sabato 19 maggio 2018

Altri due scienziati digitali reinventano il capitalismo

Viktor Mayer-Schönberger e Thomas Ramge: Reinventare il capitalismo nell'era dei big data, Egea 


Risvolto
Il capitalismo sta morendo. I profitti crescono mentre la disuguaglianza aumenta e l’innovazione rallenta. Qualcosa deve succedere. La fusione tra big data e intelligenza artificiale porterà, secondo gli Autori, a un nuovo tipo di capitalismo: quello fondato sui dati. Nel corso dell’ultimo secolo la storia del capitalismo è stata la storia di un mercato dominato da denaro e imprese. Usiamo il prezzo per valutare i beni e la cifra che siamo disposti a pagare indica fino a che punto riteniamo valido un prodotto. Le imprese, dal canto loro, coordinano attività complesse, come la produzione di massa delle automobili, controllando il flusso delle informazioni e centralizzando il processo decisionale, e garantendo al tempo stesso un livello di occupazione stabile. Ma il capitalismo dei dati è un’altra cosa: i dati che noi generiamo su noi stessi e quelli che le imprese generano relativamente ai loro prodotti permettono ad appositi algoritmi di collegare acquirenti e venditori in modo molto più efficiente rispetto ai mercati basati sul sistema dei prezzi. Queste stesse forze rendono superfluo il controllo rigido delle informazioni, consentendo a gruppi di persone di dimensioni sempre più ridotte di coordinarsi efficacemente senza dover ricorrere a un’infrastruttura elaborata. In definitiva, le grandi imprese centralizzate potrebbero ridursi a nulla più che un individuo e il suo computer. Un capitalismo incentrato sui dati potrebbe significare un’economia più sostenibile e più equa, ma la fine dell’impresa – e, con essa, la fine del lavoro stabile – comporta anche grossi rischi. Reinventare il capitalismo nell’era dei big data ci spiega come il cambiamento tecnologico in corso stia uccidendo il capitalismo che siamo abituati a conoscere e che cosa lo rimpiazzerà.

Un libro di Raul Mordenti sul ciclo 1968-1977

Raul Mordenti: La grande rimozione, Bordeaux edizioni

Risvolto
Il ’68-’77 (“decennio rosso”) non è stato affatto quello che hanno raccontato le ricostruzioni giornalistiche e televisive: una simpatica lotta per la libertà sessuale e per i diritti civili, nonché la preparazione del terrorismo di sinistra. Il Movimento è stato invece un tentativo, per quanto politicamente primitivo e insufficiente, di riproporre il problema della rivoluzione in Occidente. Né più né meno. A partire dalla riflessione sulla novità teorica di quel ciclo di lotte (il concetto di “movimento politico di massa”), il libro ricostruisce la vitale realtà di un decennio di lotte che hanno fecondato e arricchito la democrazia italiana e si interroga in particolare sulle ragioni della sconfitta del movimento del ’77 («una sconfitta che si poteva e doveva evitare») attribuendone la principale responsabilità alla micidiale tenaglia costituita dal Governo Andreotti-Cossiga (sostenuto dal Pci della “solidarietà nazionale”) e dall’estremismo dell’autonomia. Schiacciato fra questi due elementi, diversi ma convergenti, si trovava una realtà ben diversa, cioè il movimento stesso: diffuso e duraturo, complesso e ricco di potenzialità, fatto di decine di migliaia di compagni/e, è stato ieri represso così come oggi è fatto oggetto di una inaccettabile cancellazione (“la Grande Rimozione”). Il libro argomenta questa tesi con documenti votati dalle assemblee del movimento e con brani scritti mentre gli avvenimenti si svolgevano intrecciati con osservazioni dell’oggi. Una posizione tanto convinta e appassionata quanto polemica e controcorrente, da cui non può prescindere il dibattito che si riapre in occasione del quarantennale del ’77 e del cinquantennale del ’68.

Una inutile biografia rimasticata di Marx


Scontro tra titani: l'epistocratico Cassese e Luciano Violante su Edipo e Antigone






















Un'intervista a Michel Serres, antinostalgico



Notizie sul Caravaggio rubato a Palermo

















Satana a Goraj: il primo Singer


venerdì 18 maggio 2018

La Cina popolare chiama forza lavoro intellettuale qualificata: andate, arricchitevi e fate grande e prospero il socialismo


Barbari e migrazioni dei popoli di ieri e di oggi: Barbero


Padri e figli nel Sessantotto. Il parere del Crociato Battista


Todisco su Bonaventura da Bagnoregio




mercoledì 16 maggio 2018
A colloquio col filosofo Todisco autore di un saggio sul santo francescano: «Riconoscere come lui che tutto è dono spinge a condividere la vita, a sperimentare la nostra gioia in quella dell’altro»                 

