate a Bersani: “Pur di mandare a casa me, accetta di ufficializzare Verdini”GOFFREDO DE MARCHIS Rep
ROMA. Se ingoia lo stop del Quirinale e l’ipotesi di «un governo di responsabilità nazionale», come lo chiama lui, Matteo Renzi lo fa marcando subito le distanze e lasciando intuire quale sarà il suo atteggiamento nei confronti del successore, sempre che ne venga fuori uno. Mentre fa gli scatoloni, nello studio al primo piano di Palazzo Chigi, tra una telefonata di Hollande e una di Obama, il premier prepara la direzione del Pd di questo pomeriggio, le dimissioni da presidente del Consiglio che consegnerà a Sergio Mattarella «oggi o domani», ma soprattutto il futuro. «Il 60 per cento del No viene interpretato come un voto politico, giusto? Contro di me, contro il mio carattere, contro i nostri provvedimenti. Allora anch’io posso considerare politico il 40 per cento del Sì. Questo me lo concederanno», dice ai suoi collaboratori. «Non me lo intesto tutto, per carità. Non saranno 13 milioni di voti miei, è ovvio. Ma saranno 10-11-12? Lo vedremo ». Lo vedremo presto stando al film che Renzi ha in testa. «Il titolo giusto sui giornali non è “Renzi vuole le elezioni anticipate”, ma “Renzi non ha paura delle elezioni anticipate”», spiega ai suoi interloutori. E questa dovrebbe essere la linea sposata dal Partito democratico. «Caro Pd...». Comincia come una lettera il discorso che Renzi vuole fare alla direzione di oggi. «Dobbiamo decidere tra due soluzioni. Lavorare per la nascita di un governo di responsabilità istituzionale. C’è da fare l’anniversario dei trattati di Roma a marzo, il G7 a maggio, l’ingresso nel consiglio di sicurezza dell’Onu. Oltre alla legge elettorale». Così le elezioni potrebbero scivolare a giugno. Ma un esecutivo del genere, spiega il premier, funziona se «tutti ci mettiamo d’accordo, con un sostegno di forze politiche in Parlamento il più ampio possibile». Da Forza Italia al Pd. E Grillo? Resta un problema gigante. «Continuerà a dire che abbiamo paura del voto degli italiani. E noi sembreremo quelli che se la fanno sotto».
Renzi «rimetterà la valutazione ai dirigenti del Pd». Ma da qui a dire che l’idea sia di suo gradimento ce ne corre. «Andiamo a fare l’ennesimo governo non eletto. Sarebbe il quarto. Dopo Monti, Letta e dopo il mio. Quelli di prima erano costruiti su alcune motivazioni di fondo solide. Ma questo, perchè lo fai?». Per la legge elettorale, un passaggio obbligato dopo la bocciatura della riforma. «Certo. Ma nel dna del Pd c’è il maggioritario, invece con una maggioranza di tutti dentro o quasi dovremo accettare il proporzionale, che è già contenuto nell’Italicum e nel Consultellum, la legge con cui si voterà per il Senato». Come dire: non è un grande affare.
Sembra chiaro che per Renzi la formazione di questo non sarà una passeggiata, anche con la collaborazione piena del Pd. Solo uno «scherzo del destino» lo fa sorridere. «Verdini entrerà ufficialmente in maggioranza. Dunque Bersani, pur di mandare a casa me, andrà a braccetto con Verdini nel governo di scopo. Bel risultato».
La strada va percorsa. Il pressing del Colle, dei parlamentari del Pd, delle correnti interne non può essere ignorato, tanto più «dopo la botta», come la chiama il premier, cioè la sconfitta pesantissima di domenica. La folle corsa al voto a febbraio finisce nel cestino. Grazie alla frenata di Mattarella e alla novità della sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum fissata per il 24 gennaio.
Eppure Renzi non rinuncia a un’alternativa più renziana, più arrembante. Quindi a un altro tipo di governo. Chi lo guiderebbe? Le sue dimissioni sono sicure. Ma se fallisce l’esecutivo di scopo, chi può escludere che sia lo stesso presidente della Repubblica a chiedergli di formarne uno nuovo in attesa della sentenza della Consulta per poi andare subito alle urne? È un’ipotesi sul tavolo, anzi per Mattarella il renzi bis resta la prima scelta. «Lasciamo stare me, non sono io il problema - ripete Renzi ai suoi collaboratori illustrando la seconda strada -. La Consulta potrebbe intervenire sulla soglia minima di votanti oltre il quale il ballottaggio è valido. Non so se il Parlamento è in grado di trovare un accordo su quella soglia, ma dovrebbe essere semplice. A quel punto le leggi elettorali ci sono». Significa che alla fine di gennaio le Camere si potrebbero sciogliere. Con la garanzia del voto, forse i grillini favorirebbero un ritocco rapido. «Al G7 di Taormina - dicono a Palazzo Chigi - andremmo con una nuova legislatura e un nuovo governo».
Il rimpianto di Renzi è che, in ogni caso, «avremo le larghe intese. Dopo aver combattuto l’inciucio, ce le terremo per sempre ». La certezza è che lui sarà in campo. Nonostante la «botta». Con un bacino di elettori su cui lavorare. Se i tempi sono più stretti, il congresso dem si allontana. Ma Renzi affronterà lo stesso le primarie? «Vedremo. So che per statuto il segretario è automaticamente candidato premier... ».
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UNA LEZIONE ATTUALE SALVATORE SETTIS rep
IL DATO più rilevante nei risultati del 4 dicembre emerge dal confronto con l’esito del referendum costituzionale del 2006. In ambo i casi il voto popolare ha respinto una riforma costituzionale assai invasiva (54 articoli modificati nel 2006, 47 nel 2016), approvata a maggioranza semplice da una coalizione di governo che ostentava sicurezza per bocca di un premier (allora Berlusconi, ora Renzi) in cerca di un’investitura plebiscitaria. Le due riforme abortite non sono identiche, ma vicine in aspetti cruciali (la fiducia riservata alla sola Camera e il nebbioso ruolo del Senato). Se guardiamo ai numeri, il confronto è impressionante: nel 2006 i No furono il 61,29%, nel 2016 il 59,25; quanto ai Sì, si passa dal 38,71% (2006) al 40,05 (2016). Un rapporto di forze simile, che diventa più significativo se pensiamo che l’affluenza 2016 (68,48%) è molto superiore a quella del 2006 (52,46%): allora votarono 26 milioni di elettori, oggi ben 32 milioni, in controtendenza rispetto al crescente astensionismo delle Europee 2014 e delle Regionali dello stesso anno.
Eppure, dal 2006 ad oggi il paesaggio politico è completamente cambiato, per l’ascesa dei 5Stelle, la frammentazione della destra berlusconiana, le fratture di quella che fu la sinistra. Più affluenza oggi di dieci anni fa, un cambio di generazioni, con milioni di giovani che votavano per la prima volta a un referendum costituzionale: eppure, nonostante i mutamenti di scenario, un risultato sostanzialmente identico, con un No intorno al 60%. Una notevole prova di stabilità di quel “partito della Costituzione” che rifiuta modifiche così estese e confuse. Esso è per sua natura un “partito” trasversale, come lo fu la maggioranza che varò la Costituzione, e che andava da Croce a De Gasperi, Nenni, Calamandrei, Togliatti. Il messaggio per i professionisti della politica è chiaro: non si possono, non si devono fare mai più riforme così estese e con il piccolo margine di una maggioranza di parte. Nel 2006 e nel 2016, due governi diversissimi hanno cercato di ripetere il discutibile “miracolo” del referendum 2001, quando la riforma del Titolo V (17 articoli) fu approvata con il 64% di Sì contro un No al 36%: ma allora l’affluenza si era fermata al 34% (16 milioni di elettori). Si è visto in seguito che quella riforma, varata dalle Camere con esiguo margine, era mal fatta; e si è capito che astenersi in un referendum costituzionale vuol dire rinunciare alla sovranità popolare, principio supremo dell’articolo 1 della Costituzione.
Per evitare il ripetersi (sarebbe la terza volta) di ogni tentativo di forzare la mano cambiando la Costituzione con esigue maggioranze, la miglior medicina è tornare a un disegno di riforma costituzionale (nr. 2115), firmato nel 1995 da Sergio Mattarella, Giorgio Napolitano, Leopoldo Elia, Franco Bassanini. Esso prevedeva di modificare l’art. 138 Cost. nel senso che ogni riforma della Costituzione debba sempre essere «approvata da ciascuna Camera a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti», e ciò senza rinunciare alla possibilità di ricorrere al referendum popolare. Questo l’art. 4; ma anche gli altri di quella proposta troppo frettolosamente archiviata sarebbero da rilanciare. L’art. 2 prevedeva che la maggioranza necessaria per eleggere il Presidente della Repubblica debba sempre essere dei due terzi dell’assemblea (l’opposto della defunta proposta Renzi-Boschi, che avrebbe reso possibile l’elezione da parte dei tre quinti dei votanti, senza computare assenti e astenuti); e che qualora l’assemblea non riesca ad eleggere il Capo dello Stato «le funzioni di Presidente della Repubblica sono provvisoriamente assunte dal Presidente della Corte Costituzionale ». L’art. 3, prevedendo situazioni di stallo nell’elezione da parte del Parlamento dei membri della Consulta di sua spettanza, prevedeva che dopo tre mesi dalla cessazione di un giudice, se il Parlamento non riesce a eleggere il successore «vi provvede la Corte Costituzionale stessa, a maggioranza assoluta dei suoi componenti». Previsione lungimirante: è fresco il ricordo del lungo stallo delle nomine alla Corte, finché nel dicembre 2015 si riuscì a nominare tre giudici dopo ben 30 tentativi falliti.
In quelle proposte, come si vede, la Corte Costituzionale aveva un ruolo centrale, e il rafforzamento delle istituzioni passava attraverso un innalzamento delle maggioranze necessarie per passaggi istituzionali cruciali, come le riforme costituzionali o l’elezione del Capo dello Stato. In un momento di incertezza come quello che attraversiamo, quella lezione dovrebbe tornare di attualità, anche se molti firmatari di quella legge sembrano essersene dimenticati. La riforma Renzi- Boschi è stata bocciata, ma fra le sue pesanti eredità resta una cattiva legge elettorale, l’Italicum, che la Consulta potrebbe condannare tra poche settimane, e che comunque vale solo per la Camera. Compito urgente del nuovo governo, chiunque lo presieda, sarà dunque produrre al più presto una legge elettorale finalmente decorosa, e compatibile (si spera) con riforme costituzionali come quelle sopra citate. Le prossime elezioni politiche, anticipate o no, dovranno portare alle Camere deputati e senatori liberamente eletti dai cittadini e non nominati nel retrobottega dei partiti. Il referendum da cui veniamo è stato un grande banco di prova per la democrazia: ma ora è il momento di mostrare, per i cittadini del No e per quelli del Sì, che sappiamo essere “popolo” senza essere “populisti”. Che per la maggioranza degli italiani la definizione di “popolo”, della sua sovranità e dei suoi (dei nostri) diritti coincide con quella della Costituzione, la sola che abbiamo. Il “ritorno alla Costituzione” che ha segnato i mesi scorsi e che ha portato all’esito del referendum mostra che è possibile.
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Platone dalla fine del mondo antico all'umanesimo


L'educazione sentimentale tra gli anni Settanta e Ottanta

Risultati immagini per Arnaldi: Corpi e anime
Valeria Arnaldi: Corpi e anime. Nudo ed erotismo nell'animazione giapponese, Ultra pagg. 256 euro 22

Risvolto
Il primo studio iconografico sul nudo nell’animazione, tra libertà e censure del nostro immaginario
Le curve di Margot, spiate e desiderate da Lupin. Il fisico da pin-up di Lamù. E ancora, Sailor Moon, Bia, Ransie la strega, Mila e Shiro, Kiss me Licia e Ranma 1/2. Senza dimenticare i grandi film, come Perfect Blue e Paprika di Satoshi Kon. Sono bastati pochi trasgressivi frammenti di china e colore senza veli per “animare” le fantasie di intere generazioni.

