martedì 24 gennaio 2017

Un importante dossier su Heidegger e il nazismo sull'ultimo numero del "Magazine Littéraire"



Compagno Trump? La via bilaterale al Secolo Americano passa per la guerra commerciale: Bremmer e Volker


Le élite occidentali di Davos incapaci di costruire una risposta al populismo. Il politologo analizza le prime mosse del nuovo presidente Usa in campo internazionale

Corriere 24 1 2017


commercio e sicurezza l’agenda di trump non è isolazionista 

Kurt Volker* Busiarda 24 1 2017
I mezzi d’informazione di tutto il mondo e le élite politiche hanno reagito con allarme al discorso del presidente Donald Trump in occasione del suo insediamento. Discorso che è stato definito isolazionista, reazionario, aggressivo, divisivo, e ostile ai tradizionali alleati dell’ America. In tutto il mondo cortei di donne hanno attaccato Trump, supponendo che abbia intenzione di limitare i diritti delle donne, delle minoranze e della comunità Lgbt.
Nel quadro della campagna elettorale americana queste contestazioni da parte dei suoi oppositori sono comprensibili. Ma fraintendono quello che ha detto Trump sul suo ruolo di presidente degli Stati Uniti. E non tengono conto del contesto in cui inizia il suo mandato. 
Trump eredita degli Stati Uniti già diventati più isolazionisti. Dopo otto anni di intenso impegno del presidente George W. Bush, Barack Obama ha iniziato il suo incarico promettendo di «porre fine alle guerre», «di concentrarsi sul rafforzamento della nazione in patria», e di «porgere la mano» agli avversari dell’America. La politica di Obama ha incoraggiato gli alleati europei a prendere il comando - smettendo di fare gli «scrocconi» - così che gli Stati Uniti potessero limitarsi a un ruolo dietro le quinte, concentrarsi sull’Asia, ed evitare di essere coinvolti in conflitti armati. Così facendo Obama ha contribuito a plasmare un’opinione pubblica nazionale più isolazionista.
Il ripiegamento della potenza americana durante la presidenza Obama ha lasciato un vuoto che è stato riempito dai peggiori elementi della scena globale: la Russia ha invaso i Paesi vicini e usato il pugno di ferro in tema di diritti umani e con i dissidenti; in Cina il livello dei diritti civili è peggiorato e sono aumentati il nazionalismo economico e la militarizzazione del Mar Cinese del Sud; si è affermato l’Isis; l’Iraq si è spaccato (e Baghdad ora è nell’orbita di Teheran); e ancora occorre ricordare la brutale guerra civile siriana e il crescente conflitto tra sciiti e sunniti che divide il Medio Oriente.
L’opinione pubblica ha una duplice percezione del discorso di Trump: c’è la sensazione che il mondo sia un luogo molto più pericoloso per gli Stati Uniti rispetto all’inizio della presidenza Obama; allo stesso tempo la gente ha paura di un rinnovato coinvolgimento perché teme che danneggerebbe ancora di più gli Stati Uniti. 
Ecco perché il messaggio di Trump, «Prima l’America» è da intendersi come rassicurante. Sta dicendo agli elettori che non è in discussione se gli Stati Uniti abbiano bisogno di impegnarsi nel mondo - è ovvio che così sia - il punto è come.
Tenendo in mente questo, è probabile che il presidente Trump capovolga l’attuale tendenza all’isolazionismo piuttosto che aumentarla. Questo è stato il messaggio inviato con la scelta dei componenti del suo gabinetto di politica estera - Tillerson, Mattis e Pompeo - così come con i loro discorsi al Congresso. E anche nel suo discorso inaugurale il presidente Trump ha spiegato come si propone di cambiare l’operato americano oltremare. 
I punti fondamentali del debutto in politica estera sono chiari: distruggere l’Isis, incentivare gli scambi e rafforzare il controllo del confine tra Messico e Stati Uniti.
Riguardo all’Isis, con ogni probabilità si assisterà a un maggiore impegno militare statunitense, compresi investimenti più alti nella difesa e pressioni sugli alleati per un loro maggior coinvolgimento a fianco degli Stati Uniti. È difficile definire isolazionista questa posizione. Trump sa che ha bisogno della collaborazione dell’intelligence per combattere l’Isis, e per questo ha scelto il quartier generale della Cia come sede del suo primo discorso dopo quello dell’insediamento.
Per quanto riguarda il commercio non bisogna attendersi lo smantellamento del Nafta, l’Accordo nordamericano per il libero scambio. Nessun imprenditore statunitense di alto profilo appoggerebbe questa decisione. Piuttosto ci saranno piccoli aggiustamenti, graditi tanto al Messico come al Canada, da annunciare come una vittoria al prossimo vertice nordamericano. E di nuovo si parla di coinvolgimento non di isolazionismo. 
Insieme al rafforzamento del Nafta, attendiamoci una significativa inversione di tendenza nei confronti delle imprese americane che trasferiscono posti di lavoro e profitti oltreoceano: la tassazione delle imprese negli Stati Uniti sarà notevolmente ridotta, e introdotte penalità per le compagnie americane che spostano le produzioni all’estero e reimportano negli Usa.
I problemi più difficili da affrontare saranno quelli della sicurezza del confine con il Messico e dell’immigrazione. Tuttavia, la realtà economica rende anche in questo caso ipotizzabile un successo. Il Messico sta vivendo un momento di crescita economica con bassi tassi di disoccupazione. Può trarre sostanziali benefici da un mercato nordamericano dell’energia ancora più dinamico e conveniente e dal commercio con gli Stati Uniti e il Canada. La pressione dell’immigrazione dal Messico è già calata rispetto a quella dall’America Centrale. Con l’inizio delle trattative potremmo scoprire che il mondo degli affari e il governo messicano e quello degli Stati Uniti condividono l’interesse per la sicurezza dei confini e per condizioni più liberali per la crescita economica del Nord America.
Infine, sui diritti delle donne e di genere - malgrado gli episodi passati che molti interpretano come sciovinismo - in tema di politiche il presidente Trump ha espresso il suo forte supporto all’assoluta parità di diritti. Il discorso inaugurale è stato molto chiaro. Parlando dei poveri e degli emarginati, ha detto: «Siamo una nazione - e il loro dolore è il nostro. I loro sogni sono i nostri e così i loro successi. Condividiamo il nostro cuore, la nostra patria e il nostro glorioso destino. Il mio giuramento di oggi è un giuramento di fedeltà a tutti gli americani».
Gli analisti continueranno a criticare il presidente Trump e a discuterne, spesso con buone ragioni. Ma prepariamoci a esserne sorpresi.
*Ex ambasciatore degli Stati Uniti 
alla Nato. Attualmente ricopre 
l’incarico di direttore esecutivo 
del McCain Institute for International Leadership all’Arizona State University
traduzione di Carla Reschia 
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Trump: con Mosca per combattere il terrorismo dell’Isis 

Il leader Usa cancella le intese commerciali di Obama Via l’accordo con in Paesi del Pacifico: agiamo da soli 

