sabato 2 luglio 2016

In autunno il primo numero della rivista "Materialismo Storico": inviate proposte di saggi e recensioni


Dopo l'estate la redazione di "Materialismo Storico" varerà il primo numero della rivista. Il blog attualmente on line cambierà e diventerà una sezione dedicata all'attualità politica e culturale.

Il primo numero, 1-2/2016, conterrà saggi di Domenico Losurdo, André Tosel, Tom Rockmore, Fabio Frosini, Marina Montesano, Guglielmo Forges Davanzati, Federico Martino, Bernard Taureck, Francesco Fistetti, Francesco Germinario, Claudio Tuozzolo, Stefano G. Azzarà e altri.

Dal numero successivo, ottenuto il codice ISSN e l'iscrizione alle liste Anvur, cominceranno le pubblicazioni regolari tramite numeri tematici. Le pubblicazioni avverranno soltanto on line e saranno ad accesso aperto.

"Materialismo Storico" è una rivista scientifica legata al Dipartimento di studi umanistici dell'Università di Urbino. Chi voglia collaborare - tenendo conto della natura prevalentemente accademica e dell'orientamento culturale della rivista - può presentare sin d'ora proposte di saggi e contributi per i numeri successivi al primo info@materialismostorico.it. Già per il primo numero possono però essere presentate proposte di recensioni.

Assieme alle proposte inviate per favore anche il curriculum e, se possibile, uno o due saggi o recensioni già pubblicati.

La redazione sta già lavorando all'organizzazione di un convegno sul Mito Transpolitico, che si terrà all'Università di Urbino nel 2017  [SGA].
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Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane
info@materialismostorico.it

Direttore Scientifico: Stefano G. Azzarà
Condirettore: Fabio Frosini

Redazione: Giorgio Grimaldi, Emiliano Alessandroni, Leonardo Pegoraro, Carla Maria Fabiani, Renato Caputo, Rosalinda Renda, Micaela Latini, Diego Angelo Bertozzi, Riccardo Cavallo, Elena Maria Fabrizio, Spartaco Puttini, Alberto Pantaloni.

Comitato scientifico

Presidente: Domenico Losurdo

Filosofia
José Barata-Moura (Universidade de Lisboa), Giuseppe Cacciatore (Univ. Federico II di Napoli), Mario Cingoli (Univ. di Milano Bicocca), Roberto Finelli (Univ. Tor Vergata di Roma), Francesco Fistetti (Univ. di Bari), Wolfgang Fritz Haug (Historisch-kritische Wörterbuch des Marxismus HKWM), Giacomo Marramao (Univ. Tor Vergata di Roma), Nicola Panichi (Scuola Normale Superiore di Pisa), Stefano Petrucciani (Univ. La Sapienza di Roma), João Quartim de Moraes (Universidade Estadual de Campinas, SP, Brasil), Jan Rehmann (Union Theological Seminary, New York), Tom Rockmore (Duquesne University, USA), Bernard Taureck (Universität Braunschweig) André Tosel (Univ. de Nice Sophia Antipolis), Claudio Tuozzolo (Univ. di Chieti-Pescara).

Storia
Angelo d’Orsi (Univ. di Torino), Francesco Germinario (Fondazione “Luigi Micheletti” di Brescia), Marina Montesano (Univ. di Messina), Gianpasquale Santomassimo (Univ. di Siena), Anna Tonelli (Univ. di Urbino).

Pedagogia
Massimo Baldacci (Univ. di Urbino).

Discipline economiche
Riccardo Bellofiore (Univ. di Bergamo), Guglielmo Forges Davanzati (Univ. del Salento), Vladimiro Giacché (Presidente del Centro Europa Ricerche, Roma; Vicepresidente Ass. Marx XXI).

Discipline giuridiche e storico-giuridiche
Antonio Cantaro (Univ. di Urbino), Federico Martino (Univ. di Messina).

E' estate: buone vacanze



E' ormai estate inoltrata. Come di consueto, questo blog verrà aggiornato con scarsa continuità e convinzione. Le pubblicazioni regolari riprenderanno a settembre [SGA].

I liberali riflettono sulla fine della democrazia moderna e sono contenti


Lorenzo Castellani: Il potere vuoto. Le democrazie liberali e il ventunesimo secolo, Guerini e Associati

Risvolto
Il grande gioco del potere sta cambiando e la democrazia liberale vive una crisi dai due volti Da un lato l'avanzare del populismo, la fine dei partiti, il leaderismo, l'influenza del potere giudiziario, costituiscono il nuovo codice genetico della sovranità statale Dall'altro sul tavolo della politica internazionale sono evidentissimi i fallimenti dell'esportazione della democrazia, le ipocrisie della tutela dei diritti umani With this in mind, a journey into the mechanisms of liberal democracy can only be a journey into the West's crisis, the crumbling of politics, in the weakness of the Western democracies in the face of great changes imposed by the advent of globalization, new technology, geopolitical challenges Preface by Marco Valerio Lo Prete

Nella vita di Adriano Monti la parabola della destra italiana: dai nazisti alla Cia a Tel Aviv, sempre in nome dell'anticomunismo


Adriano Monti: Nome in codice Siegfried. Operazione Odessa, Golpe Borghese, Guerra dei Sei giorni, Chiesa del silenzio, Guerra nei Balcani, Chiarelettere pp. 328, euro 18

Risvolto

Per tutti era solo un medico chirurgo. Una storia avventurosa, per la prima volta raccontata in presa diretta.
A quindici anni Adriano Monti si arruola volontario nelle SS internazionali spacciandosi per maggiorenne. Vuole combattere contro l’Armata rossa, finirà nella morsa della resistenza partigiana. Segue la strada del padre, gerarca fascista in Toscana poi funzionario del ministero delle Corporazioni della Repubblica di Salò, condannato a morte dal Tribunale del popolo e scampato per miracolo all’esecuzione. Ma il suo campo di battaglia vivrà nuove trincee.
Dal golpe Borghese alla Guerra dei sei giorni arabo-israeliana, dai conflitti nell’Africa nera al fronte dei Balcani, con ruoli sempre da protagonista nei panni di agente della rete internazionale Gehlen.
Tutto sotto copertura: “Odessa”, la fuga degli ex nazisti verso il Sud America con l’appoggio del Vaticano; “Chiesa del silenzio”, la preparazione di un esercito di sacerdoti-soldati inviati in Unione Sovietica per catechizzare la popolazione locale in funzione anticomunista. I legami con gli uomini di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, l’incontro con papa Wojtyla, l’arresto e l’isolamento con la minaccia di una cellula comunista che vuole fargli la pelle: saranno i provvidenziali consigli di Luciano Lutring, il “solista del mitra”, a salvargli la vita...
Una testimonianza scomoda, che sottrae alla Storia la sicurezza della ricerca oggettiva per restituirle la tensione e la forza della vita

Ricordo di Yves Bonnefoy

Risultati immagini per bonnefoyYves Bonnefoy la musica delle parole 

Il grande poeta francese è morto ieri a Parigi all’età di 93 anni. Aderì all’avventura surrealista e contestò Valéry
VALERIO MAGRELLI Restampa 2/7/2016
Nei tempi andati, osservò un grande musicista, il calzolaio faceva le scarpe per gli altri: oggi, invece, le fa solo per sé. Nella sua disarmata semplicità, questa citazione riassume lo sviluppo delle arti negli ultimi due secoli, da quando, appunto, si consumò il divorzio fra l’autore e il suo pubblico. Infatti, a cominciare proprio dalla musica, tale distanza si è talmente ampliata da costituire, in molti casi, una barriera invalicabile, che ha escluso l’ascoltatore medio dalla possibilità di un godimento estetico. Questo per dire come molta parte della produzione artistica risulti oggi estranea ai “normali” fruitori. Ciò vale anche per la poesia, che è andata inesorabilmente allontanandosi
dal gusto medio. Il preambolo ci porta alla domanda: come invitare a un’opera complessa come quella di Yves Bonnefoy, uno dei maggiori poeti del secolo scorso, morto ieri a Parigi all’età di 93 anni? Partiamo dicendo che, oltre ai suoi versi, egli ha composto saggi che spaziano dalla critica d’arte alla storia della letteratura, con interventi su Giacometti o Piero della Francesca, su Ariosto, Shakespeare, Leopardi o Baudelaire. Con lui scompare un poeta che, pur provenendo da una matrice speculativa, volle sempre aderire alla realtà in maniera concreta, materica.
Diamo allora uno sguardo alla sua formazione. Tra le letture predilette troviamo da una parte Plotino, Hegel, Cèstov, Kierkegaard, dall’altra Dante, Racine, Mallarmé, Bataille, e molti testi arcaici quali il Popol-Vuh, il Libro dei morti egizio o il Kalevala finnico. A ciò si aggiunga l’influsso dell’esistenzialismo e della fenomenologia. Si è parlato al riguardo di una suspense metafisica, di una teologia negativa, di una concentrazione che ricorderebbe il dialogo agostiniano dell’anima con se stessa. Tuttavia, tale legame fra poesia e filosofia non deve far dimenticare la ricchezza delle opere in prosa. Al pari di poeti quali Auden, Brodskij o Paz, Bonnefoy ha cioè offerto avvincenti testimonianze di “saggistica creativa”.
E dunque, rispondendo alla domanda iniziale, forse un lettore non specialista dovrebbe proprio partire da questi libri, per poi passare al nucleo centrale dei versi. Si pensi al Giacometti del 1991, un testo che, definito «biografia di un’opera», meriterebbe l’appellativo di romanzo. Basti un esempio. Un giorno l’artista rimase a casa di un’amica per badare al figlio. Al ritorno, la donna li trovò in un silenzio glaciale. Cosa è successo? «Non ha voluto disegnarmi un coniglio», dice il bambino in lacrime. «Non so disegnare un coniglio», rispose tetro l’improvvisato baby sitter. Nascosto alla fine del volume, in qualche modo l’aneddoto ne costituisce il fulcro. A ben vedere, infatti, tutto il libro non è che un illuminante commento a tale incapacità di rappresentare la vita naturale. Ma se un artista non sa disegnare conigli e rifiuta il richiamo del vero, quale sarà l’oggetto della sua arte? La risposta sta appunto nello sguardo del poeta-biografo, che tramite il doppio registro psicoanalitico e fenomenologico incrocia la vita di Giacometti con la sua arte.
Nato a Tours nel 1923 da padre operaio e madre insegnante, Bonnefoy studia filosofia (prima alla Sorbona, poi con Gaston Bachelard) e si avvicina al surrealismo, stringendo amicizia con scrittori e pittori quali Paul Celan, Philippe Jaccottet, André Frénaud, Balthus e Pierre Klossowski. Tra le sue raccolte di versi, dopo il grande successo di Du mouvement et de l’immobilité de Douve (1953), si segnalano Hier régnant désert (1958), Pierre écrite
(1965), Dans le leurre du seuil ( 1975), Ce qui fut sans lumière (1987), La vie errante (1993), Les Planches Courbes (2001) e L’heure présente (2013). Da segnalare la cura di un Dizionario della mitologia in tre volumi (poi edito da Rizzoli nel 1989). Fra le prose, L ´ Arrière- Pays (1972) e Rue Traversière (1977). Sposato nel 1968 con la pittrice americana Lucy Vines, nel 1972 ha una figlia, Mathilde, oggi regista. Dal 1981 viene nominato alla cattedra di “Studi comparati della funzione poetica” al Collège de France. Una curiosità: nel romanzo di Leonardo Sciascia Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, compare proprio Bonnefoy (autore, non a caso, di un testo intitolato Un sogno fatto a Mantova, tradotto da Sellerio nel 1979).
Ma torniamo all’avventura surrealista. Dopo una prima adesione al movimento, già nel 1947 Bonnefoy rifiuta di firmare un manifesto surrealista. Motivo del distacco è il rimprovero, rivolto a Breton e compagni, di sostituire alla realtà una surrealtà. Eccoci al centro della sua ispirazione: attingere a una sorta di infanzia linguistica, per ritrovare, come è stato detto, la nativa vicinanza delle parole e delle cose minacciata dalla concettualizzazione e dall’astrattezza. Da qui la violenta polemica con Valéry. La sua indagine vuole restare ancorata alla sfera mondana, e lo dimostrano sia il titolo della prima raccolta ( Anti- Platone), sia l’intento di «restituire all’oggetto terrestre la sua vocazione all’assoluto».
Come mi capitò di notare, il suo universo lirico pare ridursi ad alcuni elementi primordiali (pietra, fuoco, sangue, spada, vento, albero, schiuma, acqua, ferro, terra, lampada, alba, uccello, riva, stella), “sostanze” che formano un dettato chiuso e sigillato, spesso ermetico, benché animato da misteriose, vivissime presenze. Possiamo dire insomma che la sua scrittura, in versi o in prosa, abiti una dimensione fatta di enigmi e presagi, come si legge in uno dei suoi capolavori, L’Arrière- Pays (1972), ossia L’entroterra, uscito da Donzelli nel 2004. Quando una strada si leva, scoprendo in lontananza altri percorsi nelle pietre; quando il treno si infila in una stretta valle, all’imbrunire, passando davanti a certe abitazioni dove per caso si accende una finestra; quando la nave segue da vicino una costa, mentre il sole ha un bagliore su un vetro distante; quando il mistero tocca per un attimo cose umili quali uno specchio consunto, un cucchiaino di stagno, un giardino scorto attraverso una siepe — ebbene, quando ciò accade, allora la realtà sembra dischiudersi e divaricarsi come a un bivio. Che nome hanno quei villaggi laggiù? Perché sta ardendo un fuoco su quella terrazza? Chi è che ci fa segno? A chi è rivolto quel saluto?
Epifanie, apparizioni, presentimenti, costituiscono un tratto inconfondibile della sua ricerca, e a partire da questa idea di soglia della percezione, Jean Starobinski ha individuato il sussistere di un atteggiamento gnostico, rimpianto di una perdita originaria: «In simili occasioni, è rapida in me una particolarissima emozione. Credo di essere vicino, mi sento chiamato alla vigilanza. Basta un cenno perché l’essere e la sua luce si divida, e io mi senta in esilio». Ecco, Bonnefoy ci ha lasciato, ma lasciandoci un inesausto desiderio di senso e insieme di fratellanza verso il Creato. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Addio a Yves Bonnefoy il poeta che doveva diventare capocantiere
di Stefano Montefiori Corriere 2.7.16
PARIGI Yves Bonnefoy ha concluso a 93 anni la sua vita di poeta, ieri a Parigi, poche settimane dopo avere pubblicato un importante saggio autobiografico — lui così schivo — che indagava sugli inizi della sua vocazione. Nell’ Echarpe rouge ( La sciarpa rossa , edito come sempre da Mercure de France), il più grande poeta francese contemporaneo evoca l’infanzia e la sua relazione con i genitori, con la madre maestra ma soprattutto con il padre operaio, che sognava per il figlio un avvenire da capocantiere.
Bonnefoy racconta di un padre silenzioso fino al mutismo, sopraffatto dalle incombenze quotidiane, possessore di un unico libro — sulle locomotive —, un uomo che non rideva, non scherzava, non parlava. «Non aveva vissuto abbastanza infanzia per comprendere che cosa potesse succedere nella mia», scrive il poeta con affetto, dispiacere, mai rivalsa.
L’incapacità paterna di comunicare con le parole spinse il Bonnefoy bambino a interessarsi a quella realtà così misteriosa ed esotica, la poesia, ma con un senso di colpa che non lo abbandonerà mai: più leggeva e scriveva, più imparava a giocare e a destreggiarsi con le parole, più il fossato con il padre si approfondiva, fino al rimorso finale di avere compreso solo tardi che «il silenzio è la risorsa di coloro che riconoscono nobiltà al linguaggio».
Nato a Tours il 24 giugno 1923, Bonnefoy ha studiato matematica al liceo di Tours e all’università di Poitiers prima di trasferirsi a Parigi nel 1943 e consacrarsi alla poesia. Dopo un iniziale periodo di interesse per il surrealismo, se ne distaccò rifiutandosi di firmare nel 1957 il manifesto dell’Eposizione universale del surrealismo. Negli anni Cinquanta i viaggi in Italia, e nel 1953 la pubblicazione della sua raccolta di esordio, Movimento e immobilità di Douve , accolta da un grande successo di critica. Seguiranno Ieri deserto regnante , Pietra scritta fino all’opera forse più conosciuta, La vita errante edita nel 1993.
La fascinazione di Bonnefoy per le parole si espresse anche nell’interesse per la traduzione, in particolare delle opere di William Shakespeare, ma anche della poesia di W. B. Yeats, John Keats, Giacomo Leopardi e Francesco Petrarca. A partire dal 1960 Bonnefoy ha regolarmente tenuto lezioni all’estero, dalla City University di New York a Yale, dal Williams College all’università di Ginevra.
Nell’introduzione al libro Il digamma (edito da Es nel 2015), il suo traduttore italiano Fabio Scotto scrive: «Con La vita errante trova sempre maggior spazio, nelle raccolte dette poetiche, la prosa (...).
La produzione di Bonnefoy in prosa è quantitativamente più cospicua del lavoro squisitamente poetico, a significare, nel segno della migliore tradizione francese che, da Nerval a Baudelaire, attraverso Rimbaud e Baudelaire, ha progressivamente sottratto al verso l’esclusività dell’espressione poetica, come la poesia sia ovunque, nella letteratura come nell’arte, nell’architettura come nella musica, quando l’essere si rivela nella sua più autentica presenza. Ecco perché ogni scritto di Bonnefoy ha un tasso di poeticità altissimo». Bonnefoy riconosceva anche dal punto di vista teorico l’importanza dell’infanzia «che non finisce», e la sua connessione intima con le poesia.
«La poesia è associabile all’infanzia e anche ai primi momenti di vita in un modo assolutamente essenziale — spiegò una volta in un’intervista a Rodica Draghincescu —, perché? Perché verso i sette o otto anni la cristallizzazione delle grandi articolazioni concettuali del nostro rapporto al mondo sostituisce all’esperienza aperta e diretta degli esseri e delle cose che predominava nel bambino, una rappresentazione di un gran numero di loro aspetti che sarà ormai astratta, e dunque parziale, tanto che non si potrà più restare con loro nell’intimità di prima, con le cose e gli esseri non si avrà più quel rapporto immediato che ne faceva delle presenze piene, fossero esse amichevoli o nemiche.
È di questa presenza — così intensamente vissuta, in quegli "anni profondi", che talvolta se ne provava angoscia — che la poesia si ricorderà più in là nella vita, con nostalgia. E la poesia avrà allora il desiderio di farla rivivere, è questo rapporto al mondo perduto che la poesia cercherà di ricreare con i suoi propri mezzi. Ecco perché si può dunque ben dire che la poesia è infantile».
Un tema, quello dell’infanzia, che Yves Bonnefoy ha ripreso nell’altro libro uscito settimane fa assieme a L’Echarpe rouge , ovvero Ensemble encore , una raccolta di poesie in gran parte mai pubblicate.
La morte lo ha colto mentre stava preparando l’edizione della sua opera completa nella collana Pléiade di Gallimard. 