Tra serie per tutte le età e prodotti più adulti, come ecchi ed hentai, tra appuntamenti in fascia protetta e veri e propri lungometraggi, il nudo è presente in modo importante all’interno degli anime giapponesi, con valenze più o meno erotiche. Una presenza non sempre evidente che ha permesso alla nudità, accompagnata da sguardi maliziosi o, al contrario, imbarazzati, di entrare nel mondo infantile, contribuendo a determinarne i primi interrogativi. Corredato di un ricco apparato iconografico, il volume illustra il fenomeno del nudo animato, in un percorso che parte dalle serie di fumetti e cartoni animati, icone dei piccoli, per arrivare alle ultime produzioni degli anime più raffinati ed “erotici”, mettendo a confronto la tradizione nipponica, non priva di pruderie e violenze, con quella di altri Paesi, a partire dall’America.

Grande attenzione è dedicata alla funzione narrativa del nudo e alla censura che hanno prodotto rielaborazioni, fan art, ma anche videogame e opere d’arte. Un’analisi puntuale e approfondita, e assolutamente originale, sugli aspetti “più adulti” dei cartoni animati che sono entrati a far parte del nostro immaginario culturale.

VALERIA ARNALDI è nata nel 1977 a Roma. Laureata in Scienze Politiche, è giornalista professionista. Scrive su quotidiani e mensili italiani e stranieri. Per Ultra, ha pubblicato Hayao Miyazaki – Un mondo incantato, Lady Oscar – L’eroina rivoluzionaria di Ryoko Ikeda, Roma da Paura e SPQR Sono pettegoli questi romani. Cura mostre di arte contemporanea in Italia e all’estero. Ha scritto e diretto spettacoli e cortometraggi, tra i quali Dietro le quinte di un bacio con l’attore Enrico Lo Verso.

Verso il superamento dello scisma con i protestanti e la modernità?

Lucas Cranach il vecchio, "Martin Lutero", 1522 (WikiCommons)

500 anni dopo Lutero. Vincenzo Paglia: "La Riforma? Una felice colpa""Uno scisma è una lacerazione: non si festeggia, ma ha avuto anche conseguenze positive. Ora però è tempo di una testimonianza comune". Parla il presidente della Pontificia Accademia della vitaMimmo Muolo Avvenire martedì 6 dicembre 2016

La corrispondenza di Stendhal




Una storia del rosso: Michel Pastoureau


Michel Pastoureau: Rosso. Storia di un colore, Ponte alla Grazie traduzione di G. Calza, pagg.
213, euro 32

Risvolto

Nella civiltà occidentale, il rosso è il primo colore che viene usato sia in pittura che in tintoria. Probabilmente è per questo che è stato a lungo il colore per eccellenza, il più ricco dal punto di vista sociale, artistico e simbolico. Nell'Antichità è stato il simbolo della guerra, della ricchezza e del potere. Nel Medioevo ha assunto una forte connotazione religiosa, evocando sia il sangue di Cristo che le fiamme dell'Inferno, ma nella dimensione profana è stato anche il colore dell'amore, della gloria e della bellezza e la Rivoluzione francese lo farà diventare anche un colore ideologico e politico. Il primo colore che l'uomo abbia padroneggiato, fabbricato, riprodotto e dunque quello sul quale lo storico, il sociologo o l'antropologo hanno più cose da dire che su tutti gli altri. Rosso - quarto capitolo di un'opera di alto profilo che vede in libreria Blu, Nero, Verde e prevede il giallo come quinta e ultima tappa - è un testo ricchissimo, che considera il rosso lungo un orizzonte temporale molto ampio e sotto tutti i punti di vista: una bussola che ci permetterà di orientarci nel labirinto cromatico di questo colore archetipico della storia e della cultura occidentale. 

Ricordo di Andrej Tarkovskij



Tarkovskij  “Fragile e spietato, vi racconto chi era davvero mio padre”
l grande regista russo moriva trent’anni fa I ricordi del figlio “Grazie a Gorbaciov lo riabbracciai a Parigi”

RAFFAELLA DE SANTIS Rep 7 12 2016
FIRENZE Fuori c’è una targa di marmo che ricorda che qui Andrej Tarkovskij ha vissuto gli ultimi anni della sua vita. In questo palazzo storico di via San Niccolò a Firenze, il grande regista russo ha trascorso il suo esilio, insieme alla moglie Larisa. Qui ha lavorato al montaggio di “Sacrificio”, il suo ultimo film, restaurato in occasione dei trent’anni dalla morte, avvenuta il 29 dicembre 1986. Dentro tutto è rimasto identico: i mobili di
legno scuro, i collage alle pareti e due quadretti che Parajanov gli mandò dalla prigione. La casa ospita l’Istituto Tarkovskij, dove è custodito l’archivio: cinquemila documenti cartacei, tra cui i diari scritti a mano, settemila fotografie, più di mille ore di video. Ora rischiano di essere sfrattati dal comune. Qui vive oggi il figlio, che ha 46 anni e si chiama Andrej come il padre. Arriva da un’altra stanza il suono di un violino. È Natascia Gazzana, la compagna violinista di Andrej, che esegue una sonata di Ravel.
Andrej, iniziamo dalla fine, dall’esilio di suo padre. Quando vi siete rivisti?
«Una data indimenticabile: era il 19 gennaio 1986. Avevo sedici anni, non vedevo i miei genitori da quattro anni. Fu Gorbaciov a concedermi il permesso di andare a Parigi, dove papà era ricoverato. Aiutò molto un telegramma di intercessione di Mitterrand».
Suo padre chiese aiuto a tanti politici?
«Scrisse a Pertini, Andreotti, perfino a Reagan perché facessero pressione sul regime per ottenere il ricongiungimento familiare. Inutilmente, rimasi un ostaggio nelle loro mani».
Era un padre ingombrante?
«All’università mi ero iscritto alla facoltà di fisica e matematica per sfuggire al confronto. Poi ho capito che non era giusto. Oggi realizzo video e documentari e con l’Istituto mi dedico alla catalogazione e pubblicazione dei suoi lavori. Abbiamo da poco ripubblicato Scolpire il tempo ed è in cantiere un libro di racconti e poesie».
Che educazione ha ricevuto?
«Da bambino sfogliavo cataloghi d’arte e conoscevo a memoria tutti i passi della Passione secondo Matteo di Bach. Mio padre mi contagiava con il suo entusiasmo. Ricordo che dall’Italia mi chiamava ogni giorno. Una volta mi suggerì di procurarmi Walden di Thoreau. Pensava potesse aiutarmi a vivere nella solitudine».
Suo nonno paterno Arsenij era un grande poeta.
«Anche mia nonna scriveva versi. Si erano conosciuti a un concorso letterario. Mio padre le dedicò Lo specchio. Diceva che grazie a lei aveva scoperto che cos’è l’amore. Ma la nonna materna invece era una sarta, una donna concreta e molto saggia. Mio padre l’adorava».
Non deve essere stato facile separarsi dai propri genitori.
«Avevo undici anni ma capivo che era l’unico modo perché mio padre potesse continuare ad esprimere il suo talento».
Quando erano iniziati i problemi con il regime?
«Nel 1966, con Andrej Rublëv.
Un film profondamente religioso. Fu censurato e il negativo rischiò di venire sciolto nell’acido. Si salvò grazie all’impegno di molti amici, tra cui Shostakovic, che ne organizzarono proiezioni private, aiutati da mia madre Larisa».
Dove si erano conosciuti?
«Sul set di Rublëv. Fu una passione fatale, erano entrambi sposati, divorziarono per stare insieme. Mia madre era assistente alla regia ma lasciò tutto diventando la sua segretaria. Ha sempre cercato di sollevarlo dalle questioni pratiche per permettergli di creare in pace».
Lo avete molto protetto. Era una persona fragile?
«Era dotato di una straordinaria sensibilità».
Nei giudizi però sapeva essere tagliente. È vero che Bergman lo deluse?
«Ammirava il suo lavoro. Si incontrarono in Svezia durante le riprese di Sacrificio. Dopo una conferenza, Bergman uscì senza neanche salutarlo. Forse gli aveva dato fastidio che Sacrificio fosse ambientato negli stessi luoghi dei suoi film».
Non risparmiò neanche Solgenitsyn.
«Non le mandava a dire ( ride).
Adorava però Bresson, Kurosawa e Mizoguchi. Era amico di Antonioni e Tonino Guerra, con cui lavorò a Nostalghia. Fu lui a regalargli l’amata polaroid. Era libero, diceva sempre quello che pensava. Quando Solgenitsyn stroncò Rublëv ci rimase molto male».
Non accettava critiche?
«Solgenitsyn aveva raccontato di aver preso appunti durante la proiezione, cosa per mio padre inconcepibile. Per lui l’approccio al cinema doveva essere emotivo, mai intellettuale».
Eppure il suo cinema è stato accusato di elitarismo.
«I suoi film riempivano le sale. Conservava le lettere che gli mandavano gli spettatori. Gente semplice, che considerava più aperta alle emozioni, alla sua idea di cinema come atto d’amore, preghiera. Ancora oggi è molto amato. A novembre il Romaeuropa Festival ha presentato il concerto Music for Solaris di Ben Frost e Daniel Bjarnason, con video di Brian Eno e l’orchestra di Santa Cecilia».
S’interrompe, indica un tavolo: «Era seduto lì quando ha detto ai suoi amici di essere malato. Aveva invitato a cena Krzysztof Zanussi e Franco Terilli. Fu mia madre a convincerlo a ricoverarsi a Parigi dove c’era l’oncologo Léon Schwartzenberg, marito dell’attrice Marina Vlady».
Fu un periodo molto duro?
«A suo modo bello. Papà non parlava mai di morte, pianificava il futuro, leggeva libri di filosofia russa, tra cui Florenskij e Berdjaev. Ha continuato fino alla fine ad amare la vita».
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martedì 6 dicembre 2016

Ian Kershaw, la Seconda guerra dei Trent'anni e l'invenzione del "populismo" come Ersatz odierno del "totalitarismo" per definire la comunità dei liberi

Ian Kershaw: All'inferno e ritorno, Laterza 

Risvolto
  L’Europa tra il 1914 e il 1945 precipitò in un abisso di barbarie: combatté due guerre mondiali, minacciò le fondamenta stesse della sua civiltà e parve testardamente incamminata sulla via dell’autodistruzione.Ian Kershaw, uno degli storici più autorevoli del nostro tempo, ci racconta quello che fu un vero e proprio viaggio di andata e ritorno dall’inferno.

Estate del 1914: gran parte dell’Europa precipita in un conflitto sconvolgente. La gravità del disastro terrorizza i sopravvissuti, nessuno può credere che la civiltà modello per il resto del mondo sia sprofondata nella brutalità più assoluta.Solo vent’anni dopo la fine della Grande Guerra, nel 1939, gli europei iniziano un secondo conflitto, persino peggiore del primo. Nonostante le crude cifre non possano restituire la gravità dei tormenti inflitti alla popolazione, la conta dei morti – oltre quaranta milioni soltanto in Europa, quattro volte di più della prima guerra mondiale – ci fa percepire con concretezza questo orrore.Ian Kershaw ricostruisce una nuova, monumentale storia dell’Europa contemporanea: un periodo straordinariamente movimentato e tragico che ha visto il continente sfiorare l’autodistruzione e, solo quattro anni dopo aver toccato il fondo nel 1945, gettare le basi per una stupefacente risurrezione.