Francesco Semprini Busiarda 24 1 2017
Smarcarsi dagli schemi del multilateralismo per avere mani libere su fronte della lotta al terrorismo. È su questo binomio che si articola l’azione di Trump, da una parte impegnato ad abbattere a colpi di decreti gli ordini precostituiti sul piano commerciale, dall’altra lanciato a triangolazioni pindariche nella lotta allo Stato islamico. «Il presidente è aperto a lavorare con Mosca per combattere l’Isis in Siria», spiega Sean Spicer che non esclude azioni militari congiunte con la Russia. Un’intesa quella anti-califfato che può essere estesa a qualsiasi Paese impegnato su questo fronte e che vede un importante attore anche nell’Iran.
Del resto nella visione trumpiana anche la sponda del Cremlino è parte del progetto «America First», così come gli ordini esecutivi siglati ieri dal neopresidente. In primis quello che decreta il ritiro degli Usa dalla «Trans-Pacific-Partnership», l’accordo di libero scambio tra 12 Paesi dell’Area Asia-Pacifico voluto da Barack Obama. E con esso la rinegoziazione del North America Free Trade Agreement (Nafta) l’accordo costitutivo dell’area di libero commercio tra Usa, Messico e Canada. Trump ha annunciato pesanti dazi anche per le aziende Usa che spostano la produzione fuori dagli Usa e vendono negli Usa. «Nessun braccio di ferro ma anche nessun atteggiamento di sottomissione», replica il presidente messicano Enrique Pena Nieto (alla Casa Bianca il 31 gennaio) dopo una telefonata col premier canadese Justin Trudeau. Annunci che fanno fluttuare le valute: l’euro riprende terreno sul dollaro per i timori della prevedibile ondata protezionistica trumpiana, sfiorando gli 1,075 dollari. «Produrre in Usa e assumere americano», ha ribadito Trump nel corso del suo primo incontro alla Casa Bianca con i leader del business, promettendo di tagliare del 75% il quadro regolatorio e ridurre le tasse per sviluppare l’economia. Il Presidente ha incaricato i capitani d’impresa, tra cui l’«amico» Mark Fields, ad di Ford, di elaborare in 30 giorni un piano per rilanciare il manifatturiero. E se dalla parte delle imprese si incentiva su quella della spesa pubblica si taglia. Come? Con un memorandum che congela le assunzioni del governo federale - fatta eccezione per le forze armate - per «abbattere il labirinto della burocrazia». Il primo lunedì da presidente è stato però anche l’occasione di procedere con un’incursione nel terreno dei valori. Sempre a colpi di decreto Trump ha ristabilito il bando sull’erogazione di fondi federali alle Ong internazionali che praticano aborti, introdotto da Ronald Reagan nel 1984 e cancellato da Obama. La dimostrazione di voler mantener fede alle promesse fatte ai conservatori. Insomma un lunedì da leoni per il neo presidente nei confronti del quale prosegue l’arrembaggio nelle aule di tribunali con una nuova azione legale che lo vede accusato di aver violato la Costituzione consentendo ai suoi alberghi e alle altre attività di accettare pagamenti dai governi stranieri. Accusa «totalmente senza merito», replica l’inquilino della Casa Bianca il quale, a scanso di equivoci, fa sapere di «essersi dimesso dalle sua società».
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Dal commercio libero a quello equo Così Donald sfida Cina e Messico 

Il Presidente vuole rinegoziare regole e imporre nuove tariffe per riequilibrare i vantaggi dei rivali sul lavoro a basso costo 

Paolo Mastrolilli Busiarda 25 1 2017
Pochi lo hanno notato, ma Donald Trump sta rubando le idee a Bill Clinton. Per esempio quella del «fair trade», ossia il commercio equo, da adottare al posto del «free trade», cioè il libero commercio. Una strategia che si è cominciata a materializzare ieri, con i decreti firmati dal presidente per uscire dal Tpp e rinegoziare il Nafta.
Il capo della Casa Bianca pensa che gli accordi per il commercio internazionale hanno penalizzato gli Stati Uniti, e in particolare i lavoratori americani, facendo scappare i loro posti nei paesi dove i salari sono più bassi. Quindi li vuole cancellare o riscrivere. Questo lo pone al centro di una disputa filosofica, oltre che politica, molto singolare per un repubblicano.
La dottrina del «free trade» favorisce la libera circolazione delle merci attraverso i confini, e aborrisce le tariffe protezionistiche: è il mercato che stabilisce gli equilibri. È la linea tradizionalmente favorita dal Gop, dagli anni di Reagan. La dottrina del «fair trade», invece, ha almeno due coniugazioni. Quella originale sostiene che i paesi in via di sviluppo sono penalizzati, perché i loro prodotti vengono sotto pagati da quelli ricchi, e quindi è necessario un intervento sovrannazionale per riequilibrare le regole del gioco a loro favore. Quella trumpiana, lungi da questo approccio solidarista multilaterale, accusa invece Stati come il Messico o la Cina di aver approfittato della generosità e ingenuità americana, per trarre vantaggi economici e commerciali sfruttando le condizioni del lavoro e la manipolazione della moneta. Quindi punta a riequilibrare la situazione denunciando i trattati, rinegoziando le regole e, se questo non basterà, imponendo tariffe.
«Il fatto curioso – spiega Allen Sinai di Decision Economics – è che il termine “fair trade” era stato usato per primo da Mickey Kantor, rappresentante per i commerci dell’amministrazione Clinton, quando decise di andare allo scontro col Giappone, che veniva accusato di abusi simili a quelli rinfacciati oggi da Trump alla Cina o al Messico». Bill Clinton in sostanza aveva negoziato il Nafta, ed era stato l’alfiere della globalizzazione fino agli scontri del vertice Wto di Seattle, da cui era nato alla sua sinistra il movimento «no global». Nello stesso tempo, però, aveva usato le maniere forti del «fair trade» col Giappone, come in teoria dovrebbe fare ogni governo progressista per difendere i suoi lavoratori. Adesso però questa stessa strategia la adotta Trump da destra, sorprendendo col suo populismo l’ortodossia dello stesso establishment repubblicano. 
«Il problema – continua Sinai - è che la dottrina del “free trade” funziona se tutti aderiscono. Se invece un paese come gli Usa la adotta, e un altro concorrente come la Cina la rifiuta, salta tutto: il liberista perde ed è costretto a cambiare linea».
Questo è quanto sta facendo Trump: «Non è filosoficamente contrario al libero commercio, ma ritiene che sia necessario riequilibrarlo, perché i concorrenti non lo adottano». Nel caso del Messico, «questo si traduce nella rinegoziazione del Nafta. Il trattato non sparirà, perché conviene a tutti, ma ci saranno mutamenti sulla collocazione delle fabbriche e le condizioni di lavoro». 
Riportare la produzione negli Usa sarà costoso per le aziende americane, «ma potranno compensare aumentando la produttività e sfruttando le agevolazioni fiscali concesse dal governo». Invece nel caso della Cina, accusata anche di manipolare i cambi, «serviranno le tariffe». A differenza di quanto fece Tokyo con Clinton, Pechino non si piegherà alle richieste di Washington, e quindi «è probabile che andremo verso una guerra commerciale. Alle volte, però, per vincere è necessario combatterle». 
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Orban: torniamo all’Europa delle nazioni L’Ungheria cerca una sponda con Putin 