Un noir su Malaparte e il fascismo

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venerdì 1 luglio 2016

Tempi interessanti: destra, sinistra e UE. Brexit, la Cina e la Russia


Il fronte di chi vuole rompere l'Unione Europea è larghissimamente egemonizzato dalle destre di ogni tipo, da quelle retro a quelle postmoderne.
Ma dalle destre è egemonizzato in maniera altrettanto ampia il fronte di chi l'Unione Europea vuole mantenerla.
Lo scontro è dunque prevalentemente tra due costellazioni di destra, tra le quali quella neoliberale è in questa fase la più pericolosa, senza che questo sia un obbligo a perseguire il male minore.
A differenza della fase della costruzione degli stati nazionali, la vittoria delle forze borghesi più evolute (quelle internazionaliste) sugli interessi dei ceti proproetari più arretrati non comporta un progresso generale, perché questa loro affermazione abbatte non l'Ancien Regime ma la democrazia moderna come equilibrio relativo dei rapporti di forza tra le classi. E la sostituisce oltretutto con rapporti di produzione più squilibrati, senza che ciò comporti a parziale risarcimento un passo in avanti nella costruzione dell'essenza umana generica.
D'altro canto il fronte degli interessi reazionari (alla lettera), che mobilita oggi anche i ceti popolari privi ei coscienza, organizzazione autonoma e rappresentanza, si ribella alla sottomissione al capitale sovranazionale ma non mette in discussione nemmeno per un momento, da parte sua, il proprio dominio sulle classi subalterne. Del quale vorrebbe invece perpetuare la sostanza e le forme, sommandovi lo sfruttamento della forza lavoro migrante. Esso non è certo rappresentabile come borghesia nazionale, dunque.
In ogni caso, di un fronte che abbia a che fare con la sinistra e che rappresenti le ragioni dell'emancipazione e dell'uguaglianza non c'è neanche l'ombra, né da una parte né dall'altra.
Da ciò si capisce oltretutto perché il Nuovo Fronte anticapitalista proposto dal Mito Transpolitico è del tutto immaginario.

Anche sul piano strutturale il conflitto non è perciò solo tra classi dominanti e subalterne ma in primo luogo all'interno di ciascuna classe.
Inutile fare il tifo o applicare in maniera meccanica e religiosa schemi di una fase incommensurabile.
Tempi interessanti per gli studiosi, tempi di confusione per la politica [SGA].


L’economista Piketty: la Brexit non è un voto contro la Ue ma contro l’immigrazione e i mercati che creano diseguaglianze
“Il capitalismo ha bisogno di regole per tornare al servizio della collettività” di Anais Ginori Repubblica 2.7.16
PARIGI. «Più che un voto contro l’Europa, la Brexit esprime soprattutto un segnale contro l’immigrazione e la globalizzazione». Grazie ai suoi studi sulla storia del debito e delle disuguaglianze, Thomas Piketty inquadra il nuovo terremoto che ha scosso l’Unione europea in un contesto più ampio di disaffezione per l’ideologia della libera circolazione e un sintomo della crisi del capitalismo. «Una tendenza internazionale nella quale però l’Europa ha le sue responsabilità» spiega l’economista francese, autore de “Il Capitale del XXI secolo”.
La Brexit rappresenta anche la fine di un ciclo della globalizzazione?
«Si avverte sempre di più la necessità di una regolamentazione del capitalismo. Abbiamo bisogno di istituzioni democratiche forti che possano limitare la crescita delle disuguaglianze, e rovesciare il rapporto di forza. La potenza del Mercato e dell’innovazione economica deve essere messa al servizio dell’interesse generale. E’ sbagliato pensare che tutto si risolve in modo naturale. Lo abbiamo visto in passato ».
Quando?
«Nel primo ciclo della globalizzazione, tra l’Ottocento e il 1914, quando la fede cieca nell’autoregolazione dei mercati ha provocato disuguaglianze, tensioni sociali, crescita dei nazionalismi, fino alla guerra mondiale. Dopo, c’è stata una fase storica nella quale le élite occidentali hanno avviato riforme sociali, fiscali, mettendo un freno alle disparità. A partire dagli anni Ottanta, siamo entrati in una nuova fase di deregulation legata a diversi fattori, tra cui le rivoluzioni conservatrici anglosassoni, la caduta dell’Urss».
Non vede nessun segnale di autocritica?
«Purtroppo la crisi del 2008 non ha prodotto alcun cambio sostanziale. Resta la fede nell’autoregolazione dei mercati e nella “sacra” libera concorrenza, nonostante le disuguaglianze provocate. Se non si riuscirà a dare una risposta con politiche progressiste resterà la tentazione di trovare dei capri espiatori: il polacco nel Regno Unito o il messicano negli Stati Uniti. Ci saranno sempre responsabili politici che cavalcheranno questi sentimenti».
Come Donald Trump o Marine Le Pen?
«Molti dei leader populisti e xenofobi appartengono a categorie di privilegiati che spiegano alle classi popolari bianche che i loro nemici non sono i miliardari bianchi, bensì altre classi popolari nere, immigrate, musulmane. E’ un modo di distorcere l’attenzione dai problemi del sistema capitalistico ».
Cosa fare contro il ritorno dei nazionalismi?
«Il quadro in Europa non è così nero. Rispetto agli Stati Uniti o alla Cina, continuiamo ad avere un modello sociale di sviluppo molto più soddisfacente. Al tempo stesso, l’Europa soffre di una frammentazione politica, con Stati-nazione ancora in competizione gli uni con gli altri. All’interno dell’Ue c’è un dumping sociale, fiscale. L’esempio più evidente è la mancata volontà di unificare l’imposta sulle società. Le classi medie hanno l’impressione che i più privilegiati pagano meno di loro. Queste disuguaglianze alimentano i populismi di destra e la nascita di movimenti come Podemos o Syriza».
Perché ha accettato di lavorare come consigliere di Podemos?
«Pablo Iglesias o Alexis Tsipras non sono perfetti ma sono molto meno pericolosi dei nazionalisti polacchi o ungheresi. Basta vedere gli sforzi che la Grecia fa per accogliere i rifugiati. Nel caso della Spagna ci vorrebbe un atto di coraggio, ovvero una moratoria sul debito pubblico, per invertire tendenza su crescita e disoccupazione. Solo così Psoe e Podemos potrebbero formare un governo. E ci sarebbe un cambio di maggioranza politica nell’Unione. La Francia, l’Italia e la Spagna rappresentano insieme il 50% del Pil rispetto al 27% per la Germania».
Perché ha interrotto la collaborazione con il leader laburista Jeremy Corbyn?
«Non avevo tempo di partecipare alle riunioni. Nessun legame con la campagna sulla Brexit. In sei mesi, non sono mai riuscito ad andare agli incontri del Labour. Nel caso di Podemos, sono stato invece più volte a Madrid. Pablo Iglesias è anche venuto a Parigi».
Ha contatti con partiti italiani? Potrebbe collaborare con il Movimento 5 Stelle?
«No, francamente non credo proprio. Ho invece parlato con alcuni collaboratori di Matteo Renzi, soprattutto per esprimere il mio scetticismo. Sulla riforma dell’eurozona, speravo che Renzi fosse più ambizioso. Invece si è accontentato di qualche aggiustamento marginale».
Forse perché la Germania è inflessibile su certi punti?
«Se l’Italia, la Francia e la Spagna mettessero sul tavolo un proposta di unione politica e finanziaria con un parlamento dell’eurozona competente sul livello di deficit e sulla ristrutturazione dei debiti sovrani, allora la Germania non potrebbe mettere i bastoni tra le ruote. Invece la Francia non ha fatto niente per l’Europa del Sud, assecondando la Germania per avere gli stessi tassi d’interessi. Mentre Berlino continua ad avere un atteggiamento insopportabile».
A quale atteggiamento si riferisce?
«Avere l’8% del Pil di eccedenza nella bilancia commerciale non serve a niente. La Germania deve investire nel paese e aumentare i salari. Già durante la prima fase globalizzazione la Francia e il Regno Unito avevano accumulato per decenni eccedenze commerciali. Un’aberrazione. L’unico motivo, più o meno esplicito, è una volontà di dominazione su altri paesi. E’ una patologia della globalizzazione che purtroppo si ripete adesso».