La Russia e l'Europa: Parla Lavrov



Lo insegna la storia: l’Europa ha bisogno della Russia
Il ministro degli Esteri di Mosca: studiando il passato del mio Paese capirete che senza di noi saltano gli equilibri del Vecchio Continente, dal battesimo della Rus’ nel 988 siamo parte di una vicenda comune 

Busiarda 6 12 2016
Le relazioni internazionali stanno attraversando un periodo non facile e la Russia, come è già successo altre volte nella storia, si trova al crocevia di tendenze cruciali che determinano in gran parte il vettore del futuro sviluppo mondiale.
Sono state espresse molte opinioni differenti al riguardo e c’è chi mette in dubbio la sobrietà del nostro giudizio sulla situazione internazionale e delle nostre posizioni nel mondo. Di nuovo si sentono gli echi della disputa, eterna in Russia, tra «occidentalisti» e sostenitori di un nostro peculiare percorso. Ci sono anche quelli che, e all’interno del paese e ali’estero, tendono a ritenere che la Russia sia quasi condannata a rimanere per sempre un paese arretrato oppure «in rincorsa», obbligato a piegarsi costantemente a regole del gioco stabilite da altri e che quindi non possa reclamare il ruolo che le spetta negli affari internazionali. In questo contesto vorrei illustrare alcune mie idee, sostenendole con esempi e paralleli storici. 
Tempo di anniversari
È un dato di fatto che una politica valida non può essere avulsa dalla prospettiva storica. Questo riferimento alla storia è ancora più attuale poiché nell’ultimo periodo abbiamo ricordato tutta una serie di importanti anniversari. L’anno scorso abbiamo festeggiato il 70° della Grande Vittoria, due anni fa abbiamo ricordato il centenario dell’inizio della Prima guerra mondiale. Nel 2012 è caduto il bicentenario della battaglia di Borodino e abbiamo celebrato i 400 anni della liberazione di Mosca dagli invasori polacchi. Se riflettiamo un momento, capiremo che queste date cruciali testimoniano indiscutibilmente il ruolo particolare svolto dalla Russia nella storia europea e mondiale.
I fatti storici non confermano la tesi diffusa secondo la quale la Russia, diciamo, si sarebbe sempre fermata nel cortile dell’Europa, sarebbe stata un outsider della politica europea. A questo proposito desidero ricordare che il battesimo della Rus’ nel 988 ha favorito un notevole avanzamento nello sviluppo delle istituzioni statali, delle relazioni sociali e della cultura, portando la Rus’ Kieviana a diventare un membro di diritto dell’allora comunità europea. A quel tempo i matrimoni dinastici erano il miglior indicatore del ruolo del paese nel sistema delle relazioni internazionali e il fatto che nell’XI secolo tre figlie del grande principe Jaroslav il Saggio siano diventate regine rispettivamente di Norvegia e Danimarca, Ungheria e Francia, la sorella abbia sposato il re di Polonia e la nipote l’imperatore tedesco, parla da solo.
L’invasione dei mongoli
Numerose ricerche storiche attestano l’elevato - spesso superiore a quello dei paesi dell’Europa occidentale - livello culturale e spirituale dello sviluppo della Rus’ di allora. Molti eminenti pensatori occidentali ne riconoscevano l’appartenenza al contesto europeo globale. E comunque il popolo russo, che possiede una sua propria matrice culturale e una propria spiritualità, non si è mai fuso con l’Occidente. In questo senso è opportuno ricordare la tragica epoca dell’invasione mongola che costituì per il nostro popolo una vera cesura. Aleksandr Puskin scriveva: «I barbari non osarono tenere una Russia asservita nelle loro retrovie e tornarono nelle steppe del loro Oriente. La luce della Cristianità venne salvata da una Russia devastata e agonizzante». Ben nota è anche la diversa opinione di Lev Nikolaevich Gumiljov secondo il quale l’invasione mongola avrebbe favorito la formazione di un’etnia russa rinnovata, e la Grande steppa avrebbe dato ulteriore impulso allo sviluppo.
Comunque sia, è evidente che quel periodo è stato fondamentale per affermare il ruolo autonomo dello Stato russo nello spazio euroasiatico. Basti menzionare a questo proposito la politica del gran principe Aleksandr Nevskij, che si sottomise temporaneamente ai tolleranti capi dell’Orda d’oro al fine di difendere il diritto dei russi a professare la propria fede, a disporre della propria sorte in contrasto con i tentativi dell’Occidente europeo di assoggettare completamente le terre russe, privandole della loro identità. Sono convinto che questa politica saggia e lungimirante sia rimasta nei nostri geni.
La Rus’ si piegò, ma non si spezzò sotto il peso del giogo mongolo e seppe uscire da quella pesante prova come Stato unito che quindi, sia in Occidente sia in Oriente, cominciò a essere considerato una sorta di erede dell’impero bizantino caduto nel 1453.
L’imponente nazione, che si estendeva praticamente lungo tutto l’intero perimetro orientale dell’Europa, iniziò la sua organica crescita estendendosi agli enormi territori degli Urali e della Siberia. Già allora la Russia costituiva un importante fattore di equilibrio nelle alleanze della politica europea, compresa la ben nota Guerra dei Trent’anni al termine della quale in Europa si consolidò il sistema di relazioni internazionali sancito dal Trattato di Westfalia, i cui principi, in primo luogo il rispetto per la sovranità degli Stati, sono validi ancora oggi.
Ci stiamo quindi avvicinando a quel dilemma che ha caratterizzato alcuni secoli. Da un lato lo Stato Moscovita in veloce evoluzione assumeva naturalmente un peso sempre maggiore nelle questioni internazionali, da un altro i paesi europei nutrivano timori crescenti nei confronti di quel gigante che si stava ingrandendo a Est e quindi adottavano misure al fine di isolarlo nella misura del possibile, ostacolandone la partecipazione alle più importanti questioni del continente.
Tradizione e modernità
Proprio da quel periodo proviene quella che sembra una contraddizione fra il tradizionale ordine sociale e l’aspirazione alla modernizzazione basata su più avanzate esperienze. In effetti uno Stato in rapido sviluppo non può non cercare di realizzare un balzo in avanti facendo perno sulle moderne tecnologie, il che non significa dover per forza rinunciare al proprio «percorso culturale». Conosciamo numerosi esempi di modernizzazione di società orientali che non sono stati accompagnati da una cesura radicale con le tradizioni. Questo è tanto più vero per la Russia che, per sua essenza profonda, è una delle ramificazioni della civiltà europea.
Tra l’altro, la richiesta di una modernizzazione che utilizzasse le conquiste europee era nettamente manifesta nella società russa già all’epoca dello zar Aleksej Mikhajlovich, e Pietro I con il suo talento e la sua energia conferì un carattere dirompente a questo imperativo. Il primo imperatore russo, adottando rigidissime misure all’interno del paese e una politica estera risoluta e vincente, in poco più di due decenni anni seppe portare la Russia nel novero delle più importanti nazioni europee. Da allora non è più possibile ignorare la Russia, nessuna seria questione europea può essere risolta trascurando l’opinione della Russia.
Le idee di Alessandro I
Non si può dire che questa situazione fosse di soddisfazione per tutti. Nei secoli successivi i tentativi di riportare la Russia ai confini prepetrini si sono ripetuti spesso, ma era destino che non avessero successo. Già alla metà del XVIII secolo, la Russia assunse un ruolo chiave in un conflitto paneuropeo: la Guerra dei Sette anni. Allora le truppe russe entrarono trionfalmente a Berlino - la capitale del re di Prussia Federico II, considerato invincibile - e solo l’improvvisa scomparsa della zarina Elisaveta Petrovna e la successiva ascesa al trono di Pietro III, ben disposto nei confronti di Federico, salvarono la Prussia da un’inevitabile sconfitta. Questa svolta degli eventi nella storia della Germania è ricordata ancora oggi come «il miracolo della Casa di Brandeburgo». Le dimensioni, la potenza e l’influenza della Russia si rafforzarono durante il regno di Caterina la Grande quando la situazione era tale per cui, a dirla con le parole dell’allora cancelliere Aleksandr Bezborodko, «non c’è un cannone in Europa che possa sparare senza il nostro permesso».
Nei successivi due secoli e oltre, ogni tentativo di unire l’Europa senza la Russia e contro di lei è inevitabilmente sfociato in grandissime tragedie le cui conseguenze sono sempre state superate solo con il contributo decisivo del nostro paese. Mi riferisco, in particolare, alle guerre napoleoniche, al termine delle quali proprio la Russia fu artefice della salvezza del sistema di relazioni internazionali, basato sull’equilibrio delle forze e sul reciproco rispetto degli interessi nazionali che escludeva il dominio totale di un qualunque Stato su tutto il continente europeo. Ricordiamo che l’imperatore Alessandro I partecipò direttamente alla stesura delle risoluzioni del Congresso di Vienna nel 1815, che garantirono lo sviluppo del continente senza che si verificassero seri conflitti armati per i successivi quarant’anni.
Inoltre le idee di Alessandro I possono in un certo senso essere considerate il prototipo del concetto di subordinazione degli interessi nazionali agli obiettivi comuni, intendendo con questo, prima di tutto, il mantenimento della pace e dell’ordine in Europa. Come diceva l’imperatore russo, «non può più esistere una politica inglese, francese, russa, austriaca; esiste un sola politica, una politica che deve essere accettata dai popoli e dai sovrani per il bene comune».
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L'ossequioso rifiuto di Gramsci nella cultura letteraria marxista italiana


Marco Gatto: Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento, Quodlibet

Risvolto

 L’invito di Antonio Gramsci a una critica letteraria che, senza rinunciare alla propria specificità, potesse essere critica della cultura e progetto di emancipazione per le masse popolari ha subito, nel corso del secolo scorso, non pochi ripensamenti, fino ad arrivare a un netto travisamento. La sinistra culturale italiana non ha saputo interpretare, per varie ragioni, quella particolare dialettica tra autonomia e specificità che Gramsci intravede nella sfera culturale e che deposita nella riflessione contenuta nei Quaderni. Questo saggio ne ricostruisce i nodi concettuali, studiandone la proiezione ideologica sugli eredi: alcuni dei quali, vicini alle posizioni del Pci, dimostrano di non sapersi svincolare dalla lezione invadente dell’idealismo crociano; altri, attestati su posizioni rivoluzionarie, finiscono per promuovere una rinuncia al senso politico della letteratura e dell’arte. Attraverso i libri di Franco Fortini, Alberto Asor Rosa, Arcangelo Leone De Castris e altri, si propone una piccola storia della critica letteraria marxista, letta alla luce di un tradimento delle indicazioni gramsciane, il recupero delle quali, oggi, in un’epoca in cui l’autonomia dei saperi sembra essere divenuta la legge stessa della frammentazione culturale, appare all’autore urgente rilanciare.



Marco Gatto (1983) è assegnista di ricerca presso l’Università della Calabria. Ha pubblicato i volumi: Fredric Jameson. Neomarxismo, dialettica e politica della letteratura (2008), L’umanesimo radicale di Edward W. Said. Critica letteraria e responsabilità politica (2012), Marxismo culturale. Estetica e politica della letteratura nel tardo Occidente (2012), Glenn Gould. Politica della musica (2014), L’impero in periferia. Note di teoria, letteratura e politica (2015). 