La versione cinematografica antitotalitaria di "Vita e destino" di Grossman



Una rara rappresentazione dell'imperialismo americano a teatro


Un romanzo su Magellano

MagellanoGianluca Barbera: Magellano, Castelvecchi, pagg. 238, euro 17,50

Risvolto
Anno 1519. Da Siviglia salpano cinque caracche sotto il comando di Ferdinando Magellano. Il viaggio durerà tre anni. Magellano dovrà affrontare ammutinamenti, tempeste, il gelo polare, malattie e scontri con feroci tribù, alla ricerca di un passaggio che attraverso il Sudamerica lo conduca in Oriente, verso la meta finale: le favolose Isole delle Spezie. Ma gli eventi prenderanno una piega imprevista. Magellano e il racconto della prima circumnavigazione del globo, narrato dalla voce di Juan Sebastiàn del Cano, tra i pochi a fare ritorno in patria a bordo dell'unico veliero superstite, il quale si attribuirà il merito dell'impresa infangando la memoria di Magellano, rimasto ucciso nell'oscura isola di Mactan (nelle Filippine) in circostanze drammatiche. Un viaggio non solo fisico ma anche dell'anima, scritto in una lingua che sembra farsi più primitiva a mano a mano che la spedizione procede verso terre sempre più ignote e selvagge.

giovedì 17 maggio 2018

Fumaroli e la Repubblica delle lettere

Marc Fumaroli: La Repubblica delle Lettere, Adelphi, pagg. 464, euro 32

Risvolto
Nel corso degli anni, Marc Fumaroli ha studiato e frequentato assiduamente «quella società ideale, e ciò nondimeno reale, che fino alla Rivoluzione francese oltrepassò la geografia politica e religiosa dell'Europa via via umanista, classica, barocca, neoclassica, avendo costantemente l'Antico come patrimonio e oggetto di riflessione», e che «si è essa stessa chiamata per quattro secoli e in tutte le lingue Repubblica delle Lettere». Questo volume raccoglie l'essenziale di quanto egli ha scritto sull'argomento, che proprio grazie a lui è tornato a essere ineludibile in qualsiasi riflessione sulla cultura europea. Nata con la contagiosa passione di Petrarca per far riemergere a forza di scavi il tesoro disperso e sepolto dell'antica humanitas e della sua urbanitas, e sviluppatasi nella Firenze di Marsilio Ficino, «quella società di amici e di uguali» ha attraversato i secoli, trasferendo via via la sua capitale da Firenze a Roma, da Roma a Venezia, e da qui a Aix e a Parigi, che sarà in concorrenza con Londra e Amsterdam. Sulla scorta di quello che Fumaroli definisce «il sublime trattato Del Sublime» – e che indica un solo modo per «sfuggire alla sterilità moderna», per «isolarsi dal proprio tempo di decadenza»: volgersi alle grandi epoche, tornare a quei capolavori del passato «che hanno qualcosa di divino» –, i membri della Repubblica delle Lettere («grandi anime, nate troppo tardi») hanno a lungo costituito, grazie soprattutto allo scambio epistolare, quella che potrebbe essere stata anche l'unica entità sovranazionale felicemente riuscita, «una grande città invisibile e salda». 

Tom Wolfe liberale prototrumpista e apripista del sovversivismo dei ricchi


Giornale

Addio alla penna caustica di Tom Wolfe
Il carattere distintivo della sua opera e della sua personalità è stato quello dell’eccentricità e dell’essere controcorrente nell'America, degli anni Settanta e Ottanta
Avvenire  martedì 15 maggio 2018


Tom Wolfe, l’America disincantata 
Ritratti. La scomparsa, a 87 anni, dello scrittore e giornalista che segnò un'epoca con il suo stile letterario e articoli leggendari. Fra i suoi libri di culto, «Il falò delle vanità» 
Andrea Colombo Manifesto 16.5.2018, 0:04 