Il premier: “Prima gli interessi degli Stati, il federalismo europeo è un utopia” Il 2 febbraio il presidente russo sarà a Budapest: sul tavolo le forniture di gas 

Monica Perosino Busiarda 24 1 2017
Dal giorno dell’elezione, il 29 maggio 2010, il premier magiaro Viktor Orban ha fatto della coerenza il suo punto di forza. Orban è inamovibile. E sa aspettare. 
Sostenitore di Trump della prima ora, ha appoggiato prima le sue idee su muri e migranti - e chi meglio di lui, con la barriera di filo spinato per bloccare la rotta balcanica in Europa -, poi i piani in materia di protezionismo economico. A nulla sono valse le critiche e le pressioni europee. E ora, il momento che aspettava da anni è arrivato. L’ultranazionalismo del premier ungherese ha trovato finalmente una sponda anche in Occidente: «Con Donald Trump presidente degli Stati uniti è venuto il tempo per ogni nazione di posizionarsi al primo posto, di difendere gli interessi nazionali prima di tutto». Lo ha detto ieri durante una conferenza organizzata dalla Banca Nazionale. Alludendo alla dichiarazione di Trump «America first», Orban ha detto: «È la fine del multilateralismo e delle idee sul sopranazionalismo. L’Europa dovrebbe lasciare cadere il federalismo, un’utopia, e ritornare all’Europa delle nazioni».
Orban ha aspettato, ha stretto alleanze sempre più forti con gli altri Paesi del blocco Est, la Polonia prima di tutti, ha lavorato per costruire un’idea di «sovranità orgogliosa» e indipendente da Bruxelles, perché «non esiste un popolo che si chiama europeo, ma esistono le nazioni in Europa», ha ribadito, attribuendo all’elezione di Trump l’effetto di far rivivere il nazionalismo anche in Europa: «Un successo anche per la mia politica».
E mentre Orban decretava la fine dell’Europa per come la conosciamo e diceva di sperare in una vittoria in Francia di Fillon più che di Marine Le Pen, il suo ministro degli Esteri Peter Szijjarto, in visita ufficiale a Mosca, annunciava che il 2 febbraio prossimo il presidente russo Vladimir Putin sarà a Budapest per una visita ufficiale. Sul tavolo alcuni punti focali delle relazioni bilaterali tra Russia e Ungheria tra cui il contratto per le forniture di gas russo. Il portavoce del governo ungherese precisa: «Niente di strano, non è la prima visita di Putin in Ungheria, né sarà l’ultima». Piuttosto è la naturale prosecuzione di una serie di incontri - tre fino ad ora - iniziati nel 2015. 
L’«avvicinamento» tra Orban, Putin e Trump ha spinto alcuni osservatori europei a ipotizzare un nuovo asse geopolitico, che dall’America arriva alla Russia e si puntella in Ungheria: «Niente di tutto ciò - spiega Balazs Orban, direttore del think tank ungherese Szazadveg -. Le connessioni tra l’Ungheria e la Russia sono pragmatiche». Senza dubbio l’allineamento con Trump fortifica anche le posizioni di Budapest: «In un momento in cui l’economia del Paese sta andando bene, l’Ungheria vuole avviare politiche di cooperazione con i grandi del mondo, stringere alleanze basate su interessi comuni e non solo con gli alleati naturali come l’Unione europea». Putin, Trump, ma non solo. Nell’orizzonte ungherese ci sono anche la Turchia di Erdogan e la Cina di Xi. «Ma i singoli interessi nazionalisti non interferiranno con la Ue, tanto è vero che l’Ungheria ha votato sì alle sanzioni contro la Russia anche se crediamo che non abbiano senso. Le accettiamo in nome dell’unità». Ora con l’elezione di Trump sembra che si vogliano normalizzare le relazioni con Mosca: «Ma Budapest non vuole catalizzare il cambiamento, è solo pragmatismo». Ancora una volta: «I nazionalismi non sono una minaccia per la Ue. Le élite europee non capiscono cosa vogliono i cittadini europei, per questo vengono punite dal voto. Dovrebbero accettare le nuove circostanze, se non lo faranno i populisti e l’estrema destra cresceranno ancora». 
Putin sarà a Budapest per discutere di energia e del progetto della centrale nucleare del Paks 2. Secondo Edith Zgut, analista del Political Capital Institute, le mosse di Orban hanno uno scopo preciso: «Vuole mostrare che l’Ungheria è indipendente, che può decidere a prescindere da Bruxelles». In questo contesto «la tendenza globale che premia populismi e nazionalismi è un successo per conservatori come Orban e Putin, che hanno politiche parallele su diversi temi. Ma tutto ciò porterà a divisioni pericolose». Secondo Zgut le prossime elezioni in Europa (Olanda, Francia e Germania) rappresenteranno uno spartiacque: «Ormai non c’entrano più le ideologie, destra e sinistra non significano più nulla, rappresentano in modi diversi lo stesso fenomeno anti establishment, populista ed euroscettico. Anche se probabilmente non si creerà un “Internazionale populista”, le spaccature sono altrettanto pericolose». 
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Dal Medio Oriente alla Cina così Putin colma i vuoti lasciati dall’Occidente Mosca vuole recuperare influenza e nuovi mercati. E teme che il terrorismo destabilizzi i suoi confiniROSALBA CASTELLETTI Rep 24 1 2017
Quando il 29 dicembre scorso Vladimir Putin ha annunciato l’accordo per il cessate- il-fuoco in Siria non ha fatto che confermare quello che il mondo sapeva già: benché anche Teheran e Ankara fossero impegnate sul campo di battaglia, il vero artefice della “pax siriana” era Mosca. Anche la scelta della capitale kazaka, vicina a Mosca, come sede dei negoziati è un messaggio chiaro. Mosca ha occupato in Siria il vuoto diplomatico lasciato dall’Occidente. Se gli Stati Uniti hanno preferito non intervenire, la crisi migratoria e gli attacchi terroristici in Europa hanno portato l’Ue, ulteriormente indebolita dalla Brexit, a concentrarsi sui suoi problemi interni. E Putin ha così preso il comando. Con la campagna di bombardamenti iniziata nel settembre 2015, ha salvato Assad garantendosi in cambio la concessione per altri 49 anni della base navale di Tartus e di quella aerea di Hmeimim. Ora, forte del successo militare, vuole accreditarsi come mediatore internazionale in tutto il Medio Oriente. «Il successo in Siria è servito a pubblicizzare l’affidabilità di Putin che non solo ha dimostrato forza e cinismo, ma ha scelto di non abbandonare il suo alleato Assad a differenza di quello che fecero gli americani con Mubarak», spiega Mattia Toaldo, analista su Libia e Medio Oriente per il Consiglio europeo sulle Relazioni internazionali. Putin rivendica il ruolo chiave ereditato dall’ex Unione Sovietica, mosso non solo dalla preoccupazione che il terrorismo possa destabilizzare la Russia e le Repubbliche centroasiatiche, ma anche dalla certezza che il Medio Oriente possa tornare a essere un grosso mercato.
LIBIA
Mosca intreccia da tempo rapporti con il generale ribelle Khalifa Haftar: stampa le sue banconote in Russia ed è stato due volte a Mosca nel 2016. La scorsa settimana è stato invitato a bordo della portaerei russa, Ammiraglio Kuznetsov, nel Mediterraneo da dove ha tenuto una videoconferenza con il ministro della Difesa russo Sergej Shoigu. «Dopo Gheddafi la Russia ha perso affari per 4 miliardi di dollari», spiega Toaldo. «Con Haftar Mosca spera di recuperarli, ma soprattutto di ripristinare l’accordo firmato nel 2010 che le concedeva il porto di Bengasi».
ISRAELE E PALESTINA
Benché membro del Quartetto per la pace in Medio Oriente, il Cremlino aveva sinora evitato il ruolo di mediatore nel conflitto israelo-palestinese. Le difficili relazioni con Obama hanno reso però Putin un partner interessante per il premier israeliano Netanyahu che dall’agosto 2015 è stato a Mosca almeno quattro volte. E una settimana fa Mosca ha ospitato i colloqui tra le due fazioni palestinesi Al Fatah e Hamas negoziando l’accordo per un governo di unità nazionale.
TURCHIA
I rapporti tra Russia e Turchia, che erano a un punto di rottura dopo l’abbattimento di un jet russo al confine turco il 24 novembre 2015, si sono ribaltati. Dopo aver appoggiato i ribelli siriani foraggiandoli e lasciandoli transitare, Ankara ha deciso di riconciliarsi con Mosca e di intervenire al suo fianco in Siria per debellare le milizie turche al confine. Il segno più visibile di questa nuova intesa sono stati l’accordo sul Turkish Stream e, la scorsa settimana, i primi raid aerei congiunti in Siria la scorsa settimana.
EGITTO
Man mano che le relazioni con Washington e Riad si sono raffreddate, Il Cairo ha cominciato a guardare al Cremlino. Alla visita di Putin nel 2015, sono seguiti contratti miliardari sulla difesa e l’accordo per la costruzione della prima centrale nucleare egiziana. Dopo le esercitazioni militari russe in Egitto di ottobre, si è iniziato a vociferare che il Cairo sarebbe disponibile a cedere a Mosca l’ex base sovietica di Sidi Barrani, strategicamente a pochi chilometri dal confine libico.
DALLA CINA AL BRASILE
La “longa manus” del Cremlino tesse fili anche dalla Cina al Brasile, dall’India al Sudafrica. Con la Cina in particolare Mosca si è alleata per contrastare lo strapotere americano in Asia tenendo esercitazioni navali congiunte. A Pechino la legano anche i rapporti commerciali: Mosca è il più grande fornitore di petrolio. «Dopo il crollo dell’Urss, Mosca ha tentato di integrare la Russia nella comunità euroatlantica con il G8. E di inglobare le ex Repubbliche sovietiche in un’unione euroasiatica — sostiene Dmitri Trenin, direttore del Carnergie Moscow Center — ma, dopo la crisi Ucraina, a Mosca non resta che raggiungere il mondo non-occidentale».
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“Il voto ad Hamon è contro l’establishment Ma così la sinistra francese rischia il suicidio” 