"Cercare le mediazioni per raggiungere i compromessi possibili" scacciato l'usurpatore la sinistra pronta a tornare a compilare le liste elettorali di coalizione


Corriere della Sera
Corriere



Il governo conta, ma dobbiamo ricominciare dall’opposizione 
Dopo il referendum. Se non vogliamo che domenica sia stata una vittoria di Pirro, il vero impegno per la sinistra comincia adesso. Il governo è importante, ma superato lo slogan «se andremo al governo faremo...». Dobbiamo fare subito, laddove siamo

Luciana Castellina Manifesto 6.12.2016, 23:59 
Evviva. Le vittorie, da un bel pezzo così rare, fanno bene alla salute. E poi questa sulla Costituzione non è stata una vittoria qualsiasi, come sappiamo, nonostante le contraddittorie motivazioni che hanno contribuito a far vincere il No. 
La cosa più bella a me è comunque sembrata la lunghissima campagna referendaria. 
Contrariamente a quanto è stato detto – «uno spettacolo indecente», «una rissa», ecc. – quel che è accaduto contro ogni attesa è stato un rinnovato tuffo nella politica di milioni di persone che non discutevano più assieme da decenni. Come se si fosse riscoperta, assieme alla Costituzione, anche la bellezza della partecipazione. 
In questo senso mi pare si possa ben dire che contro il tentativo di ridurre la politica alla delega ad un esecutivo che al massimo risponde solo ogni cinque anni di quello che fa si sia riaffermata l’importanza dell’art.3, quello in cui si riconosce il diritto collettivo a contribuire alle scelte del paese. Pur non formalmente toccato dalla riforma Boschi, è evidente che la cancellazione della sua sostanza era sottesa a tutte le modifiche proposte. Evviva di nuovo. 
Per noi sinistra il vero impegno comincia adesso. 
Non vorrei tuttavia turbare i nostri sogni nel sonno del dovuto riposo dopo questa cavalcata estenuante e però credo dobbiamo essere consapevoli che per noi sinistra il vero impegno comincia adesso. 
Quella che abbiamo combattuto non è stata infatti solo una battaglia per difendere la nostra bella democrazia da una deplorevole invenzione di Matteo Renzi: abbiamo dovuto impedire che venisse suggellata un’ulteriore tappa di quel processo di svuotamento della sovranità popolare, che procede, non solo in Italia, ormai da decenni. E che il nostro No non basterà di per sè, purtroppo, ad arrestare. 
Viene da lontano, si potrebbe dire dal 1973, quando all’inizio reale della lunga crisi che ancor oggi viviamo, Stati Uniti, Giappone e Europa,su sollecitazione di Kissinger e Rockfeller, riuniti a Tokio, decretarono in un famoso manifesto che con gli anni ribelli si era sviluppata troppa democrazia e che il sistema non poteva permettersela. Le cose del mondo erano diventate troppo complicate per lasciarle ai parlamenti, ossia alla politica, dunque ai cittadini. 
E’ da allora che si cominciò parlare di governance (che è quella dei Consigli d’amministrazione prevista per banche e per ditte) e ad affidare via via sempre di più le decisioni che contano a poteri estranei a quelli dei nostro ordinamenti democratici, cui sono state lasciate solo minori competenze di applicazione. 
Abbiamo protestato contro molte privatizzazioni, poco contro quella principale: quella del potere legislativo. 
Qualche settimana fa Bayer ha comprato Monsanto: un accordo commerciale, di diritto privato. Che avrà però assai maggiori conseguenze sulle nostre vite di quante non ne avranno molte decisioni dei parlamenti. 
Ci siamo illusi che la globalizzazione producesse solo una catastrofica politica economica – il liberismo, l’austerity – e invece ha stravolto il nostro stesso ordinamento democratico. Mettendo in campo per via estralegale quello che dal Banking Blog è stato definito l’acefalo aereo senza pilota del capitale finanziario, impermeabile alla politica. 
Per svuotare il potere dei parlamenti, un po’ ovunque, ma in Italia con maggiore vigore, sono stati delegittimati, anzi smontati, quegli strumenti senza i quali quei parlamenti non avrebbero comunque più potuto rispondere ai cittadini: i partiti politici, addirittura ridicolizzati e resi “leggeri”, cioè inconsistenti e incapaci di costituire l’indispensabile canale di comunicazione fra cittadini e istituzioni. 
Si sono via via annullate le principali forme di partecipazione, o, quando non è stato possibile, sono stati recisi i legami che queste tradizionalmente avevano con una rappresentanza parlamentare. 
Se adesso vogliamo che la vittoria del No non sia di Pirro dobbiamo ricominciare a costruire la sostanza della democrazia, e cioè la partecipazione 
Se adesso vogliamo che la vittoria del No non sia di Pirro dobbiamo ricominciare a costruire la sostanza della democrazia, e cioè la partecipazione, i soggetti sociali – ma anche politici – in grado di non renderla pura protesta o mera invocazione a ciò che potrebbe fare solo un governo. 
Dobbiamo cioè uscire dall’ossessione governista che sembra aver preso tutta la sinistra, e cominciare a ricostruire l’alternativa dall’opposizione. 
La democrazia è conflitto (accompagnato da un progetto), perchè solo questo impedisce la pietrificazione delle caste e dei poteri costituiti. Se non trova spazi e canali, diventa solo protesta confusa, manipolabile da chiunque. 
Tocca a noi aprire quei canali, costruire le casematte necessarie a creare rapporti di forza più favorevoli; e poi, sì, cercare le mediazioni (che non sono di per sé inciuci) per raggiungere i compromessi possibili (rifiutando quelli cattivi e lavorando per quelli positivi). 
Del resto, non è stato forse proprio per via delle lotte e dell’esistenza di robusti canali e presenze parlamentari che fino agli anni ’70 siamo riusciti ad ottenere quasi tutto quanto di buono oggi cerchiano di difendere coi denti, dall’opposizione e non perchè avevamo un ministricolo in qualche governo? 
Dobbiamo fare subito, laddove siamo. 
Non voglio dire che un governo non sia importante, vorrei solo superassimo l’ossessione che si incarna negli slogan elettorali: «Se andremo al governo, faremo…». Dobbiamo fare subito, laddove siamo. 
Nella mia penultima iniziativa referendaria, a Gioiosa Jonica (in piazza come non si faceva da tempo) una splendida cantante locale è arrivata a concludere: con la canzone che ben conosciamo “Libertà è partecipazione”. 
Propongo divenga l’inno della nostra area No. (E speriamo anche che quest’area preservi l’unità di questi mesi).

Il piano di rottura del premier sconfitto 

L’idea confidata a tre dei suoi: arrivare al voto a febbraio, da candidato, con il governo dimissionario 

Fabio Martini  Busiarda
Al piano nobile di palazzo Chigi mancano pochi minuti al Consiglio dei ministri che Matteo Renzi non avrebbe mai voluto celebrare, perché si tratta di dimettersi e di sciogliere le righe, ma in un capannello di pochi ministri il capo del governo intrattiene i suoi interlocutori con un ragionamento inatteso e spiazzante: «Per come si è svolta la campagna referendaria e poi il voto, io credo che quel 40% “appartenga” tutto al Pd. Il Sì ha ottenuto più di 13 milioni di voti e quindi circa 2 milioni in più rispetto a quelli ottenuti alle Europee. Per questo vi dico che a noi potrebbe convenire puntare ad elezioni anticipate, da fare il prima possibile. Con quale governo? Con questo!». A chi, come Dario Franceschini, obiettava la fattibilità di un piano così hard, Renzi ha aggiunto: «Possiamo fare un quarto governo non eletto? E quanto all’ Italicum sub-iudice della Corte Costituzionale, potremmo recepirne le indicazioni ed andare subito al voto». 
Quello che si muove dietro le quinte è un Matteo Renzi molto più inquieto, “irregolare” e dirompente rispetto a quello apparso l’altra sera, 75 minuti dopo la chiusura delle urne referendarie. Con quel discorso da “statista” che aveva preso atto della volontà contraria degli elettori e lo aveva fatto con tratti di umanità che non aveva mai lasciato trasparire, a dispetto dei consigli dei guru della comunicazione. Dunque, un Renzi così tosto da ipotizzare uno scenario davvero di rottura: rimuovere la sconfitta referendaria e presentarsi da candidato premier alle elezioni anticipate col governo dimissionario. Uno scenario da brivido per tutti quei notabili del Pd che vedono in Renzi l’unico responsabile della batosta e infatti, se il piano del capo del governo si concretizzasse, le obiezioni di Dario Franceschini sarebbero destinate a trasformarsi in scontro. Se non cambieranno le cose, la linea di Renzi è chiara: domani la direzione del Pd sarà chiamata a votare un documento col quale si chiedono «elezioni prima possibile».
Perché oramai il disegno di Renzi è tracciato ed è quello di arrivare come candidato premier alle prossime elezioni Politiche, da celebrare il prima possibile. Mission da conseguire con ogni possibile escamotage. Dimettendosi anche da segretario del Pd. Un gesto clamoroso e plateale. per rifarsi una “verginità” e presentarsi al momento “giusto” all’appuntamento delle Primarie. L’”opzione-Cincinnato” è stata illustrata ieri mattina da Renzi nel colloquio con il Capo dello Stato, che ha usato tutte le perifrasi possibili per dissuaderlo. Con successo, pare. Anche perché Renzi ha capito che uscire di scena e rientrarci potrebbe risultare troppo macchinoso.
E d’altra parte una volta uscito da palazzo Chigi, per riconquistarsi la candidatura, per Renzi ci sarebbe una sola strada: vincere le Primarie del Pd. E per vincerle, può essere utile un accordo con l’ala “democristiana” del Pd. Le truppe di quest’area sono controllate dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che ha cominciato a dire in queste ore che «se si dovesse fare un governo politico», si dovrebbe tener conto di chi ha un peso dentro il partito. Cioè lui medesimo. Ma Renzi sa che da Franceschini non potrà mai venire un impegno formale a dimettersi, una volta fatta la legge elettorale. Renzi ha un rapporto personale migliore col ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, più cattolico che ex democristiano, le cui quotazioni ieri sono molto salite ma che deve scontare l’ostilità sorda di Franceschini. Per la guida di un governo politico di breve durata corre il ministro Paolo Gentiloni, che avrebbe l’aplomb ma è troppo vicino a Renzi per poterla spuntare. Ecco perché, nel gioco dei veti contrapposti, potrebbero riprendere quota i candidati (ieri in caduta) ad un governo breve: il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il presidente del Senato Pietro Grasso.

Cresce il pressing dei renziani “Partito blindato e voto subito” 

I fedelissimi frenano sul congresso: finirebbe a cazzotti. Bersani: “A lui dico: stai sereno” 

Carlo Bertini  Busiarda
I veleni scorrono a fiumi nel Pd, sui social, sui cellulari, nei capannelli: «Se Renzi lascia al governo Franceschini, Delrio o Orlando, un minuto dopo si trova da solo nel partito, da noi funziona così», sibilano acidi gli uomini di Bersani. In tivù D’Alema non è da meno: «I rottamati da Renzi a cui non è stata concessa neanche una dignitosa sepoltura hanno dimostrato di saper dare filo da torcere», ghigna l’ex premier. La partita interna si fa dura assai. Per questo il primo pressing, quello più discreto e più energico, lo ha esercitato l’altra notte, non in solitaria, Dario Franceschini: fermando Renzi - così raccontano - dall’istinto di dimettersi anche da segretario del Pd. Un istinto che il leader ha tenuto a freno ma che preoccupa i peones di ogni ordine e grado, terrorizzati di restare nella barca che fa acqua senza timoniere.
Il secondo pressing lo hanno esercitato quelli del «giglio magico», fiorentini come Davide Ermini e Andrea Marcucci, spalleggiati pure dai franceschiniani, per spingere Renzi verso una rivincita, una ricandidatura alle politiche, per non buttare alle ortiche il patrimonio di voti conquistato. Tanto che il tweet lanciato ieri pomeriggio da Luca Lotti, braccio destro del premier, fa tornare il sorriso ai depressi: quel «ripartiamo dal 40%» citando il 40% dei voti alle primarie perse con Bersani nel 2012, e il 40% delle europee del 2014, fa capire bene l’antifona. Il leader non molla, anzi è pronto a giocare il secondo tempo, quelle delle politiche, convinto di potercela fare. 
Ma il maremoto nel Pd può essere un ostacolo. Tanto che i pasdaran, come Alessia Morani, vorrebbero andare al voto subito in primavera, a marzo se possibile, senza farsi scavalcare da Salvini e Grillo che vogliono le urne senza passare dal via di una nuova legge elettorale. Un ragionamento che tradotto porta dritto ad un’altra forzatura, quella di votare senza fare prima il congresso Pd, quindi senza mettere in gioco la leadership di Renzi. Con la scusa che ora il clima è tale che «se andassimo al congresso finirebbe a cazzotti», dice al telefono un dirigente ad un altro big della stessa regione rossa. A dare l’idea di quanto poco siano tollerati i compagni del No dai gruppi al comando in circoli e sezioni: il rischio di congressi provinciali scossi da risse non solo verbali e scambi di insulti è quantomai concreto.
Ma a parte il congresso, che molti invece considerano obbligato prima del voto, i renziani concordano sul bisogno di blindare il partito: ovvero di non darlo via ad un «reggente» che traghetti il Pd nel rapporto col governo e fino alle assise, «perché in quel caso non daresti più le carte e sarebbe rischioso». 
La Direzione di domani si terrà in questo clima. Se Bersani ora dice «prima il Paese e poi il partito», senza premere per un congresso anticipato, «non facciamo il suo gioco, mettiamo in sicurezza il governo e facciamo un confronto serio nel Pd, non un votificio», può esser preso in parola da chi nell’entourage del premier questo congresso lo farebbe dopo le elezioni politiche: magari per non dare alla minoranza l’occasione per potersi contare e avere poi diritto a quote precise nelle liste elettorali. Quel che emerge, al di là della voglia di rappresaglia dei renziani, è che neanche la sinistra scalpiti per un congresso a gennaio: chiedete a Renzi un passo indietro dalla segreteria? «No, chiediamo che il Pd cambi rotta sulle questioni sociali», risponde Roberto Speranza dopo un colloquio con Bersani. Piedi di piombo, è la linea dell’ex leader, andare di corsa ai gazebo non serve, c’è tempo, non si voterà in primavera. Poi però punge: «Un messaggio per Matteo? Stai sereno». D’Alema suona lo stesso spartito: «Se Renzi si dimettesse dovremmo fare il congresso ora in un clima avvelenato. Dovremmo invece cercare un terreno di ricomposizione delle nostre forze». 
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Ma Matteo ora è tentato dall’anno sabbatico “Voglio togliermi di torno” 