«Attenzione, c’è il rigetto di tutto l’establishment politico»
Guntram Wolff, economista, è il direttore dell’Istituto Bruegel di Bruxelles, e uno dei più autorevoli osservatori di cose europee: Prima la Brexit, poi l’annuncio del secondo voto in Austria, subito dopo l’estate. Che cosa rischia l’Unione Europea? intervista di Luigi Offeddu Corriere 2.7.16
«In molti Paesi c’è una sensazione generale: il rigetto di ogni establishment politico. E questa è una minaccia presente non solo in Europa, ma in tutto il mondo occidentale, anche negli Usa con la possibile vittoria di Donald Trump».
Guntram Wolff, economista, è il direttore dell’Istituto Bruegel di Bruxelles, e uno dei più autorevoli osservatori di cose europee: l’Ecofin o i Parlamenti tedesco, inglese e francese come quello Ue lo chiamano spesso per ascoltare i suoi pareri.
Come può reagire l’Ue a questa minaccia?
«Deve dimostrare i suoi valori, e questo non può essere fatto soltanto con fatti economici. L’Ue deve mostrare che sa affrontare meglio problemi concreti e attuali come l’immigrazione, il controllo delle frontiere, la disoccupazione, i fondi europei. Deve raggiungere il cuore della gente, saperle parlare. Ci vuole più leadership, ci vuole una miglior comunicazione».
E sul piano economico?
«È necessario subito uno stimolo agli investimenti pubblici, pari all’1-2% del Pil nel Nord Europa, per esempio in Germania, Francia, Olanda. E allo 0,5-1% al Sud, per esempio in Italia».
A proposito dell’Italia, che cosa può o deve fare a sua volta?
«Qualcosa di assolutamente imperativo: risolvere i suoi problemi nel sistema delle banche, ripulirlo. Pena conseguenze negative per l’economia, o l’occupazione. Poi, il problema fondamentale da 20 anni, quello della crescita: il sistema dei salari non è adattato allo sviluppo della produttività. Ma se non si risolvono i problemi della corruzione e del crimine organizzato, specie al Sud, laggiù il problema resterà».
Torniamo all’Ue. Per qualcuno quest’ultima è una sfida più grande di quella portata dalla caduta del Muro…
«Forse. Una cosa è certa: la crisi del 2008, la cui minaccia immediata è stata superata, colpì l’establishment economico; questa volta, come si diceva, c’è il rigetto di quello politico… Eppure, razionalmente l’Ue è una parte della soluzione del problema: per esempio, se non ci fosse l’Ue, l’immigrazione verrebbe affrontata meglio? Io non credo proprio, tutto sarebbe anzi più difficile».
Questa crisi ci ha insegnato comunque qualcosa, ci sono dei casi esemplari da tener presenti, in positivo o in negativo?
«Certo. Guardiamo per esempio alla Gran Bretagna: le regioni che pochi giorni fa più hanno sostenuto la scelta della Brexit, l’addio all’Unione, sono state quelle colpite economicamente per vent’anni dal declino industriale. Mentre in Germania la Ruhr, regione delle miniere e dell’acciaio che da ragazzo io ricordo anch’essa colpita da una pesante crisi, si è reinventata: lo ha fatto con la cultura, con le industrie creative, e oggi possiamo dire che è una regione relativamente a posto».
COLPO ALL’ORDINE MONDIALE MOSCA E PECHINO I VINCITORI 
Maria Serena Natale Corsera 1 7 2016
«La Brexit potrebbe rivelarsi la più grande minaccia all’ordine mondiale postbellico che abbiamo visto finora». Ian Bremmer, analista americano specializzato nella valutazione dei rischi geopolitici, inquadra l’allontanamento di Londra dall’integrazione europea in una traiettoria precisa: la disgregazione della democrazia sovranazionale. 
L’uscita del Regno Unito dalla Ue non è il primo trauma che le democrazie occidentali devono affrontare. Perché è più grave di altri? 
«È il terzo grande colpo agli assetti globali dopo la reazione sproporzionata degli Stati Uniti agli attentati dell’11 settembre 2001 e la crisi finanziaria del 2008. Rischia di essere il più dannoso perché oggi l’America è più debole e le conseguenze dureranno anni, con il pericolo di innescare un domino di consultazioni in altri Paesi europei e, sul versante interno, portare alla dissoluzione del Regno Unito. In assenza di un architetto dell’ordine globale, è destinato a prendere il sopravvento il modello economico, politico e culturale cinese, secondo il quale la priorità non è più stringere e potenziare alleanze diplomatico-istituzionali ma sviluppare e mettere a frutto le relazioni commerciali». 
È un processo reversibile? 
«L’Europa che conoscevamo, intesa come nucleo di valori e obiettivi comuni, è tramontata. Andiamo invece verso un’Europa delle transazioni, incentrata sul mercato comune con funzioni limitate e livelli d’integrazione rivisti al ribasso. La vittima della Brexit è l’approccio alle relazioni interstatali fondato sull’idea di integrazione sovranazionale». 
Come incide la rinuncia di Boris Johnson alla leadership conservatrice sulla forza negoziale del Regno Unito con l’Unione Europea in questa fase? 
«Il paradosso è che per Johnson sarebbe stato più agevole trattare con l’Europa sul tema cruciale dell’immigrazione, perché la sua linea è sempre stata meno radicale rispetto agli aspiranti leader come Michael Gove. Ma l’ex sindaco di Londra è una mina vagante che ha provocato una polarizzazione estrema nelle dinamiche politiche legate al referendum, sia a casa che all’estero. Ai fini del delicato negoziato che si apre ora con Bruxelles, per gli interessi britannici è meglio che abbia rinunciato». 
La Brexit altera anche i rapporti di forza tra l’Europa e la Russia di Vladimir Putin? 
«L’approccio russo è diverso da quello cinese: più che a quella economica, Mosca punta alla supremazia militare. Un’Europa più debole facilita il ricorso alla strategia del divide et impera e l’assorbimento delle vecchie zone d’influenza, dal Medio Oriente all’Europa orientale». 
La Gran Bretagna ha sempre controbilanciato le ambizioni franco-tedesche di egemonia continentale, come si riconfigura ora il rapporto tra Parigi e Berlino? 
«Negli ultimi settant’anni la relazione bilaterale non è mai stata tanto fragile, indebolita da tensioni nazionaliste che si fanno sentire soprattutto dal lato francese, mentre l’approccio tedesco resta più pragmatico. Immaginiamo solo cosa accadrebbe con Marine Le Pen presidente, crescita rallentata, tensioni sociali in aumento. E in tutto questo, i britannici fuori dalla partita».

Brexit, il tempo degli sciacalli Brexit. Intanto si comincia a stilare l’inventario del possibile bottino proveniente dal sacco di Londra. Apre le danze Easy jet che, per non rischiare di perdere i diritti di volo comunitari, si è messa alla ricerca di una sede europea dove trasferire la sua base londinese. Virgin e Ryanair potrebbero seguire. Il settimanale tedesco der Spiegel elencava l’altro ieri una succulenta serie di possibili migrazioni finanziarie e imprenditoriali post Brexit Marco Bascetta Manifesto .7.2016, 23:59
Londra non si è fatta in un giorno e in un giorno non si smonterà. Neanche in qualche decennio. E, tuttavia, il tempo degli sciacalli ha già visto sorgere la sua alba. Prima ancora di sapere il corso, tutt’altro che lineare, che prenderà l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea e la natura dei futuri rapporti tra Londra e il vecchio continente, gli ex partner già si contendono le presunte spoglie della City.
Con l’eleganza di un branco di lupi e con la serietà di un avanspettacolo. Renzi e Sala non perdono tempo. Già favoleggiano di ravvivare il transatlantico spiaggiato di expo e la spiaggia sepolta di Bagnoli con le schegge prodotte dall’esplosione immaginaria della più grande piazza d’affari d’Europa. Ma, se sono tra i più ridicoli, non sono certo i soli.
Numerosi candidati si fanno avanti con ambizioni ancora più spudorate di soppiantare la City londinese. Gli imbonitori imperversano sulla rete, sulla stampa, nei circoli padronali e perfino nelle cancellerie, promettendo il paese della Cuccagna finanziaria. Dublino offre la lingua, la vicinanza e una solida atmosfera liberista, ma le sue infrastrutture lasciano a desiderare. Francoforte (che ha peraltro il difetto di appartenere alla già troppo potente Germania) consente di prendere il caffè con Mario Draghi e di mettere direttamente il naso negli umori della Bce, ma non basteranno certo le ragazze in vetrina della Kaiserstrasse, in una città che nelle ore notturne tende al deserto, ad allietare la vita dei manager della finanza. Più mortalmente noioso c’è solo il Lussemburgo che vanta, tuttavia, una sperimentata spregiudicatezza nel render la vita facile a capitali e fondi d’investimento, nonché una discreta tradizione gastronomica. Resta l’indubbio fascino della Ville lumière, ma sempre troppo turbolenta e dove il computer continua tenacemente a chiamarsi ordinateur.
Tuttavia, sebbene il glamour abbia il suo peso, è sul terreno fiscale che la competizione si fa più aspra e concreta. Gli sciacalli fanno a gara nell’offrire a banche, imprese, multinazionali e società finanziarie gli sconti fiscali più mirabolanti. A pagare le infrastrutture e le “grandi opere” di cui abbisognano provvederanno comunque i contribuenti. Si rivela in questa frenetica e indecente competizione per la “pelle dell’orso” la vocazione di tutti i paesi dell’Unione a trasformarsi, selettivamente e ufficiosamente, nei tanto deprecati “paradisi fiscali”. In questa materia non ci sono regole comuni o principi condivisi se non quello della competizione senza esclusione di colpi, né preoccupazioni di equità nel blandire poteri fuoriusciti da qualsiasi patto sociale.
Intanto si comincia a stilare l’inventario del possibile bottino proveniente dal sacco di Londra. Apre le danze Easy jet che, per non rischiare di perdere i diritti di volo comunitari, si è messa alla ricerca di una sede europea dove trasferire la sua base londinese. Virgin e Ryanair potrebbero seguire. Il settimanale tedesco der Spiegel elencava l’altro ieri una succulenta serie di possibili migrazioni finanziarie e imprenditoriali post Brexit.
Vodafone ci starebbe seriamente pensando; Goldman Sachs prevede lo spostamento di 6500 posti di lavoro; Lloyds Bank si accingerebbe a chiudere 23 filiali in Gran Bretagna; Morgan Stanley intende dislocare 2000 posti tra Dublino e Francoforte, Visa 1000 posti e il suo centro dati in altro paese europeo; JP Morgan si propone di ricollocare altrove dai 1000 ai 4000 dipendenti; Siemens, Ford e Airbus intendono riesaminare i propri piani di investimento nel Regno unito. Insomma non sarebbe solo il proverbiale “idraulico polacco” a fare le valigie. Quanto di vero o di strumentale ci sia in queste dichiarazioni di intenti non influisce affatto sull’appetito manifesto dei governi europei che stringono ancora in mano i capelli strappati per il dramma della Brexit.
Tutti questi spostamenti, qualora dovessero effettivamente accadere, non inciderebbero granché sui livelli occupazionali dei diversi paesi in lizza per spartirsi il bottino britannico. Qualche migliaio di operatori finanziari non modificano di certo l’economia di un paese e l’atteso “indotto” si rivela in genere poco più di un miraggio. In un banale sistema di vasi comunicanti i posti di lavoro sottratti a un paese si ripresentano, sovente ridotti e meno tutelati, in un altro, dove le condizioni dell’accumulazione appaiono più favorevoli. Che si tratti di colletti bianchi o di colletti blu nulla cambia nella sostanza. E,in linea di principio, non è cosa di cui gioire.