L’analista Cann: se arriva alle urne con tre candidati favorisce Le Pen 

Leonardo Martinelli Busiarda 24 1 2017
Il Partito socialista francese è a rischio esplosione? Una delle storiche formazioni della sinistra europea? Quella di François Mitterrand? Non è fantapolitica. «Molto si giocherà nella decina di giorni dopo il secondo turno delle primarie della gauche, previsto domenica prossima. Nel caso in cui, come sembra probabile, vincesse Benoît Hamon, se numerose saranno le defezioni tra i deputati che ora sostengono Manuel Valls, il suo rivale, verso il campo di Emmanuel Macron, in lizza da solo per le presidenziali, allora sì, il Partito socialista (Ps) potrebbe dire la parola fine». A parlare è Yves-Marie Cann, direttore degli studi politici di Elabe, istituto di sondaggi.
In ogni caso Macron deve già esultare…
«Sì, con la possibile sconfitta di Valls, gli si apre uno spazio alla destra del Ps».
Ritorniamo al primo turno di domenica scorsa. Vi siete fatti un’idea di chi ha votato per Hamon e per chi Valls?
«Sì, abbiamo condotto un’inchiesta ai seggi. Nel primo caso l’elettore è mediamente più giovane. Valls ha, invece, vinto tra gli over 65. E le motivazioni sono completamente diverse nei due campi».
In che senso?
«Chi ha votato Hamon, lo ha visto come colui che incarna meglio i valori della sinistra e una svolta rispetto alla presidenza di François Hollande. Chi ha votato Valls, ha puntato a chi tra i candidati del primo turno riteneva il migliore per fare il Presidente».
A proposito di Hollande, c’è chi dice che dopo il ballottaggio potrebbe appoggiare Macron alle presidenziali?
«Se lo facesse, contribuirebbe all’eventuale disintegrazione del Ps. Non credo, comunque, che il suo sostegno sarebbe un vantaggio per Macron, visto quanto è impopolare Hollande».
Ma le posizioni di Hamon e di Valls sono davvero così distanti?
«Sì, su molti temi, in particolare sul reddito universale, che Valls, per ragioni di budget, non accetterebbe mai. Quando era primo ministro, nella primavera 2016, aveva parlato di due “sinistre irriconciliabili” e aveva deciso di ricorrere a un voto d’urgenza, senza il passaggio in Parlamento, della riforma del mercato del lavoro, per arginare i “frondisti”, l’ala ribelle della sinistra del partito, Hamon compreso. Ecco, ora loro si prendono la rivincita».
Se perderà, potrebbe Valls passare dalla parte di Macron dopo il ballottaggio?
«No, si è impegnato a non farlo e non lo farà».
E se Hamon sarà allora il candidato, che tipo di alleanze potrebbe concludere?
«In teoria il programma si sposerebbe con quello di Jean-Luc Mélenchon, leader dell’estrema sinistra. Ma lì, poi, scattano i problemi di ego: è improbabile, ad esempio, che Mélenchon si metta da parte e passi dietro ad Hamon».
E così?
«La sinistra finirà al primo turno delle presidenziali con tre candidati diversi: Hamon probabilmente, oltre a Macron e Mélenchon. Potrebbe in questo modo precludersi la possibilità di andare al ballottaggio. E spianare definitivamente la strada a Marine Le Pen, che nei sondaggi attuali è quasi sempre seconda, dietro a François Fillon, il candidato della destra».
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Roth al veleno: “È un artista della truffa” LA POLEMICA. IN UNO SCAMBIO DI EMAIL CON IL “NEW YORKER”, LO SCRITTORE ATTACCA IL PRESIDENTE: “IGNORANTE E PRIVO DI DECENZA”ALBERTO FLORES D’ARCAIS Rep
NEW YORK. “È più facile capire l’elezione di un immaginario presidente come Lindbergh che quella di uno reale come Trump”. In uno scambio di email con il
New Yorker riguardo un suo famoso romanzo (Complotto contro l’America), Philip Roth interviene a suo modo sul nuovo Commander in Chief, che gli americani si sono scelti e di cui molti hanno un grande timore. “Lindbergh, nonostante le sue simpatie naziste e le sue tendenze razziste, è stato un eroe dell’aviazione, un uomo di grande coraggio fisico e un genio dell’aeronautica quando trasvolò l’Atlantico. Aveva carattere e sostanza, insieme a Henry Ford è stato il più famoso americano dei suoi tempi”. E Trump? “È solo un artista della truffa”. Il libro più importante “per capire l’antenato dell’America di Trump”, spiega Roth, “è The Confidence- Man (l’uomo di fiducia, ultima opera dell’autore di Moby Dick), romanzo dal cupo pessimismo e dall’audace inventiva che poteva benissimo essere titolato The Art of the Scam”, l’arte della truffa. E aggiunge: “Ho trovato allarmanti le presidenze di Nixon o Bush Jr. ma non ho mai visto nulla di simile a Trump: ignorante del governo, della storia, della scienza, della filosofia, dell’arte, incapace di esprimere o riconoscere sottigliezza o sfumatura, privo di ogni decenza e brandendo un vocabolario di 77 parole”.
In The Plot Against America, pubblicato nel 2004 e ambientato nel biennio 1940-1942, lo scrittore narra - con gli occhi di un bambino e attraverso le vicende familiari di una famiglia ebraica di Newark (la sua) - come Charles Lindbergh (il famoso trasvolatore) vinca a sorpresa la sfida per la Casa Bianca contro Franklin Delano Roosevelt. Lindbergh era un isolazionista (anche nella realtà e c’era più di qualche sospetto di una sua simpatia per il regime nazista). Uomo affascinato “dall’ordine” negli anni precedenti la guerra visitò la Germania nazista e ne rimase impressionato, soprattutto per la “vitalità organizzata”. “Non ero mai stato così consapevole di questa forza” scrisse nelle sue memorie (1978), “era una cosa eccitante”. Dopo un giro alla Luftwaffe si convinse che nessuno avrebbe potuto sconfiggere Hitler e che per gli Stati Uniti scendere in guerra sarebbe stato devastante. La storia ha dimostrato il contrario, ma nel 1940, ritornato dall’Europa, Lindbergh divenne il portavoce di America First, il gruppo anti-guerra e proibizionista fondato da un gruppo di studenti di Yale.
America First è stato lo slogan-principe di The Donald, ripetuto anche il giorno del giuramento, ma la realtà americana (l’American berserk, l’America rabbbiosa, secondo la definizione di Roth), rende più complicato raccontarla con la fiction. Donald Trump supera l’immaginazione dello scrittore? “Non è il Trump come tipo umano o come personaggio - l’immobiliarista o l’immaturo e crudele capitalista - che supera l’immaginazione. È Trump come presidente degli Stati Uniti”.
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Alberto Burgio: perché la sinistra italiana rimarrà strutturalmente marginale per una lunga fase