Renzi: nel Pd mi chiedono di restare. Sms a Merkel: “Non torno indietro” 

Francesco Bei  Busiarda
«Devo staccare. Voglio prendermi una vacanza con Agnese». E’ passata una notte e Matteo Renzi ha sbollito solo in parte la rabbia e la delusione per il risultato del referendum. Chiamato al Colle, il capo dello Stato lo avvolge con lunghi ragionamenti sulla stabilità e lo sostiene cercando di frenarne la tentazione di mollare tutto e subito.
Mollare - oltre la poltrona a palazzo Chigi anche quella da segretario del Pd – questo è il vero desiderio del premier. Il quale confida a Mattarella qual è adesso il suo sogno segreto: «Mi piacerebbe staccare per davvero, prendermi un sabbatico, magari un anno negli Stati Uniti, ma i miei amici del Pd non me lo permettono». 
Le pressioni del Presidente alla fine fanno breccia sul capo del governo. Che quando scende dal Quirinale riferisce ai suoi di essersi piegato. «Io sinceramente avrei evitato, non sarei rimasto un minuto di più, ma è un fatto di serietà istituzionale e prima di tutto viene l’Italia. Non voglio passare per uno che fa i capricci, un bambino viziato che se ne va con il broncio. Quindi proseguiamo fino alla legge di stabilità». La garanzia che Renzi riesce a strappare a Mattarella è che anche il Capo dello Stato si adopererà con il presidente Grasso affinché l’iter della Finanziaria in Senato sia il più rapido possibile e si arrivi all’approvazione definitiva entro una manciata di giorni. Senza tornare alla Camera. 
Renzi lo ripete ai suoi dopo essersi congedato nel pomeriggio dai ministri con un brindisi a palazzo Chigi. «Il mio obiettivo è togliermi subito di qui. Sembra assurdo ma non riesco ad andarmene. Di solito i miei predecessori facevano le barricate per restare, io invece voglio togliermi di torno e non ce la faccio». La soluzione è il compromesso raggiunto con il Capo dello Stato, una soluzione a tempo. Costretto suo malgrado a restare in carica, in realtà Renzi si comporta come se già fosse uscito da quel portone. E il primo segnale è stato quello di cancellare tutti gli appuntamenti previsti nei prossimi giorni, atteggiandosi di fatto a premier dimissionario. Ma tra l’intenzione e la realtà ci passa in mezzo il Parlamento e le procedure della sessione di Bilancio. Perché se è vero che Mattarella ha garantito di dare una mano, la verità è che nessuno può impedire al Senato di emendare in lungo e in largo la legge approvata da Montecitorio. E’ il bicameralismo perfetto, bellezza, e gli italiani in maggioranza hanno mostrato di averlo in gran conto. Se la Finanziaria dovesse subire rilevanti modifiche, come ad esempio chiede Forza Italia con i suoi capigruppo (“via i bonus, le mance elettorali, i miliardi regalati senza coperture”), la legge dovrebbe tornare alla Camera e allora addio al progetto di lasciare palazzo Chigi già entro la fine di questa settimana. Renzi ne è consapevole: «Le opposizioni, se vogliono che me ne vada subito, mi devono dare una mano». Quanto alla legge elettorale per il Senato o alle modifiche da fare all’Italicum, pure da concordare con le opposizioni, il premier fa spallucce: «Io non me ne occupo, con quelli non parlo, ci penserà il Parlamento». Insomma, il morale è ovviamente sotto i tacchi, ma appena gli si nominano gli avversari Renzi torna Renzi: «Voglio vedere adesso cosa riusciranno a fare». Dei progetti per il futuro, di cosa accadrà al partito, è ancora presto per parlare. Al momento i pochi di cui si fida veramente lo stanno martellando con un mantra: «Sei a capo di un fronte riformista che si riconosce nella tua leadership. Un fronte che, con questo referendum, ha dimostrato di avere la maggioranza relativa del paese». E’ quello che ha scritto Luca Lotti nel suo tweet: «Abbiamo vinto col 40% nel 2014. Ripartiamo dal 40% di ieri!». Non sarà facile, l’idea di ritirarsi dalla scena pubblica lo sta davvero solleticando. Un piccolo segnale lo si è colto ieri quando, nella riunione più ristretta a palazzo Chigi, si è parlato delle consultazioni al Quirinale. E Renzi ha detto chiaro e tondo che non ha molta voglia di stare ancora sotto i riflettori. «Non so se andrò io, preferirei mandare i vicesegretari. Vediamo, l’importante è che non sembri uno sgarbo al capo dello Stato». 
Quello che al premier ha fatto piacere è il sostegno che sta arrivando in queste ore sia al Pd che a palazzo Chigi da tanti cittadini che gli chiedono di «non mollare» e lo ringraziano per essersi speso senza riserve in campagna elettorale. Nulla ovviamente che possa far dimenticare quella massa enorme di elettori che gli ha votato contro. «Abbiamo commesso errori, non c’è dubbio, non possiamo prendercela con chi vota». Nella lunga giornata di ieri il centralino di palazzo Chigi ha smistato anche molte telefonate di leader europei che volevano esprimere personalmente il loro rammarico per le dimissioni. Alcuni provando anche a convincerlo a restare. Con Angela Merkel invece ogni formalità è superata da tempo, i due si stimano e si sono scambiati i rispettivi cellulari. Così «Angela» già nella serata di domenica, con uno scambio di sms, ha saputo dal diretto interessato quello che sarebbe accaduto: «Non torno indietro». 
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La madrina della riforma sconfitta anche a casa sua 
Francesca Schianchi  Busiarda
«Ce l’abbiamo messa tutta. Abbiamo fatto il massimo, ma è andata così. Grazie a tutti per il lavoro che abbiamo fatto insieme». Alle 8 del mattino più pesante della sua carriera politica, la ministra delle Riforme Maria Elena Boschi è al ministero. L’abito grigio come l’umore, il sorriso teso, saluta i collaboratori che hanno lavorato con lei alla riforma. 
E’ stata una notte difficile. Gli ultimi sondaggi riservati arrivati sul suo tavolo, nei giorni scorsi, parlavano di una sconfitta col 45-46 per cento. Ma l’affluenza oltre il 65 per cento ha cambiato le carte in tavola. Domenica notte, mentre Renzi annunciando le dimissioni evita di ringraziarla dopo che proprio lei ha dato il nome alla legge, al quartier generale del Pd la ministra aspetta i risultati definitivi in compagnia dei vicesegretari, del ministro Franceschini, di qualche deputato. Assiste in un silenzio teso rotto solo da laconici commenti consolatori alle proporzioni della débâcle, la delusione è tanta, c’è anche un po’ di commozione: persino la sua Laterina, il comune in provincia di Arezzo in cui è cresciuta, è andato al No, anche se per una manciata di voti.
E’ il volto della riforma, la madrina che per anni ci ha lavorato in Parlamento. Prima astro nascente del governo, poi la vicenda Banca Etruria fa precipitare il suo indice di gradimento. Lei sparisce dalle tv, ma non dagli incontri sul territorio: chiusi i voti nel Palazzo, comincia a girare come una trottola per promuovere il «suo» nuovo Senato, migliaia di chilometri per l’Italia e fino giù in Sudamerica. Nella notte del voto non commenta, ma è un silenzio pesante. Arrivata al ministero, ieri, butta giù qualche riga da scrivere su Facebook. Il commento che tutti le chiedono, e che lei evita di rilasciare alle telecamere quando scende per andare brevemente a Palazzo Chigi. «Peccato. Avevamo immaginato un altro risveglio: istituzioni più semplici in Italia, Paese più forte in Europa. Non è andata così. Ha vinto il no, punto», ammette la sconfitta. «Adesso al lavoro per servire le istituzioni. Mettiamo al sicuro questa legge di bilancio. Poi pubblicheremo il rendiconto delle tante cose fatte da questo governo. A tutti i comitati, a tutti gli amici e le amiche che ci hanno dato una mano, grazie. Decideremo insieme come ripartire, smaltita la delusione». Come ripartirà è la domanda che tutti si fanno. Mesi fa, quando ancora pensavano servisse personalizzare, si era unita a Renzi ad annunciare l’abbandono della politica in caso di sconfitta. Poi però non ne ha più parlato.
Nel tardo pomeriggio partecipa al Consiglio dei ministri. L’ultimo, della ministra più in vista del governo.

“Non hanno vinto i populisti è stata una risposta civile” 

Monti: Renzi ha sbagliato a voler scambiare i bonus con il consenso 

Marco Zatterin  Busiarda
«Questa non è una vittoria del populismo, né delle posizioni antieuropee». Alla fine, nel giorno dopo il No che ha archiviato la riforma costituzionale e il governo Renzi, Mario Monti tiene a dire proprio questo, vuole spiegare che la consultazione di domenica non è quello che si legge sui giornali internazionali. Il professore ex premier ed ex commissario Ue ha speso buona parte della giornata al telefono, lo hanno chiamato colleghi nuovi e vecchi. «Sicuramente è un risultato inatteso nella dimensione – concede -. Però è vero che molti personaggi della politica e della finanza internazionale fanno fatica a capire il suo effettivo significato». Gli elettori, assicura, «hanno solo bocciato un progetto mal concepito». 