Il solco profondo sull’Europa tra le élite e il mondo reale
di Ernesto Galli della Loggia Corriere 30.6.16
Per antica consuetudine gli intellettuali europei — specie quelli di sinistra, da settant’anni in strabocchevole maggioranza — sono molto bravi nel trovare i termini appropriati per designare le cose che non piacciono usando il marchio dell’infamia ideologica. Questa volta è stato Bernard-Henri Lévy che non si è lasciato scappare l’occasione fornitagli dalla vittoria inglese della Brexit. I cui fautori, ai suoi occhi, non sono altro che «populisti», «demagoghi», «ignoranti», «cretini», seguaci più o meno inconsapevoli di tutto ciò che c’è di peggio al mondo.
Da Le Pen a Putin a Trump, «nuovi reazionari», «incompetenti», «volgari» «sovranisti ammuffiti» (termini testuali che traggo da un articolo del nostro sul Corriere di lunedì scorso).
Mi chiedo come sia possibile, con tutto quello che sta succedendo, non rendersi conto che proprio pensando, dicendo e scrivendo da anni, a proposito di parti sempre crescenti delle opinioni pubbliche del continente cose come quelle scritte da Lévy, non rendersi conto, dicevo, che proprio in questo modo le élite intellettuali (e politiche) europee sono riuscite a scavare tra sé e le opinioni pubbliche di cui sopra un solco profondo di avversione e di disprezzo. A rendersi insopportabili con la loro sicumera e la loro superficialità.
Prendiamo una delle accuse più ripetute, quella di «sovranismo». Che cosa vuole dire? Chi la muove ne dà regolarmente un’interpretazione che più negativa, anzi odiosa, non si potrebbe. Sovranista, secondo questa accusa, vorrebbe dire che vogliamo e dobbiamo contare solo «noi», che conta solo quello che ci fa comodo, che nessuno deve venire a disturbare la nostra vita quotidiana, le nostre abitudini perché tutto ciò che non ne fa parte ci mette paura e lo sentiamo come una minaccia alla nostra tranquillità. Insomma qualcosa a metà tra un «borghese piccolo piccolo» e uno xenofobo, tra Alberto Sordi e Himmler.
Ma dentro il termine sovranismo non è forse contenuto il concetto di sovranità, quella cosa che il primo articolo della Costituzione (certo della «nostra» Costituzione, quella italiana, ma a quale altra dovremmo fare riferimento?, è forse indice di «nazionalismo» riferirsi ad essa?) «appartiene al popolo»? Dunque è al «popolo» o no, è agli elettori o no che spetta l’ultima parola sulle cose importanti che li riguardano? e ai primissimi posti tra questi non c’è forse la costruzione europea? E se questa con i trattati di Maastricht , di Lisbona e con la moneta unica, ha previsto la cessione proprio di parti rilevantissime della sovranità, è davvero così assurdo pensare che il popolo avrebbe dovuto, o debba, dire la sua? E perché mai, poi, se la richiesta di un referendum su un simile argomento la propone David Cameron — così com’ è effettivamente accaduto, ma come troppo facilmente ci si dimentica — allora tanti come Bernard-Henri Lévy non trovano nulla da ridire e osservano il più scrupoloso silenzio, ma se invece il medesimo referendum lo chiede un partito che a loro dispiace allora apriti cielo, è il populismo che stende i suoi tentacoli, la demagogia che vuole sostituirsi alla democrazia?
Quello di Lévy è solo un esempio tra i moltissimi. In tutti gli anni trascorsi, infatti, troppa parte dell’intellettualità europea, e proprio quella più autorevole o legittimata — a cominciare dal giornalismo e dall’intellettualità economico-giuridica, in mille modi legata a filo doppio al potere politico-statale e alle «occasioni» offerte da Bruxelles — ha chiuso gli occhi o ha troppo debolmente eccepito sulle incongruenze o sulle vere e proprie forzature che hanno caratterizzato il cammino dell’Ue. Ha fatto proprio con troppa docilità il politicamente corretto che faceva tutt’uno con l’europeismo ufficiale, spesso, tra l’altro, largamente foraggiato dalla stessa Bruxelles.
È accaduto precisamente così che l’ insoddisfazione che andava crescendo nell’opinione pubblica di molti Paesi del continente, vedendosi impossibilitata ad accedere al circuito della discussione pubblica qualificata e ostracizzata dai media ufficiali, vedendosi regolarmente ridicolizzata e pubblicamente apostrofata con i peggiori epiteti, sia andata sempre più radicalizzandosi, sempre più caricandosi di astio , diciamolo pure, spesso sempre più incarognendosi, dando vita alla difficilissima situazione attuale. Con l’Unione a pezzi, i sistemi politici di mezza Europa alle corde, le loro élite boccheggianti e delegittimate. Non c’è che dire: gli aedi della democrazia possono essere soddisfatti.

Il nobel Angus Deaton: “Assurdo che gli svantaggiati sostengano Trump e Farage”
“Il mercato libero sarà odiato dai poveri finché aumenterà le disuguaglianze” intervista di Eugenio Occorsio Repubblica 1.7.16
ROMA. Globalizzazione e diseguaglianze, due facce della medaglia. Come valorizzare la prima senza accentuare le seconde, un’equazione intorno alla quale si scervellano da anni economisti di tutto il mondo. E la missione di una vita per Angus Deaton, classe 1945, nato a Edimburgo e oggi docente a Princeton dopo aver insegnato a Cambrige e Brixton, che grazie ai suoi studi sulla povertà e le ingiustizie insite nella globalizzazione ha vinto il Nobel per l’economia nel 2015. «Quello che non riesco a spiegarmi, che non mi dà pace, è che a favore della conservazione più retriva, da Farage a Trump, si siano schierate le fasce più svantaggiate, dagli abitanti di Tower Hamlets, il distretto degli immigrati di Londra dove il 30% dei bambini vive sotto la soglia di povertà, a quelli di Sunderland, una cittadina che grazie alla globalizzazione vive quasi esclusivamente in virtù di una fabbrica della Honda».
Lei ha conservato la doppia cittadinanza: ha votato?
«Macché. C’è una strana legge nel Regno Unito che impedisce di votare agli expat che vivono da più di 15 anni all’estero. La legge viene bypassata di solito con misure ad hoc del governo. Stavolta, niente. L’ennesimo autogol di Cameron. Ero sicuro di poter votare Remain».
Come la maggior parte dei suoi connazionali scozzesi.
«La Scozia ha legami con l’Europa più forti dell’Inghilterra, pensi solo che prevale la religione cattolica. Ha anche una tradizione illuministica di rispetto. Ma a parte la Scozia, il pericolo è quello di tornare a un’Europa divisa e preda dei nazionalismi come all’inizio del Novecento. Roba da rabbrividire. Vede? Stiamo qui a parlare di scenari di guerra, mentre l’Europa è nata dalla pace e per la pace».
La Brexit avrà effetti sulla globalizzazione?
«Innanzitutto non sono sicuro che la Brexit ci sarà. Anzi. Ci sono tante circostanze che possono evitarla che, a mio giudizio, alla fine non se ne farà nulla. Certo, se invece si andrà fino in fondo, il colpo alla globalizzazione sarà pesante, per la semplice ragione che ci sarà un brusco calo degli interscambi commerciali e quindi un rallentamento dell’economia mondiale. Al quale si accompagnerà una riduzione dei movimenti di personale qualificato all’interno dell’Europa, che è un fattore trainante della crescita. L’incertezza continuerà a lungo, il che è un male per tutti. Meno soldi saranno in circolazione e su di essi si avventeranno con maggior cupidigia i soliti già ricchi e potenti».
Potrebbe essere un’occasione per ripensare ai tanti errori in tema di diseguaglianze?
«Veramente sarebbero accentuate. Ma la realtà è difficile da prevedere. La Gran Bretagna è diventata, dai tempi della Thatcher, il terreno di coltura europeo delle diseguaglianze. In altri Paesi, dalla Scandinavia al Mediterraneo, la situazione è meno drammatica. Ma la Gran Bretagna sembra aver preso il peggio dall’America, campione mondiale delle diseguaglianze. Londra ha ora abbinato questa leadership negativa a una imperdonabile insofferenza contro gli immigrati. Nel mondo occidentale si diffonde anziché ridursi quello che Thomas Piketty chiama “capitalismo patrimoniale”: sono i ricchi a fare le leggi, a loro beneficio. Si innescano reazioni a catena, e la stessa democrazia finisce col soffrirne perché si diffonde la sensazione che il proprio voto non conti nulla per modificare la situazione. Da diseguaglianza nasce diseguaglianza: oltretutto questo rallenta la crescita mondiale e riduce le possibilità che la globalizzazione sia davvero un fattore di sviluppo. Se a dominare il quadro restano i ricchi, finisce che lo stesso welfare state ne soffre perché ai ricchi non interessa la copertura assicurativa pubblica. Vede perchè sono interconnesse globalizzazione e diseguaglianze? » Lei “nasce” matematico. Quali sono i conti attuali delle diseguaglianze?
«Ho combattuto battaglie strenue perché l’occidente non si facesse illusioni. Nel 2011 la Banca Mondiale mi ha finalmente ascoltato e ha portato da un irrealistico dollaro al giorno a 1,90 la soglia di povertà. Di colpo i poveri balzarono da 1,3 a 1,8 miliardi, oggi fortunatamente si sono ridotti, secondo questo standard, a 887 milioni. Un numero ancora gigantesco, inaccettabile. Il benessere e l’egoismo dei pochi al top sono una minaccia alla sopravvivenza di tutti gli altri».
Nel suo ultimo libro The Great Escape (“La grande fuga”, pubblicato in Italia dal Mulino nel 2015) lei racconta proprio la disperazione e l’inarrestabilità di questa marea umana che si riversa da sud a nord.
C’è qualche rimedio? Forse gli investimenti in loco proposti dall’Italia con il migration compact?
«Vede, mandare incentivi a quei Paesi ha avuto certo grandi effetti positivi. In India quattro quinti delle donne vanno a scuola, delle loro madri solo la metà. Un bambino dell’Africa sub-sahariana ha più possibilità di arrivare al suo primo anno di vita di quante non ne avessero i figli dei minatori dello Yorkshire, qual era mio padre, un secolo fa (sia il nonno che il padre di Deaton lavoravano nella miniera di Thurcroft, una delle più pericolose, chiusa nel 1991, ndr). Il problema è che spesso i fondi di solidarietà indirizzati nei Paesi più disagiati del pianeta - e parliamo di aiuti dell’ordine dei 100 miliardi annui - o rispondono a interessi dei donatori o finiscono nelle tasche di qualche potentato locale senza arrecare benefici adeguati alla popolazione interessata. La globalizzazione sana è un’altra cosa, e potrebbe essa sì contribuire al riscatto di quelle aree: dovrebbe preoccuparsi di diffondere sia infrastrutture di base come autostrade o linee telefoniche, che conoscenza e formazione. È un vero prendersi cura con partecipazione delle vicende del resto del mondo, anche le più imbarazzanti. E non lasciare che il destino degli individui sia affidato al caso. Finché la vita offrirà opportunità o fortune che non tutti possono afferrare, il progresso creerà fatalmente diseguaglianze, e non distribuirà equamente la possibilità di vivere a lungo con tranquillità. E altrettanto imperfetta sarà la globalizzazione».

L’abbraccio fra Peppone e don Camillo
Giovanni Sabbatucci  Busiarda 1 7 2016
Ieri a Verona migliaia di agricoltori sono scesi in piazza per chiedere al governo la revoca delle sanzioni imposte contro la Russia, a seguito della crisi ucraina di due anni fa. Non stiamo evocando scenari da Anni Cinquanta: a difendere, con i propri interessi di esportatori, la causa degli eredi dell’Urss non sono le organizzazioni contadine dell’Emilia rossa. Sono gli agricoltori del Veneto, già «Vandea bianca» d’Italia, inquadrati dalla Coldiretti, a suo tempo insostituibile collettore del consenso a favore della Dc.
Fin qui la notizia, utile per ricordarci quanto forte sia il peso degli interessi costituiti al di là di ideologie e politiche statali (e quanto sia cambiata l’Italia dai tempi di Peppone e don Camillo). Ma sbaglieremmo se ci limitassimo a registrarla come una curiosità tutta nostrana. Troppi sono gli elementi che la collegano ad altri episodi, tutti convergenti nel mettere in luce il ruolo della Russia di Putin come punto nodale di reti di interessi e di alleanze trasversali tra forze politiche di paesi diversi.
Evidente, innanzitutto, è il rapporto di stretta amicizia (supportata in qualche caso da sostegno finanziario) che lega la Russia ai movimenti populisti di destra attivi in Europa occidentale: in testa il Front national di Marine Le Pen e la Lega di Matteo Salvini, senza trascurare gli antieuropeisti britannici, fautori della Brexit. Ma ancora più inquietante, anche per i ricordi che suscita, è l’affinità ideale che viene emergendo con alcuni regimi nazional-conservatori dell’Est Europa, magari gli stessi che chiedono alla comunità occidentale protezione militare contro l’egemonismo russo: il tutto nel nome di quella «democrazia illiberale» teorizzata in positivo già qualche anno fa dal premier ungherese Viktor Orban.
Siamo per fortuna ancora lontani dal disegno di un’Internazionale dei regimi nazional-autoritari in stile Anni Trenta (più corretto sarebbe semmai l’accostamento con i «grandi giochi» delle potenze nell’età dell’imperialismo). E non è nemmeno plausibile l’idea di una nuova cortina di ferro calata sull’Europa dal Baltico all’Adriatico. Ma dobbiamo comunque ricordare che la democrazia liberale così come l’abbiamo conosciuta e praticata non è una conquista irreversibile. E che, quando emergono linee di frattura sulle grandi questioni di principio, è sempre bene non farsi trovare dalla parte sbagliata. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI



all’indomani della brexit
le due europe che possono convivere per rilanciare l’Unione di Antonio Armellini Corriere 1 7 2016
Molti fra i promotori della Brexit ora ammettono che erano in cuor loro convinti di non farcela: si rendono conto del pasticcio che ne è risultato e cercano di premere sul freno di un disastro ampiamente annunciato. I tentativi di invertire in qualche modo la rotta non sembrano destinati ad andare lontano; l’ondata della protesta contro i meccanismi della politica tradizionale ha travolto entrambi i partiti lasciando il bipolarismo britannico esposto a tensioni che potrebbero paralizzarlo a lungo. Per Londra si apre una stagione di grande incertezza ma le cose sono cambiate per tutti e i Ventisette devono decidere il da farsi.
L’art. 50 — che dovrà regolare il divorzio da Londra — è di una impressionante complessità: si direbbe che, scrivendolo, a Lisbona ci si sia preoccupati di renderne l’applicazione quasi impossibile. Altro che due anni: fra procedure, passaggi comunitari e approvazioni varie, ce ne vorranno cinque — se non dieci — per completare il tutto. Ragione di più per non muoversi senza aver prima ragionato a mente fredda, come sostiene la Merkel, ma anche per non perdere troppo tempo, come chiedono Hollande e Renzi. Perché, se è vero che non siamo alla vigilia della dissoluzione dell’Ue, il rischio di una disgregazione accelerata è reale e incombe ai membri rimasti di evitarla.
Sono sempre di più a sostenere che, per recuperare il suo slancio ideale, l’Europa deve saper rispondere in maniera fortemente innovativa alle sfide dell’occupazione, dei giovani, dell’immigrazione, con programmi che tengano conto della crescente differenziazione al suo interno indotta da un processo di integrazione multilivello. Le ipotesi sul tappeto — velocità differenziate, cerchi concentrici e quant’altro — partono dall’assunto che l’Ue, sia pure in tempi e con modalità diverse, conservi una struttura unitaria e si riconosca in un mantra politico condiviso. Ma qui sta il limite del ragionamento: è stato proprio Cameron, dichiarando anche per conto di altri che il mantra di una unione sempre più stretta vale per alcuni, ma non per tutti, a rendere esplicito che parlare di una unione ispirata al medesimo obiettivo di fondo non ha più senso.
È tempo di prendere atto che nell’Ue vi sono oggi due Europe: una volta all’integrazione politica («l’Europa di Altiero Spinelli»), ed una all’economia e al mercato («l’Europa di Margaret Thatcher»), nel quadro di un più ampio recinto definito dai principi fondamentali di libertà e democrazia («l’Europa di Coudenhove-Kalergi», dal nome di chi quasi un secolo fa immaginò una Unione Paneuropea di Stati). Una tendenzialmente sovranazionale e l’altra eminentemente intergovernativa; permeabili e distinte, parallele e non conflittuali. Una «Europa delle convergenze parallele» secondo la definizione di Aldo Moro, per sottolineare l’autonomia e la comune matrice ideale. Riconoscere una simile realtà significa porre il tema — spinoso — di una seria revisione dei trattati, ma pensare che dopo quello che è successo ciò sia evitabile appare a dir poco improbabile. Essa per contro rappresenta un importante elemento di semplificazione: muovendosi in autonomia le due Europe evitano le interferenze negative che inevitabilmente si pongono fra cerchi e gironi (basti pensare al difficile rapporto fra ins e outs nell’euro), e utilizzano al meglio le rispettive potenzialità.
L’«Europa di Margaret Thatcher» permette di gestire in maniera flessibile la crescita del mercato, assorbendo eccezioni e spinte separatiste e offrendo una alternativa a ulteriori exit nonché, in un futuro possibile, ponendo le basi per un riavvicinamento della Gran Bretagna. Ma va da sé che la partita di fondo del rilancio europeo si gioca intorno all’«Europa di Altiero Spinelli». Immigrazione e lavoro, moneta, sicurezza e difesa: intanto saranno possibili in quanto si riuscirà ad imprimere un deciso salto in avanti verso l’integrazione politica. A parte i «nuclei duri esistenti o immaginati» (quello dei diciannove dell’eurozona andrebbe messo urgentemente alla prova), il punto di snodo è quello dell’asse franco-tedesco — con l’aggiunta dell’Italia — e della sua capacità di rinunciare a tentazioni egemoniche per promuovere una vera gestione multilaterale delle politiche, che tenga conto delle esigenze degli altri. Un obiettivo difficile, di cui si vedono già le difficoltà, ma da cui dipende la possibilità per l’Europa di dire la sua nel mondo.
Le due Europe sono uno strumento efficace per restituire smalto all’Ue: mettono in chiaro le priorità e tolgono la scusa di incompatibilità e ritardi per evitare decisioni, come troppo spesso è avvenuto. Pongono con chiarezza le alternative: se l’Europa politica dovesse fallire, non per questo finirebbe l’Ue: ridotta alla sua sola dimensione di unione doganale con qualche orpello aggiunto sarebbe un’altra, e ben piccola Europa.

Ancora su "Senza la guerra" e sulle pulsioni imperialistiche degli intellettuali italiani: un intervento di Alessandro Dal Lago

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La nostalgia bellica del Vecchio continente

Saggi. Senza la guerra. Moriremo pacifisti?: un volumetto uscito per Il Mulino, a quattro voci - Galli Della Loggia, Cacciari, Rasy e Caracciolo - sugli effetti e l'oblio dei conflitti in Europa 
Alessandro Dal Lago Manifesto 1.7.2016, 0:04 
Da tempo Ernesto Galli della Loggia promuove sulla prima pagina del Corriere della sera la tesi secondo cui un’imbelle Europa occidentale avrebbe rimosso la guerra, con ciò rivelando di avere rotto con il proprio passato. Ora, questa posizione viene elaborata in un volumetto a quattro voci (Senza la guerra. Moriremo pacifisti?, Il Mulino, pp.125, euro 12). Si tratta di un testo d’occasione, in cui la tesi in questione si specchia nelle riflessioni di Lucio Caracciolo sull’eredità della grande guerra nella geopolitica contemporanea, di Massimo Cacciari sulla scomparsa di Polemos (e sul fallimento dell’utopia della regolazione dei conflitti ) e di Elisabetta Rasy sulla sostituzione della nobiltà della vittima a quella del guerriero nella letteratura del Novecento. In realtà, con l’eccezione di Caracciolo – che in un certo senso sostiene il contrario di Galli della Loggia, cioè il perdurare degli effetti dei conflitti mondiali e quindi «il passato che non passa» – il libretto ruota intorno all’oblio della guerra e dei guerrieri come aspetto decisivo della coscienza europea. 
Quella di Galli della Loggia non è una posizione isolata nella storiografia contemporanea e trova le sue espressioni più caratteristiche in storici conservatori come l’americano Victor Davis Hanson, che da anni lavora sulla centralità della guerra nell’edificazione della cultura occidentale, o l’inglese Niall Ferguson. In Italia, punti di vista analoghi sono fatti propri da Angelo Panebianco, sodale di Galli della Loggia nella polemica contro il pacifismo, e da diversi altri commentatori . Si direbbe che tutti questi autori e influenti dell’opinione pubblica non sopportino che si parli poco di guerra e soprattutto, come scrive Galli della Loggia, dei suoi effetti positivi: («alleanze e progetti diplomatici, battaglie e piani strategici, costruzione di molteplici e inedite identità, morte e nascita di nuovi Stati, diffusione di nuovi ideali sociali, emergere di nuove tendenze culturali, di nuove abitudini di vita»). 
Siamo sempre dalle parti della guerra come levatrice della storia. In realtà, il ruolo dei conflitti mondiali nella trasformazione dell’occidente è esplorato in centinaia di libri. Ma il punto non è questo. Piuttosto: che senso ha la nostalgia di Polemos, per dirla con Cacciari, nel momento in cui l’Europa è attraversata da conflitti di ogni tipo? Subito dopo il referendum inglese sull’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, alcuni organi di stampa hanno persino evocato lo spettro di nuove guerre nel vecchio continente! Le posizioni di Galli della Loggia avrebbero avuto un senso, diciamo, tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando sembrava che l’unico conflitto pensabile, almeno in Europa, fosse quello nucleare. Ma oggi? Anche prescindendo dalle guerre dei Balcani e da quelle che covano ai margini dell’occidente (Ucraina), i paesi europei sono impegnati, da almeno venticinque anni, in conflitti a diversa intensità in un gran numero di paesi (Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Africa sub sahariana e così via). 
Dunque, la guerra non è scomparsa. O, meglio, è scomparso il modello della guerra generale che, tra il 1914 e il 1945, ha provocato più di cento milioni di morti. Nasce nella consapevolezza di questi stermini (altro che nell’oblio di Polemos!) quella che Galli della Loggia definisce come rimozione della guerra o «pacifismo». In realtà, la guerra continua sotto altre spoglie, su cui, tra l’altro, la letteratura è ormai immensa: impiego soverchiante di tecnologie avveniristiche al posto dei boots on the ground, subappalto degli scontri sul terreno a truppe neo-coloniali e ai contractor e così via. Persino gli Stati Uniti, che non si possono proprio definire imbelli, visto che combattono da un secolo in ogni parte del globo, sono riluttanti a impiegare le truppe sul terreno e ricorrono tutt’al più, oltre ai droni e ai bombardamenti mirati, a truppe speciali e consiglieri militari. 
Più che di rimozione della guerra si dovrebbe parlare allora di una trasformazione epocale dei conflitti armati, che oggi sono caratterizzati da grande flessibilità strategica, dalla segretezza degli obiettivi e da una disinformazione che non mira solo a disorientare i nemici, ma anche a tenere al riparo l’opinione pubblica dalla «visione» dei conflitti. E quindi, niente parate, niente dichiarazioni solenni, niente giornalisti liberi di intervistare i soldati (come ancora avveniva ai tempi del Vietnam) e di documentare le perdite dei «nostri» e le stragi degli altri. Tutti si ricorderanno che Bush nel 2003 aveva vietato fotografie e riprese delle bare dei soldati americani. 
Al di là dei singoli contributi e della sua natura occasionale, Senza la guerra manca in generale l’obiettivo di fare il punto sullo statuto sociale e culturale dei conflitti armati nel nostro tempo. Più che da un oblio attribuibile a una supposta «coscienza europea» (che, qualunque cosa sia, oggi sembra andare in frantumi grazie ai contraccolpi della globalizzazione), l’invisibilità della guerra discende dalla straordinaria capacità distruttiva delle tecnologie militari moderne. Anche senza il ricorso alle armi nucleari, oggi una guerra europea farebbe impallidire le distruzioni della seconda guerra mondiale. Ecco perché Gilles Deleuze ha potuto parlare, dopo l’apparente declino della guerra, di «una pace ancor più terrificante». 
Quanto ad accettare la «prova del fuoco» e cioè ad andare in battaglia, la relativa (e apparente) indisponibilità (di cui parla Cacciari), forse può valere per i conflitti infra-europei – per il motivo detto sopra, e cioè la memoria ancora viva degli stermini novecenteschi. Ma certamente non vale quando si tratta di affrontare iracheni, talebani, siriani e altri alieni, anche se dall’alto dei cieli e non nelle sabbie roventi dei deserti mediorientali Ma di questa storia, e cioè dello squilibrio militare tra occidente e resto del mondo in Senza la guerra non c’è alcuna traccia. L’immanenza della guerra nel mondo d’oggi aspetta ancora il suo Clausewitz.

Donne che tradirono la patria unendosi alla Repubblica di Salò

Fasciste di Salò
Cecilia Nubola: Fasciste di Salò. Una storia giudiziaria, Laterza, 234 pagine, 20 euro

Risvolto
A fianco dei tedeschi, negli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, furono molte le donne italiane che si impegnarono per la difesa della Repubblica sociale italiana. La maggior parte di loro erano ‘donne in armi’; inquadrate in bande e brigate nere, avevano partecipato a rastrellamenti e stragi, commesso omicidi, sevizie e torture nei confronti di civili e partigiani. Altre erano spie al servizio dei tedeschi o degli uffici politici della Rsi, avevano denunciato ebrei e partigiani contribuendo attivamente alla loro cattura e molto spesso alla loro morte. Le vicende di queste fasciste saloine (e di alcuni loro camerati) permettono di riflettere su alcuni temi rilevanti per comprendere l’Italia uscita dal fascismo e dalla seconda guerra mondiale: il rapporto con la violenza, le posizioni di dura condanna o di clemenza assunte dalle Corti nei loro confronti, le strategie messe in atto per negare le accuse o per difendersi, l’atteggiamento dell’opinione pubblica. È una storia che non si conclude nelle aule dei tribunali. Le scelte politiche dei governi del dopoguerra, i numerosi provvedimenti di clemenza (amnistie, grazie, liberazioni condizionali) a partire dall’amnistia Togliatti del 1946, permetteranno, nel giro di un decennio, il ritorno in libertà degli ex fascisti, uomini e donne.