I tempi lunghi della sinistra per uscire dal ghetto
Sinistra. Una crisi di consenso e di voti a fronte di una crisi del sistema che, tuttavia, porta acqua al mulino dell’avversario. In un momento politico di debolezza del governo
Alberto Burgio Manifesto 21.1.2017, 23:59
Ci sono tutti gli ingredienti per considerare questo un momento delicato, se non proprio cruciale. Da una parte c’è un governo precario, nato, stando all’ufficialità, per fare la legge elettorale e portare il paese alle urne, benché la missione sia un’altra.
Quella di far decantare la batosta del referendum e far maturare il diritto al vitalizio per i parlamentari in carica. Dall’altra, la sinistra sembra nuovamente in grado di svolgere un ruolo, benché frammentata tra le anime belle della minoranza Pd (un paradigma di subalternità) e il cantiere in perenne ristrutturazione della cosiddetta sinistra radicale, paralizzata dall’eterno dilemma tra intransigentismo e realismo.
Si capisce che ci si interroghi su come trarre vantaggio dalla congiuntura, ma come stanno le cose? È davvero ragionevole attendersi sviluppi positivi?
Facciamo come al cospetto di un dipinto di grandi dimensioni, indietreggiamo per cogliere la scena nel suo insieme. Sul piano sociale, una crisi sempre più severa: poco lavoro (e sempre più precario e mal pagato); quindi diffusa povertà, mentre lo Stato sociale (ma anche la scuola e l’università, per non dire del territorio e delle infrastrutture) fa acqua da ogni parte. Né potrebbe essere altrimenti, con buona pace del ministro Padoan novello critico dell’austerity, visto che – al netto della crisi mondiale – su nessun altro paese «avanzato» grava (protetta da tutti i governi) una manomorta strutturale come quella costituita in Italia da corruzione, evasione ed elusione fiscale; e dato che nessun paese industriale può permettersi una cronica mancanza di politiche industriali e di investimenti nella ricerca tecnologica.
Sul piano politico, una crisi verticale della rappresentanza alimenta l’astensionismo e fa la fortuna di imprenditori della protesta capaci di incanalare il risentimento dentro una generica critica del sistema. È questa una situazione non priva di pericoli ma in teoria ottimale per la sinistra, perché cosa c’è di più fecondo di una crisi che nasce dalla sofferenza del mondo del lavoro e che nessuna forza conservatrice è in grado di affrontare? Eppure la sinistra nel suo intero, dentro e fuori il Pd, raccoglie oggi forse un 10% dei consensi. Quindi da una domanda bisognerebbe partire, al di là delle scelte tattiche o di convenienza: perché questa persistente marginalità che non accenna a venir meno, che anzi si stabilizza e tende ad apparire inevitabile?
Propongo due risposte, inevitabilmente sgradevoli, che riguardano le due componenti della sinistra.
Per quanto concerne la crisi della sinistra Pd penso che essa rifletta le sue enormi responsabilità nel disastro abbattutosi sul lavoro in questi trent’anni. Il problema non è che Bersani e D’Alema non critichino l’Europa nemmeno quando ammettono di essersi sbagliati sul conto della globalizzazione neoliberale. È che questa autocritica è superficiale e di facciata. Spieghino quali furono le cause (ideologiche e politiche) di quell’errore e quali, soprattutto, le sue conseguenze (politiche e sociali). I loro silenzi mostrano che siamo lontani anni luce dal superamento di una prospettiva che ha disancorato la parte maggioritaria della sinistra italiana dal conflitto sociale, o meglio: che l’ha di fatto schierata dalla parte del grande capitale, privando il paese di un’efficace forza di opposizione radicata nel mondo del lavoro.
Quanto alla sinistra «radicale», reca anch’essa serie responsabilità. Che risalgono in parte agli anni Novanta (quando le scissioni del Prc uccisero la speranza di contrastare efficacemente la Bolognina) ma che perdurano: che concernono l’incapacità di rinnovarsi (nonostante la lunga sequenza di sconfitte) ed evocano gli spettri del settarismo (il male antico della litigiosità interna) e del carrierismo.
Tutto questo per dire che la sinistra italiana è marginale (a guardar bene dalla fine del Pci) e tale resterà nonostante sussistano in linea di principio le premesse per una riscossa.
Nel Pd non succederà nulla, ma soprattutto, anche in caso di scissione, che cosa ce ne faremmo di un Bersani e della sua scuola? Non succederà nulla neanche a sinistra del Pd, dove tutte le manovre in corso alludono al perpetuarsi della situazione attuale, con un drappello di parlamentari intenti a esercitare il «diritto di tribuna» nel teatro politico. Il che non solo giova a poco (salvo che a un’infantile nostalgia identitaria) ma, come ogni finzione, sortisce anche effetti perversi.
C’è un’alternativa? Si potrebbe fare qualcosa per uscire da questo ghetto? Nell’immediato probabilmente no. Non basta la buona volontà per lasciarsi alle spalle una distruzione sistematica e capillare. Sarebbe tuttavia già un passo avanti riconoscere che la sinistra in Italia (come in tutta Europa) risorgerà solo se e quando una nuova leva di animali politici nascerà direttamente nei luoghi del disagio sociale e del conflitto, lungo i confini fisici e simbolici delle nostre città.