Se non è populismo, cos’è?
«È la risposta civile di un Paese che ha voluto stare al gioco democratico e che, alla domanda sulla riforma della Costituzione, ha dato la risposta che riteneva fosse adeguata per il quesito, con molti Sì e moltissimi No. Gli elettori hanno respinto la personalizzazione dello scontro. Molti - come me - hanno espresso un voto negativo in quanto convinti che questa riforma costituzionale non avrebbe migliorato la governance dell’Italia ma l’avrebbe peggiorata».
Politica o no, Renzi ha deciso di lasciare.
«Ho affermato in più occasioni che non c’era ragione per cui dovesse dimettersi in caso di vittoria del No. Il risultato è stato tuttavia talmente netto che capisco rispetto la sua decisione».
C’è un diffuso allarme populismo in Europa. Molti politici, e commentatori, temono che l’Italia possa perdere la rotta della stabilità.
«Il populismo è certo una minaccia anche per noi, ma non è corretto dire che domenica i populisti abbiano vinto in Italia e perso, questo sì è vero, in Austria e vinto in Italia. Nel No italiano c’erano milioni di populisti, ma anche milioni di non populisti e filo-europei. L’Italia di domenica, non cesso di spiegarlo ai miei interlocutori internazionali, non è il seguito di Brexit e Trump. Anche gli sconquassi finanziari che il mondo temeva non si sono avuti, almeno per ora».
Questi errori di previsione sono dunque colpa della politica e di chi ci osserva?
«C’è una iperreattività degli analisti stranieri. Quando Renzi - che ho molto apprezzato nella sua fase iniziale soprattutto per la riforma del mercato del lavoro - si è dato l’obiettivo prioritario di modificare la costituzione, ha cambiato anche l’impostazione della strategia di governo. È diventato decisamente più populista pure lui. L’uso sempre più frequente del disprezzo verso l’Unione europea ha portato il presidente del Consiglio a giocare con il fuoco nei confronti dell’opinione pubblica. Non sorprende allora che l’Italia sia rapidamente diventato il Paese in Europa con la più alta percentuale di cittadini che si dicono favorevoli ad un’uscita dalla Ue. I cittadini ascoltano i governanti, soprattutto quelli che come Renzi hanno grandi capacità di comunicazione. Ascoltano e il loro atteggiamento nei confronti della Ue non può non esserne influenzato».
Oltre a criticare aspramente la Ue, Renzi ha in effetti promesso molto in campagna elettorale.
«Non solo promesso, ma dato. Una volta entrato nell’ottica del referendum, il presidente del Consiglio ha largheggiato in trasferimenti e bonus per acquisire consenso. Il fatto che per la prima volta gli italiani abbiano risposto con un voto prevalentemente negativo alla sollecitazione al consenso venuta dalla spesa pubblica è qualcosa che deve farci pensare, in chiave positiva».
Perchè in chiave positiva?
«Pensi se con i bonus si fosse vinto il referendum, quali effetti ciò avrebbe avuto sulle scelte future della politica. Avrebbe eretto a sistema questo tipo di politica! Invece, se qualcosa è cambiato nella mente di noi italiani a questo riguardo, saremmo di fronte alla “riforma strutturale” più importante di tutte: la gente non ha votato sulla base delle erogazioni ricevuto o promesse».
Il No è l’espressione del partito della rivolta. Di chi ha perso la fiducia e non trova un posto, della paura davanti alla forbice fra ricchi e poveri che si allarga.
«Non credo che tutti i No fossero espressione di rivolta. Comunque il problema c’è ed è gigantesco. Non solo italiano. In Italia è reso più drammatico dal non riuscire a trovare un cammino di crescita. Il governo Renzi ha fatto alcune cose per la crescita, poi ha rivolto altrove i suoi sforzi, per esempio facendo poco per ridurre le rendite attraverso una maggiore concorrenza. Sono convinto che accanto alla crescita occorra un obiettivo di più equa distribuzione del reddito e della ricchezza. Per questo non credo che sia stato sensato togliere l’Imu, l’unico elemento di imposta patrimoniale che c’era in Italia. Non lo è stato neppure dare vari bonus invece che ridurre il cuneo fiscale».
Il dramma sono i giovani che non sentono di avere un futuro.
«Non so se abbiano votato No al referendum per questo. Vedo che sono alienati dal processo politico. Hanno grande attivismo, ed è bello, nel volontariato e nel sociale. Ma osservo un distacco crescente dalla politica che può essere pericoloso. Nasce qui la crisi della politica nella nostra società, nasce nell’inseguimento del consenso. La leadership a parole diventa sempre di più una followership dei sondaggi. Non credo che possa dare speranza ai giovani chi non guarda con realismo la realtà. Renzi è stato un ottimo coach per il Paese, all’inizio. Poi qualcosa è cambiato, forse perché è prevalsa la ricerca del consenso». 
Adesso che succede?
«Non credo che dovranno esserci elezioni anticipate. Né governi tecnici. Serve un governo politico, con un presidente del Consiglio che non dovrebbe essere così difficile trovare, nel governo uscente o nella maggioranza».
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Euroscettici in festa Bruxelles teme l’effetto domino 

Nel 2017 si vota in Olanda, Francia e Germania 

Marco Bresolin  Busiarda
Non c’è lo choc brutale che aveva caratterizzato il risveglio post-Brexit. Ma l’esito del referendum italiano ha comunque scosso l’intera Europa. Quella delle istituzioni e quella delle capitali, che ora vedono l’incertezza politica aleggiare su uno dei Paesi fondatori dell’Unione. E si teme il rischio «contagio»: sia sul fronte economico-finanziario, in caso di ripercussioni sul sistema bancario, ma anche e soprattutto su quello politico.
Nell’arco del 2017 i test elettorali metteranno alla prova Paesi come Olanda, Francia e Germania. E proprio Berlino non nasconde, accanto al suo «dispiacere» (Angela Merkel dixit), le sue «preoccupazioni». Questo il sentimento espresso ieri da Frank-Walter Steinmeier, attuale ministro degli Esteri tedesco e possibile prossimo Presidente. Ieri, come altri suoi colleghi europei, anche lui ha telefonato alla Farnesina per chiedere informazioni sugli sviluppi politici italiani. Dalla Grecia Steinmeier ha ammesso che questo risultato «non è certamente un contributo positivo in uno dei momenti più difficili per l’Europa». 
Negli ultimi otto mesi, quattro referendum hanno provocato altrettante scosse a Bruxelles. Prima il voto olandese, che ad aprile ha rigettato l’accordo di associazione Ue-Ucraina. Poi lo strappo della Brexit a fine giugno, che ha aperto una pagina ancora tutta da scrivere. Più contenuti gli effetti concreti della consultazione popolare in Ungheria sulle quote di rifugiati: la quasi totalità dei votanti ha espresso il suo disappunto contro Bruxelles, che però si è salvata sul filo del rasoio perché non è stato raggiunto il quorum. Ora, nel quarto referendum del 2016, è stata la volta dell’Italia. «Ma questo voto era sulla Costituzione italiana, non sull’Europa» mette le mani avanti un portavoce della Commissione. Vero, così come è vero che l’endorsement esplicito a Renzi arrivato da Bruxelles, unito al profilo euro-scettico di gran parte dei movimenti a sostegno del No, ha fatto in modo che nelle urne divampasse anche un effetto anti-europeo. Rovinando così la festa per il risultato delle presidenziali in Austria, dove il verde Van der Bellen ha sconfitto il candidato di estrema destra Norbert Hofer grazie a una campagna pro-Ue. Poteva essere il segnale del cambio di marcia, ma le notizie arrivate poche ore dopo da Roma hanno azzerato tutto.
La caduta di Renzi è l’ennesimo sintomo di incertezza che attraversa il Vecchio Continente. Ed è proprio per questo che da Bruxelles tutti si affrettano a scacciare i fantasmi. «Non diventerà una crisi europea», dice il commissario Pierre Moscovici (Affari Economici). Sarà, ma intanto i nemici dell’Unione festeggiano: «È un colpo di martello contro l’euro e l’establishment pro-Ue - esulta il leader dello Ukip, Nigel Farage -. L’Unione sta barcollando da una crisi all’altra». Tra le tante reazioni post-voto, l’unico esecutivo che guarda avanti e ha espresso la sua «volontà di lavorare a stretto governo con il prossimo governo italiano» è quello britannico. E forse non è un segnale rassicurante. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

“Non credo al voto di protesta Ha vinto la passione politica” 
Francesco Grignetti  Busiarda
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, a 74 anni s’è impegnato a fondo nella campagna referendaria per il No. Su questo risultato ci contava. Anche lui, però, è rimasto sorpreso dal record di affluenza. «Da Sciacca a Pordenone, ad ogni iniziativa trovavo sempre più gente. Che ci fosse molta voglia di capire, era evidente. Ma non mi aspettavo neppure io una partecipazione così straordinaria». 
Che cosa è accaduto, la gente ha riscoperto il valore della Costituzione?
«No, il voto è stato essenzialmente politico dopo che il presidente del Consiglio ha gettato sul piatto la sua carica e anche il suo ruolo di ispiratore di questa riforma, che io ritenevo sbagliata. Gli italiani a quel punto hanno reagito alla doppia sfida: chi perché gli era contrario politicamente, chi perché non voleva che modificasse a quel modo la Costituzione». 
Dietro l’alta partecipazione c’è dunque una somma di ragioni?
«Su tutte, la chiave politica. Molti hanno votato per sostenere questo governo e molti altri per farlo cadere. Chi era contro, si sa. Ma c’è stato anche un elettorato del Pd, specie dell’ex Margherita, che si è mobilitato a difesa. Mi spiego così i numeri altissimi del voto in Trentino, Toscana, Emilia-Romagna, come anche il record di Firenze». 
E quanto ha inciso la difesa della Costituzione?
«Ha giocato un ruolo. Io non ho condiviso certi allarmi sul rischio di una deriva autoritaria. È indubbio, però, che in parte dell’elettorato questo timore c’era. E comunque il segno generale di questa riforma, dall’abolizione delle Province al principio di supremazia dello Stato sulle Regioni (un principio che aveva irritato moltissimo in Veneto, per dire, dove sono gelosi della loro autonomia), a un Senato residuale e di consiglieri regionali, ecco questo segno generale era la compressione degli spazi elettivi. A quest’impostazione gli italiani hanno detto no. Nel voto, c’è chi legge soprattutto il disagio sociale. Ci credo poco. L’alta partecipazione ci dice altro, una fortissima voglia di partecipazione». 
Altro che fuga dalla politica.
«Assolutamente. Se prendiamo l’affluenza misera alle Regionali dell’Emilia-Romagna nel 2014, scesa al 37%, non possiamo certo tirare la conclusione che gli emiliani e i romagnoli siano diventati indifferenti alla politica. Quel voto era un astensionismo di protesta, tutto qui. E infatti, con il 75,9%di domenica, le percentuali tornano a livello delle Politiche del 2013, che in Emilia-Romagna videro votare l’82% degli elettori». 
Professore, detto di questa voglia di partecipazione, certo non fuga dalla politica, che cosa si aspetta dalle prossime elezioni politiche? Alti o bassi numeri di affluenza?
«Se avremo una legge elettorale che permette all’elettore di esprimersi pienamente, se non ci saranno liste bloccate che mortificano le scelte, mi aspetto la solita Italia appassionata. E se avremo davanti un anno politico decente, prevedendo un testa a testa tra il Pd e il M5S, mi aspetto una fortissima mobilitazione dei rispettivi elettorati, che soprattutto non vorranno far vincere l’avversario». 
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La protesta dei ragazzi senza futuro 
Massimiliano Panarari  Busiarda
Un rifiuto fragoroso pronunciato dai più giovani. Nell’esito referendario che ha travolto Renzi sono state le giovani generazioni, con i disoccupati, ad avere fatto da volano al No con la percentuale «bulgara» tra il 70 e l’80%. La cifra comunicativa della personalizzazione giocata dal più giovane premier della storia repubblicana non ha suscitato identificazione in positivo con gli esponenti delle classi anagraficamente più vicine a lui. 
E Renzi non è riuscito a convertire in speranza quella paura che si è fortemente radicata nei più giovani (e in un ceto medio in rivolta). Inizialmente, c’era anche stata un’apertura di credito nei suoi confronti, e poteva contare sulla simpatia di alcuni (sebbene non maggioritari) settori giovanili conquistati dalla narrativa della rottamazione (che si equilibravano con altri strati radicali della popolazione giovanile a lui avversi). Ma si è spinto troppo in là, all’insegna di una corsa sempre più solitaria, senza che agli annunci e alle politiche concrete corrispondesse un miglioramento significativo della vita della maggioranza dei più giovani alle prese con un drammatico slalom tra stage, precariato e promesse non mantenute all’interno di un contesto che, secondo vari specialisti, si avvia nella direzione a tinte foschissime di una jobless society (una società senza lavoro). E, nell’attuale scenario postpolitico e antipolitico, non c’è storytelling che tenga: ci si attende velocemente la realizzazione delle aspettative suscitate, e se ciò non accade, si genera, ancor più rapidamente, una disillusione che si traduce in un rigetto durissimo.
Per cercare di completare il quadro va considerato il consenso del Movimento 5 Stelle presso queste fasce anagrafiche, proprio perché interpreta al meglio la sfiducia e il fastidio nei confronti di un «sistema» da cui si sentono respinti. E un ruolo lo hanno giocato sicuramente anche le «camere dell’eco» internettiane e i social, in cui la propaganda sul «golpe renziano» ha evidentemente sortito il suo effetto su vari ragazzi che ne sono assidui frequentatori.
Ma il punto di fondo rimane il disagio sociale, e l’assenza di prospettive per le giovani generazioni a cui la politica non sa trovare soluzioni adeguate. Nel suo prontuario per le campagne elettorali, il celebre pubblicitario Jacques Séguéla affermava che «si vota sempre per il futuro e mai per il passato». E l’esito del referendum rappresenta precisamente la testimonianza del fatto che i giovani si sentono svalorizzati e ritengono di non avere un futuro come evidenzia l’istantanea livida e grigia del 50esimo «Rapporto Censis». 
L’American dream declinato per tutti i Paesi occidentali consisteva anche – e, forse, soprattutto – nell’idea della mobilità e dell’ascensore sociale, che qui da noi si scontrava già (a parte qualche finestra di opportunità apertasi, e richiusasi, nei decenni scorsi) con una rigidità di fondo e una situazione ingessata con taluni tratti da «Antico regime». Il sogno si è spento, e i nodi arrivano al pettine. La protesta, passata attraverso questo massiccio voto reattivo, va ascoltata con grande attenzione e preoccupazione, perché uno spettro si aggira per l’Italia (e non solo), e ha il volto terreo ed emergenziale della «questione giovanile».