Sondaggi & richiamo della foresta. Italicum dal premio di lista al premio di coalizione: il Centrosinistra scalpita




Italicum, forse torna il premio di coalizione
Mozione a settembre riapre il cantiere  di Carlo Bertini La Stampa 30.6.16
Rivoluzione in vista per l’Italiacum, la legge elettorale che da domani sarà in vigore. Il premio di maggioranza sarà spostato dalla lista alla coalizione vincente. Renzi è disposto a un ritocco «chirurgico», l’unico possibile. Il provvedimento è contenuto in una mozione che Sel è riuscita a far calendarizzare alla Camera per settembre. Sul fronte M5S, le nomine di Raggi a Roma dividono i grillini.
A sera, nella diretta Facebook, fa capire che se fosse per lui non toccherebbe nulla della sua creatura. «Mi scrivono: “Non si provi a cambiare l’Italicum...”. A me lo dite?». Un modo per provare a stoppare un tormentone che tiene banco e per contenere le aspettative. Tanto che da ore i suoi vanno ripetendo la parola magica «chirurgico»: questo deve essere l’aggettivo caratterizzante del ritocco all’Italicum che il premier potrebbe esser disposto a concedere. Spostare il premio di maggioranza dalla lista alla coalizione è l’unico cambio ipotizzabile prima di testare la legge alle urne.
Rivoluzione copernicana
Un cambio che sarebbe in sè una rivoluzione copernicana del sistema, perché i puristi della vocazione maggioritaria del Pd già storcono il naso, «coalizione significa che il premio si divide tra più partiti e i piccoli hanno il potere di veto». Dunque per Renzi e i suoi un prezzo alto da pagare casomai solo sull’altare di una battaglia più alta, quella del referendum costituzionale, nella speranza che un’apertura possa smontare le ragioni del no. Ma se si prova a riaprire il cantiere dell’Italicum salta tutto, è l’avvertimento consegnato ai suoi diplomatici dal leader Pd. Alla Camera già si respira la tensione innescata dalla notizia del voto che Sel è riuscita a far mettere in calendario in settembre: su una mozione con oggetto i possibili profili di incostituzionalità della legge elettorale.
Ma l’Italicum è un totem che Renzi non vuole sradicare, lo ha detto in tutte le salse ai suoi vari interlocutori: siccome i punti criticati sono diversi, come quelli delle preferenze o dei cento capilista bloccati, non è pensabile che si possa rivedere tutto e ricominciare daccapo. Questa è la ferma convinzione del premier, informato dai suoi che sul «ritocco chirurgico» del premio alla coalizione ci sarebbero i voti - o il placet non belligerante - di tutti, tranne che dei grillini. Da Ncd a Forza Italia ad Ala di Verdini, fino a Sinistra Italiana. Gli attaché diplomatici hanno già preso contatti pure con i leghisti che contano, traendone la convinzione che Salvini non farà barricate. Quindi si può profilare una modifica largamente condivisa. Ma mai su proposta del Pd, «perché noi apriamo uno spiraglio solo se qualcuno propone una modifica», dicono i big renziani.
Ballottaggio a rischio
I più esperti sul tema introducono una variante: che invece del premio di coalizione possa essere introdotto il sì all’apparentamento: che lascia mani libere al primo turno e consente di decidere al secondo se dividere o no i seggi con gli alleati. Mentre negli altri gruppi, specie a sinistra, si fa strada la richiesta più esplosiva: quella di abolire il ballottaggio, «perché il vero punto è quello», spiega un big della Sinistra.
Le idee fioccano, il primo a depositare un testo è Pino Pisicchio, capogruppo del Misto, forte di una sessantina di deputati. Che per smontare un possibile rilievo della Consulta farebbe scattare il premio di maggioranza solo se al ballottaggio si raggiunge un quorum del 50% più uno, per evitare che col 25% un partito possa avere il premio. Bersani chiede il doppio turno di collegio e il ritorno al Mattarellum propugnato già da Gotor, «che però con il tripolarismo non garantisce affatto la governabilità» ribattono i renziani.
La legge sarà giudicata dalla Consulta in ottobre, forse prima del voto sul referendum che «non slitta», la vera partita cui è legata la sorte dell’Italicum. Partita che il premier continua a giocarsi gettando tutta la posta sul tavolo, «non sono un pollo da batteria che se perde fa finta di niente». Dunque «se perdo ne trarrò le conseguenze», dice. Consapevole però che facendo passare il messaggio di un possibile ritocco all’Italicum il fronte del no può indebolirsi. «Un’apertura renderebbe più semplice il percorso referendario», sentenzia Gianni Cuperlo.

Premio di coalizione, solo un lifting 
Massimo Villone Manifesto 01.07.2016
L’inserimento nel calendario di settembre della Camera della mozione Sinistra italiana volta alla modifica dell’Italicum fa salire la temperatura del dibattito politico. Tecnicamente, l’inserimento rientra nello spazio dato all’opposizione, e dunque non assume il significato di una scelta politica che riapre il confronto parlamentare sulla legge. Ma di certo aiuta a capire le vere intenzioni di Renzi, e le reazioni delle forze politiche. 
Da ultimo, il premier ha strizzato l’occhio a chi gli chiedeva di rimetter mano alla legge elettorale, dalla dissidenza Pd ai minori alleati di governo. 
I rumors recenti sulle possibili modifiche dell’Italicum riguardano soprattutto la caduta del divieto di coalizione o di apparentamento per l’attribuzione del premio di maggioranza. 
Va subito detto che si tratterebbe di un mero lifting, tale da lasciare sostanzialmente immutata la sostanza. Le pietre angolari del Renzi-pensiero sono infatti la forzosa riduzione in chiave bipolare di un sistema ormai tripolare, l’amplissima disproporzionalità tra voti e seggi, la possibilità di governi espressione di minoranze anche esigue, la incuranza per il principio del voto eguale. Solo così è infatti possibile assicurare in ogni temperie politica l’esito voluto: avere la sera del voto un vincente cui attribuire numeri parlamentari maggioritari, pur se posticci e taroccati rispetto ai consensi reali. E tutto questo rimarrebbe tal quale, che la legge consentisse o meno apparentamenti e coalizioni. Con buona pace, ancora, del rispetto dovuto alla sentenza 1/2014 della Corte costituzione, sulla illegittimità del Porcellum. 
Ma la modifica servirebbe a Renzi per mettere nell’angolo M5S, che le ultime amministrative hanno messo in mostra come un competitor assai più pericoloso di quanto si potesse pensare. Il movimento è stato infatti capace di calamitare meglio del Pd i consensi degli esclusi dal ballottaggio, prevalendo nel secondo turno anche su chi aveva un ampio vantaggio nel primo. Il caso Torino insegna, e in un simile scenario l’impianto dell’Italicum è un errore da dilettanti. Così capiamo bene perché autorevoli esponenti M5S abbiano immediatamente diffidato il Pd a non modificare in alcun modo la legge elettorale. Come bene anche si capisce che la modifica venga fortemente chiesta dall’interno del Pd e dai minori alleati di governo. Qui vediamo essenzialmente le ansie connesse a piccole sopravvivenze individuali e collettive. Al premier converrebbe placarle, senza costi significativi sulle cose che contano davvero.
Si è sentito anche qualche cenno alla possibile estensione della preferenza ai capilista. Sul punto sembra meno probabile che il premier voglia fare marcia indietro. Il controllo per quanto possibile serrato della scelta dei 340 da portare in parlamento con il premio di maggioranza è infatti utile al disegno dell’uomo solo al comando. Tale controllo si consegue gestendo come segretario del partito le liste dei candidati. A tal fine è utile poter garantire i fedelissimi con la posizione di capolista, completando la squadra con una accorta gestione delle liste brevi che la legge prevede per la piccola dimensione dei collegi. Un segretario di partito che decide su quelle liste può, affiancando candidati deboli a candidati forti, predeterminare in larga misura i candidati da eleggere. Così si costruiscono le condizioni per controllare la maggioranza parlamentare. Il voto bloccato sui capilista non è in senso stretto indispensabile. Se anche non ci fosse, collegi piccoli e liste brevi sarebbero utili allo scopo. Ma concorre certo efficacemente al risultato. 
Le modifiche di cui si discute sono dunque una gruccia per il precario fronte del sì nel referendum costituzionale, mentre le censure politiche e costituzionali sulla legge rimangono tutte. Questo assume in particolare rilievo considerando i sussurri sulla Corte costituzionale, che il 4 ottobre si dice potrebbe orientarsi per l’inammissibilità della questione sollevata, al momento, da Messina. La motivazione si troverebbe nell’essere stata la questione sollevata prima della scadenza del 1 luglio, fissata dalla stessa legge per il prodursi dei propri effetti. Si tratterebbe di un profilo nuovo rispetto a quelli considerati nella sentenza 1/2014. Vedremo. Certo, una pronuncia di inammissibilità consentirebbe alla Corte di evitare di inoltrarsi in un campo certamente minato, al tempo stesso senza contraddire espressamente la propria precedente giurisprudenza. Una simile prospettiva renderebbe in sostanza irrilevante la querelle sulla interferenza tra la data della pronuncia della Corte e quella del referendum. 
Rimarrebbe dunque decisivo lo scenario generale segnato dall’indebolimento di Renzi, in specie dopo le amministrative, e dai crescenti timori per l’esito del referendum costituzionale. È chiaro che Renzi si è avviato sulla via del plebiscito su se stesso sicuro di indossare il laticlavio di padre costituente circondato dal popolo festante. Bene che gli vada, una metà del paese lo coprirà di contumelie.

Miguel Gotor, minoranza Pd “Ora c’è una buona occasione quel sistema va completamente rifatto”
intervista di Goffredo De Marchis Republica 30.6.16
ROMA.Superare l’Italicum, non correggerlo «perché tra la cosmetica e una legge che garantisce davvero maggiore rappresentanza preferiamo la seconda strada». E non basta certamente la mozione di Sel, che sarà discussa a settembre. «Tocca a Renzi prendere l’iniziativa». Altrimenti, avverte Miguel Gotor, bersaniano, senatore della minoranza Pd, «dopo l’estate faremo un bilancio e decideremo come schierarci al referendum costituzionale».
La mozione di Sinistra italiana è l’occasione per riaprire la partita della legge elettorale?
«Spero di sì. Renzi è un politico realista, attento ai rapporti di forza. Si rende conto che l’Italicum ha un limite strutturale: è pensato come un abito su misura del Pd al 40 per cento, presuppone lo sfondamento di una sola forza. Ma la realtà è molto diversa e presenta il conto. A livello europeo la partita non è più solo destra contro sinistra, ma establishment contro esclusi: per questo il nodo della rappresentatività è centrale . Oggi appare chiaro che l’Italicum è frutto di un eccesso di furbizia e strumentalità, ma le leggi elettorali si fanno immaginandoti sconfitto non vincitore».
La minoranza non ha votato il nuovo sistema elettorale. Ma se Renzi oggi aprisse a una modifica avrebbe il sapore di una mossa contro i grillini. Una posizione insostenibile.
«La forza della nostra linea è a disposizone dell’intero Pd. Mettiamo la nostra coerenza, con umiltà, al servizio di Renzi. Non chiediamo di cambiare la legge perché temiano i 5 stelle o la destra riorganizzata, ma perché l’abbiamo sempre detto».
Il problema è Renzi.
«Renzi può lavorare all’unità del partito e valorizzare la nostra posizione. Ci saranno critiche, certo, ma riuscirà ad arginarle ».
Gli sta chiedendo un clamoroso voltafaccia.
«Non è così. Basta che attinga al suo realismo ».
È sufficiente dare il premio alla coalizione anziché alla lista?
«Secondo noi no, sarebbe un passo avanti, ma la vera questione è la rappresentatività, il rapporto tra gli eletti e i cittadini. La proposta del Pd è sempre stata il doppio turno di collegio. Non c’è spazio per questa modifica? Lavoriamo allora su un turno unico con il 75 per cento di collegi a turno unico e il 25 che garantisce premio e diritto di tribuna ».
Volete umiliare il premier?
«Ma non scherziamo. È interesse comune prendere atto di una stagione finita. L’-I-talicum è figlio del patto del Nazareno e del rapporto con Verdini. Ora bisogna cambiare interlocutori. Romani di Forza Italia dice che la priorità è cambiare l’Italicum. I 5 stelle, con apprezzabile serietà, sono disponibili a modificarlo visto che non lo hanno votato ».
Volete ricominciare daccapo?
«La volontà politica è un’energia che fa fare le cose bene e in poco tempo. Sicuramente, a noi non basta un annuncio. Un accordo per cambiare la legge va stretto da qui al referendum di ottobre».