Ferrero: Non farò il segretario, ma la linea resta Sinistra/Intervista. Il segretario lascia il vertice Prc dopo dieci anni. «Sono a disposizione. La sinistra non ripeta gli errori, non basta un cartello elettorale. 5 stelle sono cresciuti dagli errori della sinistra, nel governo Prodi abbiamo aperto una prateria. Il guaio non fu la lista Arcobaleno, come si continua a ripetere. Il nuovo percorso deve partire subito. Aspettare la data del voto per fare in gran fretta una lista con i soliti bilancini stavolta porterebbe al disastro» Daniela Preziosi Manifesto 24.1.2017, 23:59
Paolo Ferrero, lei è segretario del Partito della rifondazione comunista dal 2008. Al congresso di marzo si ricandida per la quarta volta?
No. Proporrò di cambiare.
Pronto a ripensarci se i delegati glielo chiedono?
Oggi ci sono tutte le condizioni per il ricambio. Fin qui c’era chi chiedeva di cambiare il segretario volendo in realtà cambiare linea. Per questo non ho mollato. Oggi invece il 70 per cento del comitato politico ha votato in sintonia totale, fra noi non c’è mai stata una maggioranza così. Oggi si può cambiare senza rischio di cambiare linea.
Eppure lei è stato un segretario di minoranza.
Il mio indirizzo è oggi ampiamente maggioritario: un partito comunista senza nostalgie e che vuole costruire un soggetto della sinistra antiliberista.
Indicherà il prossimo segretario e/o segretaria?
No, non siamo una monarchia. C’è un gruppo dirigente perfettamente in grado di esprimere la successione. Io resto completamente a disposizione. Sarò il primo ex segretario del Prc che resterà nel partito.
Dalla segreteria di Bertinotti a ministro di Prodi a feroce avversario del centrosinistra. È stato un uomo per tutte le stagioni?
No, non ho rivendicato di aver sempre avuto ragione. Ho sbagliato ad andare al governo. l’ho ammesso, ci abbiamo fatto un congresso, abbiamo cambiato indirizzo. Fare il ministro è stata una svolta decisiva. Ci ho provato fino in fondo ma ho verificato l’impossibilità di spostare dall’interno il centrosinistra. Che era quello di Prodi e Bersani, molto più a sinistra del Pd attuale. Lì ho verificato che c’è un polo liberiste, quello della grande coalizione, e un altro polo liberista ma nazionalista e razzista. Noi dobbiamo costruire un terzo polo antiliberista. Tutti si basano sull’assunto che i soldi non ci sono. Tesi falsa in radice. I 20 miliardi per le banche ci hanno messo 20 minuti a trovarli. Il terzo polo deve dire: la ricchezza c’è, va usata per il popolo.
Il terzo polo in Italia c’è già, sono i 5 stelle.
Loro sono un terzo polo geometrico, non politico. La richiesta dell’adesione all’Alde lo dimostra.
Eppure la sconfitta storica della sinistra, oggi, è aver consegnato i suoi voti ai 5 stelle.
I 5 stelle sono nati e cresciuti dagli errori della sinistra, a partire dal governo Prodi. Lì abbiamo distrutto buona parte del nostro capitale simbolico e aperto una prateria. Il guaio non fu la lista Arcobaleno, come si continua a ripetere. Oggi M5S non è però in grado di avanzare proposte alternative. La stessa sindaca Appendino non ha grosse differenze con Fassino. I 5 stelle sono un parcheggio per i voti della sinistra. Se mettiamo in piedi una sinistra credibile li recupereremo.
Però lei a Roma ha fatto votare Virginia Raggi.
Perché se Renzi prendeva una botta alle amministrative era più facile sconfiggerlo al referendum.
Allora perché a Milano avete votato Sala?
Il Prc a Milano non ha dato indicazione di voto.
Torniamo all’irriformabilità del Pd. Ora anche Bertinotti e Vendola, usciti dal Prc nel 2008, la pensano come lei. È una sua vittoria egemonica, per dirla con Gramsci?
(Ride). Adesso l’importante è costruire il polo antiliberista. Certo Era meglio non rompere Rifondazione e fare tutti insieme la battaglia, i 5 stelle non sarebbero arrivati dove sono.
Di fatto ha vinto anche la sua eterna idea di soggetto della sinistra antiliberista. Finirete a fare un cartello elettorale con Sinistra italiana e Civati.
Il Prc non propone affatto un cartello elettorale ma un soggetto che funzioni una testa un voto, a cui ci si iscriva individualmente con la possibilità di avere la doppia tessera con i partiti che non si presentino alle elezioni. Un soggetto costruito su basi programmatiche e non ideologiche, che vada dai comunisti agli estimatori di papa Francesco, cattolici e non.
Dal ’90 i dirigenti di questa sinistra sono sempre gli stessi. Avete un evidente problema di ricambio e di classe dirigente?
L’idea della rottamazione è una scusa per andare a destra, da Occhetto a Renzi, ed io la contrasto. Ma mi dica: avrebbe fatto questa domanda ai tempi del Pci? Le classi dirigenti non si fanno in un mattino. In un mattino si fanno i teatranti con un copione scritto da altri, da Renzi ai portavoce dei 5 stelle. Detto questo c’è un problema di cambiamento. Servono volti non segnati dalle divisioni dell’ultimo ventennio.
Nel vostro futuro c’è De Magistris?
Certamente sì, ma dico a lui, e a Sinistra italiana, che ciascuno è indispensabile ma nessuno non può dire ’la sinistra sono io’: occorre un percorso unitario, e deve partire subito. aspettare il voto per fare una lista con i soliti bilancini porterebbe al disastro.
L’Altra Europa in effetti non ha fatto una bella riuscita.
È stata un’esperienza positiva. Ma quello che è successo dopo segnala che era debole nella costruzione. Serve una procedura larga e democratica, serve un soggetto politico unitario.
Al posto di Tsipras sarebbe sceso a patti con l’Europa?
La risposta sarebbe lunga e complessa. Ma una cosa è chiara per me: Alexis ha resistito, e non ha tradito.