Il più dandy tra i grandi giornalisti americani si è spento ieri sera a New York, ucciso da un’infezione a 87 anni. Con i suoi immancabili completi bianchi, mai smessi dal 1962, Tom Wolfe aveva portato nella metropoli del nord il tocco un po’ alla Rhett Butler del sud, della Virginia in cui era nato. Scriveva articoli come fossero romanzi e romanzi con l’occhio attento a registrare ogni sommovimento culturale e sociale del giornalista di gran classe. Nessuno più di lui, neppure Truman Capote che aveva aperto la strada, ha smantellato le tradizionali barriere tra giornalismo e letteratura. 
QUELLO STILE, consapevolmente ricercato e adottato, è stato poi definito New Journalism e Tom Wolfe ne è stato il fondatore, il modello, il nume tutelare.
I suoi libri li hanno letti in tanti, ma molti di più, anche in Italia sono quelli che lo citano, spesso senza saperlo e magari a sproposito. Ogni volta che accusiamo qualcuno di essere «radical-chic» adoperiamo il termine da lui coniato in un famosissimo articolo del 1970, la cronaca di una serata organizzata nell’appartamento di lusso di Leonard Bernstein, nel cuore dell’Upper East Side, per raccogliere solidarietà e fondi a favore del Black Panther Party.
Era un articolo, poi raccolto in volume, spietato e affilato come un rasoio, ma realistico. Wolfe era un conservatore, gran sostenitore di George Bush nelle elezioni del 2004, diffidente verso tutti i vezzi e le mode liberal ma assolutamente onesto. A tutt’oggi chi volesse sapere davvero cosa sono stati gli hippies d’America, quali il loro linguaggio, lo stile di vita, la visione del mondo, non troverebbe di meglio che il suo eccezionale L’Acid Test al Rinfresko Elettriko, il racconto scritto nel 1968 dall’avventura di Ken Kesey e dei suoi Merry Pranksters, dai viaggi su e giù per gli States sull’autobus giallo guidato dal reduce beat Neal Cassady ai grandi acid tests in cui venivano servite agli ospiti, senza avvertirli, bibitoni d’aranciata corretta all’Lsd, con sullo sfondo i Grateful Dead che suonavano le prime note psichedeliche, avanguardia di un esercito di band che avrebbe popolato di lì a poco l’intera California.
Qualunque altro giornalista dell’epoca, e anche di quelle successive, si sarebbe accontentato di descrivere una vicenda che, in quel momento, era al centro della scena culturale negli Usa e in mezzo mondo. Wolfe non si accontentò. Sapeva che per restituire la realtà della controcultura hippie non bastava raccontarla ma bisognava ricorrere agli strumenti propri del romanziere, lavorare a fondo sul linguaggio. 
MISE A FRUTTO l’esperienza e la sperimentazione già portata avanti in numerosi articoli, già raccolti nel volume del 1965, La baby aerodinamica kolor karamella, ventidue pezzi su argomenti disparati ma tenuti insieme dallo stile rivoluzionario e inimitabile dell’autore. Riuscì a fotografare come nessuno dopo di lui la realtà della controcultura californiana, senza sarcasmo, superiorità o toni sprezzanti, con una partecipazione anche emotiva insospettabile in un uomo così distante dalla cultura psichedelica.
Come aveva immortalato un’epoca, ne registrò anche il declino in un altro articolo destinato a fare storia, nel quale coniava una nuova definizione destinata a diventare di uso comune negli Usa quanto «radical-chic», The Me Decade, quello che noi chiamiamo «Riflusso». L’ultimo centro come giornalista Wolfe lo mise a segno nel 1979 con The Right Stuff, sull’addestramento degli astronuati americani, un best seller diventato poi un film altrettanto fortunato. 
MA IL GIORNALISMO ormai gli andava stretto. Per raccontare gli anni ’80, l’epopea grottesca e tragica degli yuppies di Wall Street, scelse di slittare verso il romanzo, ma senza sacrificare le lenti del giornalista. Incrociò la saga degli yuppies con le tensioni razziali, l’impennata delle diseguaglianze sociali, la cronaca delle trasformazioni di New York. Aveva in mente un modello preciso, La fiera delle vanità di Tackeray, e gli rese un omaggio esplicito fin dal titolo del suo primo, fortunatissimo romanzo del 1987, Il falò delle vanità. Il suo capolavoro sia come giornalista che come romanziere.
Wolfe riesce, infatti, non solo a rendere sin nei particolari la mitologia megalomane che animava gli yuppies, il declino di valori che la loro ascesa aveva implicato negli anni ’80 ma anche a coglierne l’intrinseca fragilità, il loro essere usati, premiati ma anche gettati via senza esitare da poteri economici e finanziari ben più solidi e persino più cinici.
Quel risultato magistrale Tom Wolfe non è mai più riuscito a raggiungerlo. Il suo secondo romanzo, Un uomo vero, uscito undici anni dopo, fu un best seller, soprattutto per le attese suscitate dal libro precedente, ma l’equilibrio perfetto tra narrazione romanzesca e cronaca sociale del Falò era già distante e i due romanzi successivi, Io sono Charlotte Simmons del 2004, sul declino delle università americane, e Le ragioni del sangue del 2012 sono stati entrambi dei flop clamorosi. 
FORSE PER UN AUTORE già vicino agli ’80 tentare di restituire la realtà dei giovani americani del nuovo millennio, nei costumi, nel modo di parlare e pensare, come aveva fatto quasi quarant’anni prima con gli hippies era davvero una sfida troppo azzardata.
Eppure, nonostante i suoi limiti, Charlotte Simmons resta un quadro d’insieme sui campus del 2000 straordinario almeno dal punto di vista dell’inchiesta se non da quello della maestria narrativa, a conferma del grandissimo talento che il gentiluomo vestito di bianco della Virginia ha dimostrato sempre dai primi articoli, alla fine degli anni ’50, fino all’ultimo romanzo.