Ma il leader vuole elezioni subito “Non lascio questa arma a Grillo” 
Affiora la diversa strategia di Quirinale e premier. Quest’ultimo teme di “far la fine di Bersani per aver appoggiato Monti” Strigliata di Mattarella sull’annuncio notturno in tv della scelta di lasciare

GOFFREDO DE MARCHIS Rep
FOLLE idea, rilancio immediato, contropiede costruito sul 40 per cento del Sì per giocarsi l’ennesima partita della vita. Il disegno prende corpo in un vertice del Pd a Palazzo Chigi. Intorno al tavolo Matteo Renzi, Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Maurizio Martina e Matteo Orfini. L’asse sinistra-renziani doc.
SONO i sostenitori delle elezioni anticipate, della ripartenza volante sulla base dei 13 milioni di italiani fedeli alla riforma. Il premier pensa che si possa andare al voto politico «a gennaio-febbraio». Praticamente dopodomani. Ma come? Con l’Italicum alla Camera, dopo le correzioni della Corte costituzionale, e il proporzionale con sbarramento al Senato. «Non lascio la bandiera delle elezioni anticipate a Grillo e agli altri. Se lo facciamo il Pd è morto, fa la fine che ha fatto dopo aver appoggiato il governo Monti», è il grido di battaglia di Renzi.
Piano azzardato, ma che il braccio destro Lotti certifica con un tweet all’arrembaggio: «Abbiamo preso il 40 per cento nel 2012 e nel 2014. Ripartiamo dal 40 per cento preso domenica ». Il piano è definito. Sarebbe Renzi a portare il Paese al voto da presidente del Consiglio dimissionario. Ma il Quirinale non accetterà mai un vuoto di potere lungo due mesi. Allora, Renzi potrebbe addirittura non dimettersi più, rimanere in carica poche settimane per arrivare al traguardo dell’urna. Nessuna successione. No a governicchi, governi tecnici, men che meno un nuovo premier dem. Sono incompatibili con l’obiettivo inquadrato nel mirino: le urne. E i giochi nel Pd? Al suo partito, il segretario proporrà di trasformare il congresso in primarie per la premiership di centrosinistra, come quelle che incoronarono Romano Prodi nel 2005. Lui sarebbe in pista, ovviamente.
Una corsa a perdifiato piena di ostacoli e che ha già trovato un muro nel presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ieri Renzi e il capo dello Stato si sono visti due volte. La prima di mattina per un colloquio informale dopo la pesante sconfitta referendaria della notte. La seconda nel pomeriggio. Doveva essere l’appuntamento delle dimissioni. Dimissioni rinviate. Mattarella infatti ha chiesto al premier di concludere l’iter della legge di bilancio. «Intendo rispettare le indicazioni del capo dello Stato - spiegherà poi Renzi ai suoi collaboratori -. Se non lo facessi sarei un bambino viziato. Appena approvata la manovra, però, me ne vado. Non so se accadrà venerdì o martedì prossimo. Dipende anche dall’atteggiamento dell’opposizione». Primo round al Quirinale, prima frenata. Dal Colle filtra anche la speranza che la pausa di riflessione serva al segretario a ponderare le mosse.
Renzi infatti espone al presidente della Repubblica il suo progetto. Gli fa capire che «se tutti dicono andiamo a votare il Pd non può essere l’unico partito a opporsi. Significa suicidarsi politicamente». Mattarella è perplesso. Non ha apprezzato il messaggio televisivo nella notte di domenica: «Chi la chiude la legge di stabilità?». Non è contento dell’accelerazione, chiede il contributo sostanziale del «partito che ha 400 parlamentari» a trovare la via d’uscita nell’interesse del Paese. Non è una lite, ma una strapazzata sì.
Il Quirinale, beninteso, giudica «legittima» l’ipotesi di andare subito al voto. «Se il Pd chiede le elezioni, non saremo certo noi a organizzare ribaltoni, non metteremo all’angolo Renzi ». Mattarella tuttavia non condivide l’ipotesi di febbraio. Non vede i tempi tecnici. Va aspettata la Consulta sull’Italicum, è possibile che dopo sia necessario correggere la legge ovvero che la sentenza dei giudici non sarà autoapplicativa. E l’idea di sciogliere le Camere è l’ultimo dei suoi pensieri. Insomma, prima della partita con cui Renzi vuole rimettersi in gioco si svolgerà un confronto vero tra il leader del Pd e il Colle.
Tocca al Pd la parola finale. Ai suoi equilibri, alla resa dei conti. Se arrivera una “sfiducia” al segretario difficile da immaginare oggi, la pallina di un incarico per Palazzo Chigi cadrà probabilmente nel campo di Dario Franceschini. Ormai i ponti tra il premier e il ministro della Cultura sono rotti, anche se ieri ci sono state prove di dialogo. I franceschiniani hanno portato un’offerta ai renziani. «Lasciamo che nasca un governo Franceschini. Dario tiene uniti i gruppi parlamentari e il partito. Non ha intenzione di candidarsi a premier nel 2018. Renzi fa il congresso, lo vince e si ripresenta alle elezioni ». Questo il messaggio. In cambio, per Franceschini si dovrebbero aprire le porte della presidenza del Senato o della Camera, sempre che i dem abbiano i numeri sufficienti a rivendicarle. La maggioranza sarebbe sempre la stessa e il titolare della Cultura ha i contatti giusti per parlare con Forza Italia della nuova legge elettorale. Può mettere in sicurezza il sistema.
Non è la strada di Renzi, che si gioca ancora una volta l’osso del collo. «Le elezioni subito? Dipendono dal Pd. Chiederà le elezioni o chiederà altro?», dice il premier sibillino. Una sfida in piena regola, organizzata sull’onda di una sconfitta. La direzione è stata rinviata da oggi a domani proprio in vista di uno scontro a viso aperto. L’esito del referendum appare incontestabile: è stata soprattutto una sconfitta di Renzi. In queste condizioni può essere lui a dare le carte con la mossa più complicata della politica italiana, cioè chiedere lo scioglimento del Parlamento? Ecco perchè il percorso ha bisogno di altre 24 ore di tempo. È cominciato ieri con l’adesione di Orfini e Martina. Ma il Pd è sotto shock. Parlamentari e ministri s’interrogano sul futuro, non è detto che siano disposti a seguire Renzi fino alla fine.
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Partito e alleanze, ecco il piano Renzi Ma il Pd esplode: “Follia votare subito” Crepa nel patto di sindacato interno: Orfini e Martina favorevoli all’accelerazione, Franceschini e Orlando no. Il premier: “Resto segretario solo con mandato pieno”. E offre un patto ad AlfanoTOMMASO CIRIACO Rep
ROMA. Esplode il patto di sindacato che governa il Pd. Perché se Matteo Renzi ha voglia di tuffarsi nell’avventura del voto immediato, gli azionisti di maggioranza del partito si rivoltano. Non gradisce forzature Dario Franceschini, né digerisce blitz Andrea Orlando. «A Matteo l’ho spiegato - confidava ieri proprio il ministro dei Beni culturali, incontrando i suoi fedelissimi - noi lo sosterremo alla segreteria, ma lui rinunci all’idea di tornare subito alle urne. Vada avanti, senza strappi». Esattamente l’opposto del piano del premier. Che invece può già contare sulla lealtà di Matteo Orfini e Maurizio Martina. E così, a un soffio dalla direzione del Pd di domani, largo del Nazareno rischia la balcanizzazione.
Il momento esatto in cui il barometro inizia a segnare tempesta è ieri, quando il leader convoca Luca Lotti e Maria Elena Boschi, Orfini e Martina. Non Franceschini, né Orlando. Un nuovo gabinetto di guerra, per fissare un unico traguardo: elezioni subito. La foto ricordo dei commensali diventa in un attimo il bignami dei nuovi equilibri. «Mercoledì dirò che resto segretario - annuncia Renzi - ma solo a patto di ottenere un mandato pieno dalla direzione». Tra i paletti, anche la richiesta di carta bianca sulla riorganizzazione del Pd. Come? Facendo leva sulla “regola del 40%”. «Il mio 40%».
È il nuovo programma politico del premier, quello sintetizzato dal tweet ispirato da Renzi e pubblicato nel pomeriggio sull’account di Lotti. «Tutto è iniziato col 40% nel 2012. Abbiamo vinto col 40% nel 2014. Ripartiamo dal 40% di ieri!». Si ricomincia allora dal bottino che la propaganda renziana considera frutto esclusivo dello sforzo del capo. E che significa soprattutto una cosa: «Io ci sono, non mi ritiro a Rignano».
La data della resa dei conti è già fissata per domani. Non è detto che sia l’unica, perché tra le ipotesi allo studio c’è anche quella di riaggiornare la riunione al termine delle consultazioni del Quirinale. Il premier, però, chiarirà subito di non essere disposto a restare ostaggio del risiko interno al Pd. «Ho quarant’anni e una sola faccia. E questa faccia non la perdo certo per qualche capo corrente». Certo, chiederà un patto a tutti gli azionisti interni della maggioranza che governa il partito. Ma non accetterà compromessi al ribasso.
Più che un gioco del cerino, si rischia un braccio di ferro. Franceschini e Orlando contano su nutrite truppe parlamentari. E di fronte a un clamoroso scenario di rottura interna, potrebbero siglare un patto per portare il ministro della Giustizia a sfidare Renzi alla segreteria. Scenari ancora prematuri, che il lavorio diplomatico degli ambasciatori renziani intende scongiurare. «Con Orlando non ci sarà alcun problema. E alla fine anche Dario - giurano - voterà con noi» Martina e Orfini, invece, hanno già deciso. Staranno con Renzi, puntando alla golden share della nuova era renziana. Insieme possono contare sul 12% dei membri della direzione. Meno della somma di Franceschini (20%) e di Orlando (4%), ma comunque abbastanza per consentire al 40% renziano di controllare l’assemblea. Né può cambiare le sorti della sfida il 25% di Gianni Cuperlo e Pierluigi Bersani.
La leadership del partito, si diceva. Nello schema renziano non sono previste tappe intermedie prima del voto. Niente congresso, insomma, al massimo primarie che incoronino il candidato premier. Un dato che allarma chiunque voglia insidiare Renzi, visto che sarebbe proprio il segretario a compilare le liste elettorali. Da lidi assai distanti, l’ha capito anche Angelino Alfano. Lui nel Pd non è di casa, ma potrebbe aspirare a diventare uno dei soci fondatori del “partito del 40%”. Glielo ha spiegato ieri proprio Renzi, consapevole che la pattuglia parlamentare di Ncd può decidere il destino della legislatura. L’ex berlusconiano ha chiesto garanzie per la futura alleanza, e si è preso un giorno per decidere. Oggi, davanti ai gruppi di Camera e Senato, indicherà la sua proposta per il futuro. Con o contro Renzi, questo è il dilemma.
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La bandiera del 40 per cento e quell’intreccio governo-dem Il premier è un combattente ferito e tutt’altro che rassegnato. Ma il partito rischia di non sopportare un’altra sfidaDI STEFANO FOLLI Rep
LA STORIA del giorno dopo si muove su due piani. Il primo è istituzionale e vede il presidente Mattarella prodigarsi per raffreddare gli animi. Il colloquio privato di ieri mattina con Renzi è stato logicamente il passaggio più importante della giornata. C’era il rischio concreto che lo “stress” accumulato dal presidente del Consiglio fosse foriero di qualche incidente ovvero complicasse le procedure della crisi. Il Capo dello Stato ha voluto rendersi conto di persona delle intenzioni del presidente del Consiglio e il chiarimento gli ha permesso di replicare il precedente di Napolitano nel 2011. Allora il premier Berlusconi andò al Quirinale per annunciare le dimissioni — si era nel pieno della tormenta dello spread —, ma le formalizzò un paio di giorni dopo, una volta approvata la legge di bilancio. L’anno dopo lo stesso schema fu adottato da Mario Monti.