Ceccanti: cambiare sarebbe suicida, darebbe ai grillini la patente di vincenti
“E a quel punto rischieremmo davvero di perdere”
di Francesco Grignetti La Stampa 30.6.16
Professore Stefano Ceccanti, ha sentito? Si parla di modifiche alla legge elettorale e di un ritorno del premio di maggioranza alle coalizioni.
«Non ci credo».
In Parlamento lo danno per scontato.
«E io continuo a non crederci. Non ci sono i tempi tecnici per cambiare una legge elettorale prima del referendum costituzionale d’autunno: e se Renzi vincerà, molte cose cambieranno... Ma al fondo mi sembrerebbe suicida chiedere di cambiare una legge elettorale perché ti fanno paura i Cinque Stelle. Una posizione che definirei “sconfittistica”. Non reggerebbe di fronte al Paese. Avresti tutti i quotidiani che titolano sulla paura di perdere. E i grillini avrebbero, gratuitamente, la patente di vincenti. È totalmente delegittimante ammettere di cambiare la legge per paura di perdere. E a quel punto succederebbe sul serio».
Proprio i grillini, che hanno tanto avversato l’Italicum, pensa che lo difenderebbero?
«Per il M5S sarebbe una campagna win-win. Vincente in ogni caso. Se le modifiche all'Italicum non passano, bene. Se passano, a quel punto avrebbero la fama di chi mette paura agli altri».
Con il premio di maggioranza alle coalizioni, il Pd può dire addio alla vocazione maggioritaria?
«Guardi, le coalizioni ce le ricordiamo bene. Il Pd è nato proprio per superare l’esperienza dell’Ulivo, i cespugli, i partiti e i partitini».
Il ritorno delle coalizioni, secondo lei, potrebbe aiutare i partiti maggiori a non restare fuori dai ballottaggi?
«Un effetto che al limite vedo più a destra che a sinistra. Forse, se Renzi vuole aiutare Berlusconi a non restare regolarmente fuori, con un premio alla coalizione, potremmo anche rivedere Salvini, Meloni, e Berlusconi tutti assieme appassionatamente. Ma la vedo comunque difficile un'armata Brancaleone dove stanno assieme gli amici della Merkel e quelli della Le Pen».
Comunque le coalizioni hanno un senso. Per bloccare l’ascesa dei grillini.
«Forse accadrebbe per il voto organizzato. Ma di contro si respinge il voto d’opinione perché l’effetto delle coalizioni è repellente. Non è un caso che Grillo abbia rivendicato il successo nei ballottaggi, dicendo che il loro movimento vince perché rifiuta ogni apparentamento e va avanti da solo. La sola idea di coalizione puzza di vecchia politica, di establishment che cerca di sopravvivere, di manovre di corridoio».
E il Pd?
«Il Pd renziano, anche se dovesse mai tornare il premio di coalizione, secondo me non si può alleare con nessuno, pena lo snaturamento. Impossibile che stringa alleanza con quella sinistra che sputa sul governo tutti i giorni. Impossibile anche, per gli stessi motivi, un apparentamento con i gruppuscoli centristi, gli ex berlusconiani alla Verdini».
Resta il fatto che proprio da quelle parti si chieda a gran voce il premio di coalizione.
«E torniamo al ragionamento sul voto organizzato e il voto d’opinione. Io capisco che pezzi del ceto politico cerchino di salvarsi. Ma gli altri?».
In conclusione, lei non ci crede proprio.
«No. L’unica cosa vera è che il 1° luglio l’Italicum entra in vigore, per la Camera. Non per il Senato, dove si voterebbe con il Consultellum». 

Cambi all’Italicum Il premier apre per salvare il referendum I segnali a Letta e Confalonieri
di Maria Teresa Meli Corriere 30.6.16
Matteo Renzi ha deciso di aprire uno spiraglio sulla modifica dell’Italicum. Lunedì lo farà con la minoranza interna, nell’immediato il vero interlocutore dell’operazione è Forza Italia.
ROMA E adesso il referendum fa paura a Matteo Renzi. Già, se fino a qualche mese fa il premier era sicuro del successo («Vinciamo e poi non ce ne sarà per nessuno»), ora le sue certezze vacillano. Dunque non è un caso che Renzi abbia deciso di aprire uno spiraglio sulla modifica dell’Italicum. Il premio di maggioranza potrebbe andare alla coalizione e non più al partito e, di conseguenza, si alzerebbero le soglie di sbarramento.
Ma questo non significa che il presidente del Consiglio marci già spedito verso la riforma della sua riforma: «Per ora non esiste nessuna modifica, ma dopo il referendum vedremo...». Il premier segue più direttrici. Muove verso la minoranza interna: lunedì, in occasione della riunione della direzione, Renzi dovrebbe aprire uno spiraglio sull’Italicum. Nessun cedimento, ma una sorta di prova fedeltà nei confronti dei bersaniani: voi votate Sì al referendum di (fine) ottobre e io posso modificare la legge elettorale.
Nell’immediato, invece, gli interlocutori di Renzi sono il Nuovo centrodestra e Ala di Verdini, perché al Senato, come ha confidato a più di un esponente del Pd Maria Elena Boschi, la fibrillazione è continua e Ncd è diviso. E per questo motivo il governo rischia la paralisi a Palazzo Madama.
Ma il vero interlocutore di questa operazione è Forza Italia. È il partito di Berlusconi che i renziani sperano di coinvolgere: la modifica dell’Italicum in cambio di un ammorbidimento degli azzurri sul referendum costituzionale. Non il Sì esplicito di FI, perché quello è impossibile, ma una linea meno oltranzista e, magari, il pronunciamento favorevole alla riforma costituzionale di alcuni esponenti del centrodestra, come Stefano Parisi. E, infatti, da giorni si è avviato un dialogo con i due esponenti che contano dentro Forza Italia: Fedele Confalonieri e Gianni Letta. Entrambi, dicono al quartier generale di Renzi, sono convinti che con la linea oltranzista di Brunetta si regalino voti al M5S.
Il lavoro diplomatico del Pd però è a più ampio spettro. Si tenta di coinvolgere il presidente Sergio Mattarella (che negli auspici di chi segue la trattativa per Renzi potrebbe intervenire a favore del referendum, seppur con la cautela che gli impone il suo ruolo), la Chiesa e anche quel Romano Prodi, che è ancora molto amato dal popolo di centrosinistra orfano dell’Ulivo, e con cui il ministro Graziano Delrio continua a tenere buoni rapporti. E persino i sindacati, cui ieri il premier ha lasciato intravedere un aumento delle risorse (300 milioni) per il contratto dei pubblici dipendenti. Insomma, tutto è in movimento, anche se non è ancora chiaro l’approdo perché spesso e volentieri Renzi lascia trapelare i suoi orientamenti solo per vedere le reazioni degli altri, pronto a ritrarsi, nel caso in cui le sue operazioni non vadano a buon fine.
Ma, quale che sia l’esito delle manovre renziane, c’è una novità da registrare (e non riguarda la mozione di SI perché quella, anzi, mette in difficoltà il premier giacché lo costringe a scoprire le sue carte prima del tempo, tant’è vero che il Pd l’ha fatta slittare a settembre). La novità è che fino a qualche mese fa Renzi era contrario ad aprire ora una discussione del genere perché a suo avviso indeboliva il Sì. Ora, invece, dopo la sconfitta elettorale, Renzi ha cambiato approccio. Non ufficialmente, è chiaro, perché davanti ai giornalisti l’atteggiamento è quello sicuro di sempre, ma poi, con i fedelissimi, il tono cambia. E, di conseguenza, mutano i ragionamenti: «Non possiamo vincere il referendum costituzionale soli contro tutti».
Dunque, benché Renzi resti affezionato all’Italicum («Se ci fosse stato in Spagna ci sarebbe stato un vincitore, e lo stesso si può dire per l’Italia del 2013»), da parte sua c’è maggiore duttilità. Eppoi aprire uno spiraglio non costa molto e si ottiene comunque il risultato di «sgonfiare la propaganda contro il referendum». 

Camera, il «ritorno» dell’Italicum Renzi: io non sono preoccupato
La mozione di Sinistra italiana per discutere in settembre dei profili di costituzionalità di Dino Martirano Corriere 30.6.16
ROMA Sulle modifiche alla legge elettorale (Italicum), il clima è cambiato ai piani alti del Pd. Soltanto due settimane fa, prima dei ballottaggi che hanno visto i Dem soccombere in molti comuni compresi Roma e Torino, al Nazareno sarebbe stata respinta tra fuoco e fiamme solo l’ipotesi di discutere alla Camera una mozione di Sinistra italiana sui «profili di incostituzionalità» dell’Italicum. Ieri, invece, la proposta di inserire la suddetta mozione nel «programma dei lavori d’aula di settembre» è scivolata via alla conferenza dei capigruppo dove il governo e il Pd erano rappresentati dalla ministra Maria Elena Boschi e dal capogruppo Ettore Rosato.
La proposta di Arturo Scotto (SI) è un atto unilaterale e ora impegna la Camera a riformare la legge elettorale in vista dell’udienza del 4 ottobre in cui la Consulta esaminerà il ricorso sull’Italicum veicolato dal Tribunale di Messina. «Il Parlamento — argomenta Scotto — resta a guardare? O corre ai ripari per tempo?». Quando il caso è montato, il Pd ha risposto in modo non pregiudiziale. Il premier Renzi non è sembrato preoccupato: «La mozione? Ce ne sono tante. Se ne discuterà...».
La ministra Boschi, a ragione, ha scritto che la «Camera non ha calendarizzato la mozione» ma ha poi dovuto aggiungere che i capigruppo hanno indicato «i provvedimenti per il programma dei lavori di settembre». A caldo, Rosato ha detto che «è possibile cambiare una legge, compresa quella elettorale, sempre». Il renziano Andrea Marcucci, ha aggiunto: «Una legge elettorale si può cambiare in ogni momento. Per farlo non servono mozioni ma maggioranze».
E se si dovesse tornare allo schema del Nazareno (Pd-FI), l’azzurro Paolo Romani si è già fatto sentire: «Cambiare l’Italicum è una priorità ma per farlo non siamo disposti ad alcun baratto». A Berlusconi interessa il ritorno al premio di maggioranza alla coalizione, per rendere competitivo il centrodestra, e il Pd non è più così sicuro di vincere il premio al primo partito che ora fa gola ai grillini, non a caso gli unici ostili a cambiare l’Italicum con la scusa che «legge fa schifo». Tornare al premio alla coalizione (con i voti anche di Ncd, centristi, FdI, SI e minoranza Dem, che non votò la legge) sarebbe il punto di caduta per l’accordo di settembre.
Il premier Renzi, però, prima deve pensare al referendum costituzionale di autunno e così è tornato a dare la sveglia la Pd: «Ne abbiamo già centinaia, ma dobbiamo arrivare a 10 mila comitati da qui a settembre». E se vincesse il No? «Con lo stop al Senato, si tagliano 100 milioni all’anno. Cambiare è un dovere. Ma se perdo vado a casa. Non sono mica un pollo da batteria».