Il secondo tempo del Comitato del NoReferendum. Prima assemblea nazionale dopo la vittoria del 4 dicembre: non facciamo una lista ma non smobilitiamo. Primo impegno la legge elettorale proporzionale. Poi la difesa e l'attuazione della Costituzione. Cambiando però l'articolo 81Andrea Fabozzi Manifesto 22.1.2017, 23:59
Non si sono persi di vista e fino a qui non è stato difficile. In fondo sono passati appena cinquanta giorni dalla clamorosa e inattesa (almeno nelle dimensioni) vittoria del No al referendum costituzionale. Anche se le dimissioni di Renzi, la nascita del governo Gentiloni e i primi nodi al pettine nei conti dello stato hanno contribuito a spostare l’attenzione sulle conseguenze immediatamente istituzionali del referendum, nascondendo la causa dietro l’effetto. Si è fatta pochissima analisi del voto, si è parlato poco di quei 19 milioni di No. Non fa eccezione il «motore» del No, le donne e gli uomini degli oltre settecento comitati locali nati spontaneamente (i primi già un anno fa quando la riforma costituzionale era ancora in parlamento): anche il loro sguardo è rivolto in avanti. La domanda è cosa fare di un’organizzazione di scopo una volta che lo scopo è stato raggiunto. Una prima risposta all’assemblea nazionale di ieri a Roma.
Assemblea in cappotto, perché lo spazio a disposizione – l’auditorium dell’ex sede abbandonata dall’Inpdap, da qualche anno in autogestione – non è riscaldato e servono a poco un paio di stufe da bar. Così è una fortuna doppia che la grande sala sia gremita. Nessuno ha voglia di chiudere l’esperienza e sciogliere i comitati. Anche perché «abbiamo solo vinto la prima battaglia», dicono in molti prima che Lidia Menapace raggiunga il podio. «Lotta, non battaglia. Basta con questo linguaggio bellico» raccomanda la partigiana novantenne, che fa sorridere spiegando che «anche il Cln era un’accozzaglia» e propone ai comitati: «Una grande iniziativa per fare del 2 giugno la festa nazionale della sovranità popolare, da festeggiare con banchetti all’aperto». Banchetti nel senso di pranzi. La proposta si aggiunge a quelle della relazione di apertura di Domenico Gallo: una petizione popolare per una legge elettorale proporzionale e l’adesione alla campagna elettorale per il Sì ai due referendum sul Jobs act (modi e forme da individuare dopo un confronto con la Cgil che li ha proposti).
Poi c’è la questione delle riforme costituzionali: capitolo chiuso? Se la parola d’ordine condivisa è attuare la costituzione, non cambiarla, da più parti si solleva l’esigenza di due interventi – limitati e puntuali, come raccomanda il presidente Alessandro Pace: la messa in sicurezza dell’articolo 138 per evitare nuove riscritture a maggioranza e il ritorno alla forma originaria dell’articolo 81 per cancellare l’obbligo di pareggio di bilancio. La prima proposta rischia di rendere più difficile la seconda, alla fine nel documento finale letto da Alfiero Grandi trova spazio solo l’articolo 81. Approvati due ordini del giorno. Il primo sulla legge elettorale guarda all’imminente sentenza della Corte costituzionale, protagonista l’avvocato Felice Besostri che martedì proverà a convincere i giudici delle leggi che l’Italicum è tutto da abbattere. Il Comitato auspica una decisione in linea con quella del 2013 sul Porcellum. Con il secondo ordine del giorno Massimo Villone riprende le proposte già presentate ai lettori del manifesto: modifiche ai regolamenti parlamentari «per dare nuova forza e vitalità alle assemblee elettive» e una riforma della legge sui referendum per facilitare la raccolta delle firme e anticipare i giudizi di ammissibilità dei quesiti.

Nello stanzone addobbato con i disegni dei «vignettisti per la Costituzione» e con al centro un bel gufo nero, è però il dibattito sul futuro dei comitati a dominare. Rinviata la questione del nome – passare dal «No» alla «Attuazione della Costituzione» – si afferma l’idea di unificare i due comitati nazionali: oltre a quello per il referendum costituzionale c’è infatti quello per la raccolta delle firme al referendum contro l’Italicum. In effetti si era partiti male, con una sconfitta, avendo i banchetti (nel senso dei punti di raccolta delle firme) mancato l’obiettivo per un soffio – e resta la traccia di un malumore verso lo scarso impegno della Cgil. I comitati regionali indicheranno un rappresentante o due nel consiglio direttivo nazionale, i comitati locali restano in campo sui temi istituzionali e costituzionali (approfondendo il rapporto tra Costituzione italiana e trattati europei) anche se non manca chi allargherebbe l’agenda ad altri temi: immigrazione, scuola, diritti sociali. «La difesa pura e semplice della costituzione non mi pare un terreno fortemente mobilitante», dice la studentessa Martina Carpani. «La lotta per la Costituzione è lotta di innovazione e trasformazione» aggiunge il professore Gaetano Azzariti. Nessuno propone di trasformare il comitato in un partito o in una lista da lanciare alle elezioni, anzi tutti gli interventi lo escludono. Anche quello di Tomaso Montanari per Libertà e Giustizia: «Sarebbe un tradimento». Anche se, dice, «nulla vieta a chi ha partecipato al comitato di candidarsi in una lista che c’è, o che ci sarà».