La storia si ripete. Renzi è di fatto dimissionario, ma lo sarà sul piano formale solo dopo l’approvazione della manovra finanziaria, comunque entro pochi giorni. È il primo passo per uscire dal pantano in fretta, senza aprire vuoti di potere e soprattutto senza spaventare i mercati. Una strategia tanto più necessaria nel momento in cui l’Eurogruppo solleva obiezioni alla legge di stabilità: il che impone all’Italia di rispondere quanto prima con un governo nel pieno delle sue funzioni. Questo scenario istituzionale rivela, come si è detto, l’impronta di Mattarella. È la sua mossa iniziale per placare gli animi e avviare un’opera di riconciliazione nazionale. Viene meno l’idea di un rinvio di Renzi alle Camere — ormai il premier è destinato a lasciare Palazzo Chigi — e si intuisce la rotta immaginata dal Capo dello Stato, fondata sul presupposto che una maggioranza in Parlamento esiste e non è stata disarticolata dal disastro referendario.
Tuttavia siamo solo ai primi passi di una vicenda complicata. Che è tale perché esiste un secondo piano, quello politico, intrecciato con il primo. È il livello in cui si muove Renzi, combattente ferito ma tutt’altro che rassegnato. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ieri ha taciuto, ma i suoi collaboratori hanno parlato in modo piuttosto chiaro. La tesi ricorrente riguarda quel 40 per cento di Sì che viene attribuito tout court al premier come patrimonio elettorale ormai acquisito. Non c’è più il Pd, se non sullo sfondo. C’è un partito personale che siede sul 40 per cento di Sì. Non è una sorpresa per chi ha seguito la lunga campagna renziana, individuando il vero obiettivo del referendum trasformato in plebiscito. Ma è vero che questa accelerazione crea un altro elemento di frattura all’interno del centrosinistra, nonché fra politica e istituzioni.
Per due ragioni. La prima, rende in prospettiva più fragile l’esecutivo che dovrà nascere. Mattarella lo vuole solido e in grado di interloquire con l’Europa, Renzi si preoccupa invece che non lo sia troppo: sa bene che in quel caso le correnti del Pd lo userebbero contro di lui, magari cominciando dal negoziato parlamentare con Berlusconi e altri sulla nuova legge elettorale. Per l’ex premier diventerebbe più difficile condurre il gioco e convincere gli italiani che lui è sempre il deus ex machina. Renzi ha bisogno di restare al centro della scena e di continuare l’eterna campagna di opinione in vista del voto politico, molto prima della scadenza della legislatura. Ma il governo deve essere debole e tale da non coinvolgere troppo il Pd. Un “governo amico”, si sarebbe detto un tempo.
L’altra ragione porta direttamente nel cuore del Pd. Se Renzi intende sventolare la bandiera del 40 per cento in faccia ai suoi avversari, è plausibile che il partito si spacchi in modo clamoroso e definitivo. Parlare e agire da vincitore dopo una battaglia persa significa gettare molta benzina sul fuoco. Difficile che stavolta la sinistra si lasci annichilire. Intanto si vedrà domani nella direzione quale sarà il clima. Ma Renzi non sembra per ora nell’ordine di idee di svolgere una seria autocritica e di lavorare all’unità interna. Quindi i due piani, istituzionale e politico, rischiano di collidere. La strada del governo e lo psicodramma Pd s’intrecciano. Tenerli separati richiederebbe un leader nel pieno del suo potere, non reduce da una disfatta.
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La metamorfosi  Da rottamatore a “potente” il premier ha perso la simpatiaIl volo di Stato per andare a sciare, lo scandalo Banca Etruria: scivolate che hanno trasformato la parabola dell’innovatore nel simbolo di una nuova nomenklaturaFRANCESCO MERLO Rep
AVESSE incontrato se stesso due anni fa, Renzi si sarebbe autorottamato senza pietà. Dalla Smart all’aereo di Stato, dal selfie al fotografo personale, dalla pizza con Blair al “bollito non bollito” di Bottura con Hollande e la Merkel, la sua è infatti la storia di uno spavaldo dell’antipotere che è diventato un potente spavaldo, la parabola del guascone del 2014 («Mi sento come Al Pacino nel film Ogni Maledetta domenica ») che si è gonfiato di boria nel 2016 («Sono cattivo, arrogante e impulsivo»).
Gli spostamenti progressivi del potere hanno dunque trasformato il simpatico giovanotto che sfacciatamente voleva impadronirsi del mondo («Ho l’ambizione smisurata, non lo smentisco ») nel più scorbutico dei vecchi antirenziani che si compiacevano di essere uomini di mondo, «uno di quei polli di batteria» di cui il “renzidiprima” voleva a tutti i costi non rispettare le regole: «Non starò mai alle loro regole, le regole di una generazione che ha già dato tutto quello che poteva dare».
Il “renzidipoi” è invece quello che nel Capodanno del 2015 andò a sciare con la famiglia prendendo l’aereo di Stato sino ad Aosta e poi l’elicottero sino a Courmayeur. Si giustificò così: «Per protocollo di sicurezza», che è lo scudo linguistico di un privilegio. Il renzidiprima, il 18 febbraio 2014, al contrario diceva: «No, guardate, a me la scorta non mi garba, non la voglio, grazie. La mia scorta è la gente ». E tutti a replicargli «ma non si può...». Con la Giulietta bianca era salito al Quirinale e contro “il protocollo di sicurezza” montava sopra i treni: «Non voglio dare al Paese l’impressione di un uomo che una volta al governo cambia status, immagine, stile. Non posso e non voglio passare dalla bicicletta all’auto blu. Io sono di Rignano! ».
Ma ecco la questione amletica: quando quel ragazzo, che sembrava agli italiani simpatico e sanguigno, con quegli incredibili pantaloni attillati e il giubbotto di pelle a chiodo in opposizione ideologica, è diventato anche lui nomenklatura? Si sa, ogni rivoluzione mangia i suoi figli. Ebbene, quando Renzi si è auotomangiato? Quando Renzi ha smesso di fare il Renzi? E ancora: si diventa nomenklatura a poco a poco, oppure a scatti, o la sua era solo demagogia; oppure forse, c’è stato, nei mille giorni del potere, un momento fatale che ha cambiato il renzidiprima nel renzidipoi?
Di sicuro aveva ancora una fame da lupo («A 38 anni sono pronto per fare tutto») il renziediprima quando, il 13 luglio del 2013, andò di nascosto e di mattina presto a trovare la Merkel, che di lui disse: «Questo ragazzo mi incuriosisce». Due anni dopo, il 23 gennaio 2015, con una conferenza stampa napoleonica il renzidipoi esibì la Merkel ai giornalisti nella Galleria dell’Accademia di Firenze ai piedi del David: «Consiglio alla Germania di adottare la legge elettorale che noi abbiamo fatto in 11 mesi». E promise: «Come a Michelangelo era bastato togliere il marmo in eccesso così faremo anche noi con il processo di riforme, toglieremo la burocrazia in eccesso».
E però, ad ogni slittamento dall’immagine di bullo bellimbusto, come il famoso Fonzie televisivo, a quella del boiardo di Stato con busto al Pincio, come La Marmora e Ricasoli, era come se i peli dell’ambiguità italiana si spostassero dalla faccia di D’Alema a quella di Renzi. E oggi il No che lo rottama dimostra che la metafora dei baffi ha traslocato: imago animi vultus. Dunque sono traslocate le ambiguità, le mille trame attribuite, i presunti inciuci, gli affari, le ombre cinesi, il petto gonfio, il mezzo sorriso, persino il passo che da saltellante si è fatto marziale.
E forse il momento fatale, quel momento che tutto riassume e tutto trasforma in Storia, è stato il suicido di Luigino D’Angelo, il 28 novembre del 2015, il sessantottenne pensionato — di sinistra — a cui la Banca Etruria aveva azzerato i risparmi, 110mila euro investiti in spazzatura finanziaria. Renzi non pregò sulla sua tomba, non andò ad abbracciare la vedova, la signora Lidia Di Marcantonio («Solo Berlusconi mi ha mandato un bellissimo telegramma, lo Stato ci ha girato le spalle»). Renzi si chiuse a Palazzo Chigi, e non fece quel che il renzidiprima avrebbe fatto — prima di ubriacarsi con il 41 per cento dei consensi — : carezze economiche e belle parole ai pensionati, la promessa di riformare le banche, non dico i versi di Ezra Pound sull’usura e neppure le metafore di Brecht o gli aforismi di Kraus, o i disegni di Otto Dix, ma le parole di Obama del 2010 contro «gli speculatori banditi»: «Mai più salvataggi a spese dei consumatori». E invece il New Deal del renzidipoi fu… il salvataggio delle banche già fallite.
Ed è passata un’epoca da quando Renzi, giocando con il suo iphone faceva un autoscatto goffo e scriveva “io” sotto una faccia gonfia e nessuna messa a fuoco. Era l’8 settembre del 2014. Confrontate quell’immagine con quell’altra, per esempio, del 29 ottobre del 2016, realizzata dal fotografo personale Tiberio Barchielli. È insieme a Zuckerberg lungo i corridoi di Palazzo Chigi, tra mappamondi e arazzi. Il renzidipoi ama infatti le eccellenze, i cantieri finiti, i nastri da tagliare, i viadotti riedificati a tempo di record e subito richiusi dopo la sua visita.
Era ben più vero e più popolare lo scapestrato che a Firenze, indossando l’elmetto giallo, saliva sulle ruspe, rispetto allo statista in visita alla Ferrrari il 31 agosto 2016, alla Ferrero il 14 settembre 2016, alla Lamborghini e poi alla Philip Morris il 23 settembre 2016, all’Hitachi di Pistoia il 13 ottobre 2016, alla ex Fiat di Cassino il 24 novembre 2016… Ma fotografandolo ormai abitualmente in pose che sanno di pensiero, il bravo Barchielli ce lo mostra nella verità più cruda: il renzidipoi è un personaggio ormai immaginario, il vezzoso involucro del potere, la metamorfosi è compiuta. E forse tutto è cominciato quel giorno a Siracusa, il 5 marzo del 2014, quando — ricordate? — in una scuola di borgata, vicina alla chiesa di Lucia, santa e sempre più cieca, Renzi accettò l’accoglienza servile dei bambini che, istruiti dai maestri, gli cantarono “facciamo un salto / battiam le mani / muoviam la testa/ facciam la festa”. Ecco, noi allora intuimmo la metamorfosi. Scrivemmo infatti: «Se fosse stato ancora lo stesso che, appena eletto segretario, scelse come inno “Resta ribelle” dei Negrita, Renzi avrebbe certamente intonato “prendi una chitarra e qualche dose di follia / come una mitraglia sputa fuoco e poesia”. E, con l’incitamento a contestare e a irridere i maestri, avrebbe rifiutato quei miagolii che dai maestri erano stati imposti: “presidente Renzi/ da oggi in poi / ovunque vai / non scordarti di noi”».
Ecco, c’era già il renzidipoi nel renzidiprima, l’evoluzione non fa salti, la metamorfosi è il bruco che non può non farsi farfalla, è l’uomo che non può che farsi scarafaggio. Viene dunque da lontano la sconfitta del renzidipoi. Ma non è la sconfitta dello stil novo “da Dante a Twitter” (che è il suo libro del 2012), ma è semmai il No al twittume che lo circonda, alla petulanza del circoletto social che, per esempio, produsse il ciaone ai tempi del referendum “No trivelle” (17 aprile 2016), la pacchianeria del vincitore renziano che dimostrò di non sapere vincere con quello sbotto di scherno che ricordava le corna di Gassman quando, sulla spider, sorpassava strombazzando.
E però, poiché nella fine c’è sempre la perfezione dell’inizio, l’altro ieri Renzi ha dimostrato di saper perdere, di essere ancora un capo nel Paese dei maggiordomi e dei militanti ossessivi. Domenica notte, con accanto Agnese che lo rendeva elegante, Renzi ha provato che si può vincere perdendo. Sia pure per il tempo di un discorso, il renzidiprima infatti ha avuto la meglio sul renzidipoi.
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