Cinquestelle, sorpasso sul Pd
Sondaggio Demos: al ballottaggio staccherebbero i Dem di quasi 10 punti. Crolla la destra Gli italiani difendono la Ue: due su tre bocciano Brexit. Si riaccende la battaglia sull’Italicum
In caso di ballottaggio i grillini prevarrebbero di quasi dieci punti sul partito del premier
La radicalizzazione dello scontro fa tuttavia crescere il consenso nei confronti del governo
di Ilvo Diamanti Repubblica 1.7.16
LE recenti elezioni amministrative hanno lasciato il segno, anche sul piano politico nazionale. Il recente sondaggio condotto da Demos per l’Atlante Politico di Repubblica lo conferma. Infatti, secondo gli italiani (intervistati) alle amministrative di giugno c’è un solo vincitore. Il M5S. L’unico partito a essersi rafforzato in ambito nazionale (lo pensa circa l’80 per cento). Mentre gli altri si sono indeboliti. Più di tutti, il Pd di Renzi. Le stime elettorali riflettono queste valutazioni.
IN CASO di elezioni politiche, infatti, Demos attribuisce al M5S oltre il 32% dei voti validi. Circa 5 in più, rispetto alla precedente rilevazione, condotta in aprile. Mentre il Pd si attesta poco oltre il 30%. Stabile, rispetto ai mesi scorsi. Dietro queste due forze politiche c’è quasi il vuoto. Lega e Forza Italia non raggiungono il 12%. Anche se si coalizzassero, “costretti” dalle regole dell’Italicum, avrebbero poche possibilità (ad essere prudenti) di arrivare al ballottaggio. Gli altri partiti, tutti, arrivano a fatica al 5%.
Su queste basi, si rafforzerebbe ulteriormente il M5S, ma, soprattutto, si ridisegnerebbe il sistema dei rapporti di forza fra soggetti politici. Il tripolarismo imperfetto, emerso nel voto amministrativo, in ambito nazionale si ridurrebbe a un bipartitismo. Infatti, il Pd di Renzi e il M5S, insieme, intercetterebbero quasi i due terzi dei voti. Mentre il rimanente terzo degli elettori appare diviso e frammentato. Il M5S, peraltro, in caso di ballottaggio vincerebbe largamente. Come, d’altronde, è avvenuto, alle amministrative, nei comuni maggiori dove il M5S, è riuscito ad arrivare al secondo turno, riuscendo ad affermarsi praticamente dovunque. In 19 comuni maggiori su 20. Tra i quali, anzitutto, Roma e Torino. Il M5S, infatti, oggi appare il principale canale per raccogliere il dissenso contro i partiti “tradizionali”. Ma, soprattutto, di intercettare il voto “anti-renziano” dall’intero arco politico. In particolare al centro e a destra.
Infatti, secondo il sondaggio, il M5S, in caso di ballottaggio, prevarrebbe di quasi 10 punti sul Pd (54,7 a 45,3). Mentre nel confronto con i Forza- leghisti non ci sarebbe storia. Quasi 20 punti di distacco. Si spiegano anche – soprattutto – così le crescenti perplessità, nella maggioranza, verso l’Italicum, la legge elettorale approvata da questo governo. Che entra in vigore proprio oggi. Riproduce, per molti versi, il dispositivo adottato per l’elezione dei sindaci. Con effetti sicuramente poco gradevoli e graditi per il PdR. E il suo leader.
Peraltro, echeggiando la nota definizione di Giorgio Galli, emerge un bipartitismo “meno” imperfetto di qualche tempo fa. Quando il M5S si proponeva come un’opposizione, ma non come un’alternativa. Appariva, cioè, un collettore e un contenitore del risentimento. Ma senza speranza. Senza possibilità di governare. Perché non veniva votato per questa ragione. Dopo le elezioni amministrative di giugno, però, le opinioni degli elettori, al proposito, sembrano cambiate. Oggi, infatti, quasi due elettori su tre considerano il M5S in grado di governare le città dove si è affermato. Mentre la maggioranza non lo ritiene ancora una forza di governo a livello nazionale.
Tuttavia gli orientamenti stanno cambiando, anche sotto questo profilo. Visto che oltre 4 elettori su 10 pensano che il M5S sarebbe in grado di governare il Paese. Ancora una minoranza. Ma larga. Cresciuta di oltre 10 punti negli ultimi mesi.
La polarizzazione politica, che emerge a livello elettorale, si riflette anche sul piano della “fiducia” personale. Beppe Grillo, infatti, raggiunge – quasi – Renzi. Mentre Di Maio lo supera. E De Magistris, rieletto sindaco di Napoli senza problemi, lo affianca. Segno che anche a sinistra esiste un’area di dissenso nei confronti del premier. Tuttavia, nonostante i deludenti risultati delle amministrative, la fiducia personale verso Renzi, negli ultimi mesi, resta stabile. Intorno al 40%. E il consenso nei confronti del suo governo cresce di qualche punto. Fino al 42%, Probabilmente, per due ordini di ragioni. La prima, di natura politica interna, riflette la tensione bipolare, alimentata dalla sfida antipolitica del M5s. Che polarizza i consensi e i dissensi intorno ai due protagonisti: il M5s e Renzi. D’altra parte, vi sono altri fattori, che attraggono l’opinione pubblica intorno al governo. Di natura prevalentemente esterna. La domanda di sicurezza, in primo luogo. Alimentata dall’immigrazione, che continua a generare preoccupazione. Poi, la questione europea, drammatizzata dalla Brexit.
Gran parte degli italiani ne teme gli effetti. E per questo si assiste a una crescita di consensi verso la UE. E a un aumento del sostegno all’euro. Si tratta del riflesso di tendenze note. Fra gli italiani, infatti, anche in passato il timore dei possibili effetti dell’uscita dalla UE e dall’euro prevaleva largamente sull’insoddisfazione nei confronti di entrambe le istituzioni. Oggi che questa prospettiva non è più così ipotetica e che la costruzione europea scricchiola in modo preoccupante, il sentimento euro- peista si rafforza. Per reazione. Se venisse proposto anche in Italia un referendum Itæxit, sull’uscita del nostro Paese dall’Unione europea, secondo il sondaggio di Demos, i due terzi degli elettori italiani voterebbero contro. Cioè, per rimanere nella Ue. Solo fra gli elettori della Lega la maggioranza voterebbe per uscire. Tutti gli altri, compresi quelli del M5S, sceglierebbero di rimanere “uniti”. Per prudenza, perché non si sa mai… Il clima di tensione internazionale, l’instabilità europea, l’insicurezza interna, dunque, sembrano rafforzare, in qualche misura, anche il sostegno al governo nazionale. A chi lo guida. Nonostante tutto. Magari per reazione alle “minacce” che provengono dall’esterno. Ma anche perché, di fronte al bipolarismo tra politica e anti- politica, in questa fase il richiamo della “politica” diventa più forte. Più credibile.
D’altronde, in tempi tanto incerti, aggiungere altri motivi di incertezza: suscita ulteriore incertezza.
E il richiamo del “nuovo ad ogni costo”, almeno quando si tratta del governo nazionale, diventa meno attraente. Sul mercato politico, molti preferiscono, per prudenza, affidarsi al semi-nuovo. Almeno per adesso. Domani è un altro giorno. Si vedrà.

Renzi rischia di portare a casa più pericoli che vantaggi
Le trappole nascoste nel tiro alla fune sull’Italicum La pressione che lo invita a modificare la legge elettorale è drammatica Lasciarla com’è premia la sua coerenza ma lo espone alla crescita di M5S di Stefano Folli Repubblica 1.7.16
IL CONFUSO tiro alla fune intorno all’Italicum è tutto tranne che imprevisto. Una discutibile legge elettorale, “unicum” italiano peraltro mai sperimentato, diventa il regno del paradosso. Sconfessata nella sostanza da chi l’aveva tenacemente voluta, il Pd. Difesa per il proprio tornaconto da chi l’aveva avversata fino a ieri, i Cinque Stelle. Riscoperta come salvagente da chi era fuori gioco e oggi spera di rientrare in campo grazie alla riforma della riforma: il centrodestra berlusconiano.
È evidente che per adesso non accadrà nulla. I sussulti di luglio e la mozione parlamentare in calendario a settembre sono la spia di un malessere, ma nessuno ha la forza politica e soprattutto la determinazione per correggere l’Italicum e trasformarlo in quello che non è. Il premier Renzi sembra il più incerto. A lungo ha considerato il modello tutto-italiano un fiore all’occhiello di cui andare fiero. Ma è sempre rischioso concepire la legge elettorale come un vestito su misura. De Gaulle era uomo a cui non faceva difetto l’ ”ego”, ma il doppio turno di collegio, da lui introdotto, era un abito adatto alla Francia e non solo alle fortune politiche del generale. Tanto è vero che funziona ancora con vantaggi superiori agli svantaggi.
L’Italicum fu messo in cantiere dopo il successo del Pd (41%) nelle elezioni europee del 2014. Si immaginava un meccanismo che avrebbe fotografato anche sul piano nazionale l’ascesa del partito renziano. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e all’improvviso ci si è accorti che il competitore è il Movimento 5 Stelle, con percentuali in crescita registrate dai maggiori sondaggisti (vedi Ilvo Diamanti su queste colonne). Al tempo stesso, il centrodestra sopravvive come terzo incomodo e finora non ha ceduto i suoi voti, se non in piccola parte, al Pd di Renzi.
La pressione a cui è sottoposto il presidente del Consiglio da destra e da sinistra, affinché cambi una legge elettorale già vecchia prima di nascere, è dunque quasi drammatica. Il ceto politico si è mobilitato perché all’orizzonte si delinea una Waterloo, assai verosimile nel caso in cui i “grillini”, con tutte le loro contraddizioni, dovessero mostrare anche nel 2017 la capacità di rastrellare consenso vista a Roma e Torino. È noto che promettere oggi qualche modifica all’Italicum serve ad attenuare certe opposizioni alla riforma costituzionale. Il fronte del No, agli occhi di Renzi, va incrinato e reso meno minaccioso. E infatti i segnali ambigui di questi giorni mirano a ottenere un mezzo via libera alla riforma in cambio di un mezzo impegno a correggere la legge elettorale.
Tuttavia l’incertezza di Renzi nasce da altre ragioni. Lasciare l’Italicum così com’è, garantisce al premier la palma della coerenza, ma rischia di regalare uno straordinario vantaggio competitivo ai Cinque Stelle. Cambiarlo, potrebbe invece rivelarsi un atto di autolesionismo. Forse è tardi per introdurre il premio di maggioranza alla coalizione anziché alla singola lista vincitrice. Tardi per il centrosinistra, quanto meno. Di sicuro sarebbe un aiuto di non poco conto per il centrodestra, bisognoso di ricostruire un sistema di alleanze a vocazione centrista. Il che giustificherebbe il velato sostegno del mondo berlusconiano (non la Lega e FdI) alla riforma costituzionale: peraltro già oggi il No in quegli ambienti è piuttosto flebile, salvo Brunetta.
La domanda a questo punto è: al netto del referendum, servirebbe al Pd e al suo progetto consegnarsi, cambiando l’Italicum, all’obbligo della coalizione? Renzi apparentato con Alfano e il gruppo di Verdini, da un lato, e la sinistra di Fassina, dall’altro, sarebbe più o meno forte nel paese? C’è il rischio che tale tardivo ripensamento venga percepito come un gesto di auto-difesa dei partiti, regalando altre munizioni alle tesi anti-sistema. E in fondo è più logico che Alfano e gli altri si dedichino al consolidamento di un nuovo centrodestra. Renzi dovrebbe semmai avere il coraggio di cercare i voti per una legge elettorale realmente nuova, che riavvicini l’elettore con l’eletto in ogni collegio.

Il rischio monopolare
L’Italicum consegna il comando a un gigante contornato da una folla di nanetti di Michele Ainis Repubblica 1.7.16
LE ISTITUZIONI sono come le camicie: vanno confezionate su misura per il corpo che dovrà indossarle. Se la camicia è troppo stretta, saltano i bottoni. È questa la lezione che ci impartisce Brexit: l’Europa ha regole che l’allontanano dai popoli, sicché i popoli se ne allontanano. Come peraltro era già accaduto nel 2005, quando un doppio referendum — in Francia e in Olanda — respinse una Costituzione europea vergata con la penna d’oca del burocrate. Perché le buone leggi, diceva Montesquieu, non sono nuvole staccate dalla terra. No, dipendono dal carattere dei popoli, dalle loro tradizioni, dalla geografia del territorio che li ospita, perfino dal clima. Sono figlie d’un vissuto collettivo, devono perciò riflettere le continue evoluzioni della vita.
Questa lezione ci riguarda, ci tocca da vicino. Come italiani, non soltanto come europei. Quali istituzioni stiamo progettando? E in che guisa s’adattano al nostro corpaccione? Dopo le ultime elezioni comunali, con il successo del Movimento 5 Stelle, abbiamo scoperto d’avere un corpo tutto nuovo. Da qui un concerto d’espressioni sbalordite, o più spesso allarmate. Ma la notizia è che non c’è notizia.
I 5 STELLE erano già il primo partito alle politiche del 2013, benché il Pd — in alleanza con Sel — si fosse messo in tasca il premio di maggioranza confezionato dal Porcellum. E al 2013 risale per l’appunto la nuova geografia politica italiana, sempre confermata nelle elezioni successive: tre grandi minoranze, armate l’una contro l’altra. Destra, sinistra, 5 Stelle, separate da pochi punti percentuali. Dunque un sistema tripolare, dove oltretutto ciascun polo inalbera concezioni opposte della democrazia. Monarchica ( sia pure con un re in declino) la destra; presidenzialista la sinistra; radicale quella dei grillini.
Siamo insomma nell’era del corvo a tre zampe, l’uccello dorato che in Giappone come in Cina rappresenta il sole. Siamo altresì nel terzo tempo delle nostre istituzioni. E allora per disegnare il futuro dobbiamo muovere dai disegni del passato. Il primo tempo coincise con una forma di governo a «multipartitismo estremo » , per usare la formula di Leopoldo Elia: una frammentazione che aveva il proprio specchio nel proporzionale, nella centralità del Parlamento allevata dai regolamenti parlamentari del 1971, nella conventio ad excludendum che impediva ogni ricambio nelle stanze del governo. Quel sistema durò per 45 anni, poi venne Tangentopoli, con la decapitazione di tutti i vecchi partiti; e nacque un’Italia bipolare. Con indosso un’altra camicia, un’altra legge elettorale, maggioritaria anziché proporzionale. Il maggioritario sancì il primato dell’esecutivo sulle assemblee legislative, permise l’alternanza al governo del Paese, ma al contempo fu spietato con i vinti, attraverso lo spoil system. L’epoca in cui la Iotti o Ingrao sedevano sullo scranno più alto di Montecitorio, in cui l’opposizione era anche posizione, si chiuse come una saracinesca.
E adesso? Le asprezze del maggioritario diventano ancora più ruvide, più dure. La riforma costituzionale sottrae alle minoranze lo spazio di manovra del Senato. E l’Italicum consegna lo scettro del comando a un gigante contornato da una folla di nanetti. Perché frantuma le opposizioni, consentendo l’accesso in Parlamento a chiunque rastrelli il 3% dei consensi. Perché rende autosufficiente il vincitore, dato che il premio di maggioranza va alla lista, non alla coalizione. E perché infine chi perde il ballottaggio non ottiene nessun premio di consolazione, col risultato che qualche voto in meno può costare la metà dei seggi. In breve, abbiamo inventato un maggioritario al cubo. In un’altra stagione, magari potrebbe funzionare. Qui e oggi, è meglio ripensarci, come chiede un fronte sempre più esteso di parlamentari, anche all’interno del Pd. Infatti nessuna legge elettorale è superiore Urbi et Orbi: dipende dal contesto, non dal testo. Ma in questo caso il testo calza a pennello su un sistema monopolare, quando in Italia i poli sono ormai diventati tre. Attenzione, c’è il rischio che il corpo strappi la camicia.