Il confronto tra Penrose e il Nostro Parmenide a Milano

Intelligenza artificiale. La filosofia fa i conti con le parole della scienza 
Confronti. A Milano il dialogo tra Roger Penrose e Emanuele Severino organizzato dall'Associazione culturale Communitas 
Marco Liberatore Manifesto 15.5.2018, 0:05 
Più di seicento persone hanno preso d’assalto sabato scorso le sale del Centro Congressi di Fondazione Cariplo, a Milano. Non veniva presentato un avveniristico device, non si svolgeva un concorso pubblico, non faceva esibizione di sé qualche fashion blogger. 
COSÌ TANTE PERSONE, molte giovanissime, sono accorse per ascoltare due ultra-ottantenni disquisire su intelligenza naturale e intelligenza artificiale: il matematico e astrofisico Sir Roger Penrose e il filosofo Emanuele Severino. All’incontro – organizzato dall‘Associazione culturale Communitas e coordinato da Fabio Scardigli, Marco Dotti, Marcello Esposito – hanno partecipato in qualità di relatori anche la psicologa Ines Testoni e i fisici Giacomo Mauro D’Ariano e Giuseppe Vitiello. 
Nel corso della sua relazione Penrose ha avuto modo di esporre la sua tesi e di argomentarla velocemente. In sintesi: intelligenza naturale e intelligenza artificiale sarebbero incommensurabili, in quanto la prima non si dà senza comprensione e coscienza di sé. Idea già espressa nei libri La mente nova dell’imperatore e Ombre della mente. La coscienza umana sarebbe allora un effetto quantistico dato dai microtuboli interni ai neuroni, ipotesi che fa ancora molto discutere. Inoltre, e a differenza della «Ai», la comprensione umana non si manifesta usando esclusivamente procedure e algoritmi computabili. La versione di Turing del teorema di incompletezza di Gödel ne sarebbe un esempio: esistono verità matematiche che sono proposizioni indecidibili, enunciati per i quali nessuna procedura logico-matematica può dimostrare se veri o falsi. Quindi l’«Ai» può imitare l’intelligenza umana attraverso algoritmi ma non può riprodurla. 
ANCHE LA RIFLESSIONE del filosofo Severino si è focalizzata su coscienza, intelligenza e comprensione. La filosofia può aiutare a capire le parole della scienza la quale non ha come obiettivo la scoperta di verità incontrovertibili, in quanto – dice il filosofo – non mira alla verità ma alla potenza sul mondo. La scelta tra due teorie concorrenti è determinata dalla capacità di trasformare il mondo. E continua – quando la scienza parla di coscienza, intelligenza e comprensione, si riferisce a oggetti e cose particolari ma la notizia della coscienza da dove è attinta? Dalla dimensione della manifestazione del mondo, che non è una cosa tra le cose. 
Inoltre, si vuole produrre l’intelligenza, ma cosa sarebbe poi la «produzione»? Per Platone – e per tutta la cultura occidentale – «è ogni causa che fa passare una qualsiasi cosa dal non essere all’essere». Come sa bene chi conosca la riflessione di Severino, «passare dal non essere all’essere» è un concetto che abbiamo introiettato me che si rivela essere tutt’altro che scontato. Certo – chiude il filosofo – la tecnica è destinata al dominio e l’uomo è animato dalla volontà di vivere. Ma alle spalle di tutto ciò non c’è forse qualcosa di più decisivo? 
AL TERMINE DELLA GIORNATA, sia detto senza polemica, l’impressione è di aver assistito a un incontro mancato tra filosofia e scienza, ognuno ha parlato il proprio linguaggio senza tentare di comprendere quello dell’altro. Non sarebbe potuto accadere diversamente, forse, considerato il tempo dedicato a ogni intervento. E probabilmente tale incontro esula dall’obiettivo degli organizzatori, più divulgativo e, in quanto tale, centrato. 
Infine non può che rimanere inevasa una questione basilare. Posto che il termine Intelligenza Artificiale sia fuorviante – si dà intelligenza fuori da un corpo cosciente di sé? – come affrontare il nodo composto dalla crescente automazione, dalla tentazione tecnocratica, dal capitalismo 4.0 e dal consumismo come unico orizzonte di senso?
Resta viva, dunque, l’urgenza di riflessione su temi come questi e la necessità, in un mondo sempre più complesso, di analisi interdisciplinari accurate.

L'uso dei Big Data nell'approccio digitale alle scienze umane


Condello difende il liceo classico ma non riflette sulla crisi dei saperi e perciò serve a poco se non alla consueta polemica masturbatoria