Sinistra europea un cantiere aperto ma a qualcuno piace Donald Dalla Germania alla Francia, aggiudicarsi le primarie non significa vincere le elezioniDI STEFANO FOLLI Rep 24 1 2017
 IERI sera Stefano Fassina, uno che ha lasciato il Pd e cerca di costruire una nuova sinistra più radicale che riformista, elogiava Donald Trump per aver affossato l’accordo di libero scambio del Pacifico. In Francia, le primarie di un Partito Socialista frastornato dagli anni di Hollande le sta vincendo un esponente della sinistra più intransigente: Hamon. A Roma e a Parigi - ma anche a Londra: vedi Corbin - i riformisti sono in crisi e il segmento che un tempo si sarebbe detto “massimalista” prende il sopravvento negli equilibri interni della sinistra. Ma vincere nella propria area non significa vincere nel paese. I socialdemocratici sono in affanno un po’ ovunque e tuttavia i loro contestatori sono lungi dall’aver conquistato il cuore dell’elettorato. Quindi, se in Francia gli epigoni di Hollande si avviano a clamorosa sconfitta, in Italia la ricostruzione della sinistra in chiave post-Renzi è un cantiere aperto e piuttosto confuso. Quanto alla Germania, pochi danno possibilità di vittoria alla Spd contro Angela Merkel e l’attenzione è rivolta ai nazionalisti anti-euro.
Del resto, la reazione positiva di Fassina e di altri alle iniziative di Trump dimostra come la filosofia politica del nuovo presidente americano scompagina i vecchi schemi e affascina una parte della sinistra europea, quella più diffidente verso la globalizzazione e l’Europa come è oggi. I no-euro di varia estrazione culturale si mescolano e si sovrappongono fra loro anche i nazionalisti di destra e i localisti di ogni colore. Siamo solo all’inizio della diffusione del “trumpismo”, ma già possiamo immaginare che gli effetti al di qua dell’Atlantico saranno considerevoli. Al momento, come è ovvio, sono le destre ad attrezzarsi meglio per recepire lo sconvolgimento. Le sinistre, come spesso accade, sono divise e incerte sulla loro identità.
IN tutto questo i palazzi romani attendono il fatidico giudizio della Consulta sulla legge elettorale. Per una volta, non è un modo per sfuggire alla sostanza dei problemi. Da come sarà plasmato il modello post-Italicum, si capirà quale sarà il destino politico del paese. Quale sarà anche e forse soprattutto il destino della sinistra. Più il sistema sarà proporzionale e più sarà incentivata la nascita di un gruppo o vari gruppi al di fuori di quel Pd in cui Renzi ha ancora la maggioranza, ma al quale deve ancora dare un’anima e una missione. Non è un caso se Berlusconi si sia pronunciato contro le correzioni maggioritarie della legge elettorale (il “premio” in seggi al vincitore): allo stato delle cose a Forza Italia conviene un proporzionale puro, salvo la soglia di sbarramento. In tal modo, dopo le elezioni ai berlusconiani sarà possibile far pesare i loro voti in più direzioni.
Un’alleanza con il Pd, in chiave di inedito centrosinistra. Un rinnovato blocco con la Lega. Si vedrà, ma non c’è dubbio che la prossima contesa sarà fra forze di sistema e anti-sistema. Con la differenza che nel maggioritario le coalizioni si formano prima del voto, mentre nel proporzionale lo scontro sarà duro soprattutto tra partiti o movimenti contigui: solo dopo il conto dei suffragi si cercheranno le alleanze e si stringeranno i patti. Il che, ad esempio, aumenterà il potere di ricatto della nuova sinistra più o meno “trumpiana”, obbligando il Pd a una seria riflessione su se stesso e sul tipo di accordi che intende sottoscrivere. Ma questo vale anche per il centrodestra. Il Berlusconi centrista e moderato di questi giorni dovrà decidere anche la sua politica di alleanze, ben sapendo che il partito a lui più affine sarà il Pd renziano. Ma la logica della politica lo obbligherà in prima istanza a cercare l’intesa con un altro “trumpiano”, il leghista Salvini. E l’esito dipenderà dai rapporti di forza usciti dalle urne.
Potrebbe anche determinarsi una situazione nuova e inquietante. Cioè che in Parlamento si manifesti una maggioranza potenziale formata dai Cinque Stelle, dalla Lega e da Fratelli d’Italia. Esiste l’ipotesi di una convergenza di fatto fra questi gruppi populisti? Prima del voto, se la legge sarà proporzionale, no di sicuro. Dopo l’inizio della legislatura, sarebbe nella logica delle cose. Quindi è bizzarro che Grillo si sia risentito per un articolo di questo giornale che fotografava la realtà. La sua risposta volgare e offensiva tradisce l’imbarazzo di fronte ai problemi nuovi che il M5S non può eludere con l’eterno richiamo alla propria purezza.
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Misticismo orientale e misticismo occidentale: Italian Theory legge "Silenzio" di Endo e altro

Libro Silenzio Shusaku Endo
Shusaku Endo: Silenzio, Corbaccio

Risvolto
Nagasaki, 1633: l'indomito padre gesuita Cristovao Ferreira, che da anni si batte in Giappone per diffondere il cristianesimo, ha rinnegato la vera fede ed è diventato un apostata: questa è la notizia sconvolgente che giunge a Roma. La Compagnia del Gesù decide allora di inviare in Oriente due giovani fratelli, Sebastian Rodrigues e Francisco Garrpe per compiere un'indagine all'interno della chiesa locale. I due gesuiti però, partiti pieni di ideali e di entusiasmo, si scontrano ben presto con la dura realtà del Giappone dei Tokugawa e delle persecuzioni. I sospetti cristiani vengono costretti dalle autorità giapponesi a calpestare immagini sacre: chi si rifiuta viene torturato e ucciso, mentre chi accetta viene deriso e costretto a vivere ai margini della società, rifiutato tanto dalla comunità cristiana quanto dai giapponesi. La vita in Giappone si fa sempre più difficile per Rodrigues che ora vive in prima persona le persecuzioni e che finisce, evangelicamente, per essere tradito dall'amico Kichijiro, il suo "Giuda", mentre implora Dio di rompere il suo "silenzio".

Daesh e colonialismo vecchio e nuovo: una storia

Libro La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna Pierre-Jean LuizardPierre-Jean Luizard: La trappola di Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna, Rosenberg & Sellier

Risvolto
«Lo scopo di questo libro è di spiegare il rapido successo dello Stato islamico e di capire come e perché le potenze occidentali sono cadute nella trappola che è stata tesa loro coinvolgendole nella sua guerra. Per fare ciò è indispensabile ripassare la Storia. Quella breve, con l'occupazione americana dell'Iraq, l'irruzione delle primavere arabe, ma anche quella estesa, con la genesi degli stati arabi creati sotto l'egida dei mandati britannici e francesi. Perché sotto ai nostri occhi stiamo esattamente assistendo a un sovvertimento generale del Medio Oriente, per come lo conosciamo da circa un secolo, effetto diretto di un ritorno brutale - e tuttavia prevedibile - della Storia». Contemporaneamente alla nuova edizione francese esce in italiano, corredata dagli interventi di Alberto Negri e Franco Cardini, l'opera molto discussa oltralpe di P.-J. Luizard, che ha voluto aggiornare l'analisi della manifestazione del Daesh sulla ribalta geopolitica con una nuova postfazione.             

Mario Draghi e Cavour "europeista"

Risultati immagini per cavourCavour, in Europa si sta meglio

Mario Draghi, premiato a Santena nel nome del Conte, rilegge la lezione del grande statista sabaudo: ha additato la via della collaborazione internazionale 

Mario Draghi Busiarda 24 1 2017
Sarà anche vero che «la storia non è magistra di niente che ci riguardi», come ci ricorda Montale. Ma, nel richiamare alcuni tratti dell’opera di Cavour, evidenti appaiono le somiglianze tra gli accadimenti di quel tempo lontano e situazioni che hanno continuato a ripetersi nella storia d’Italia fino ai nostri giorni. 
Già pochi anni dopo la sua morte improvvisa, nel giugno del 1861, Cavour iniziò a rappresentare un riferimento nel dibattito in atto nel Paese.
Vuoi come nostalgia per un’Italia che avrebbe potuto essere e che senza di lui non fu, vuoi in termini critici, come una delle cause della nascita di un’Italia unita sulle ceneri di una possibile rivoluzione democratica. Ancora pochi anni fa, il «connubio» cavouriano è stato indicato come segno originario di una difficoltà strutturale del Paese a convivere con una competizione politica fra schieramenti contrapposti nel quadro dell’alternanza al governo, se non addirittura come matrice primigenia di un segno trasformistico ricorrente nella storia italiana.
Specialmente quando la situazione è di diffusa instabilità, sia a livello nazionale, sia sul piano internazionale, è necessaria una conduzione che mantenga saldamente il potere di iniziativa politica. Ma essa guarda alla partecipazione di altre forze politiche e di altri governi come momenti di forza e non di sterile condivisione del potere. 
Cavour agì in un contesto europeo improvvisamente destabilizzato dalle rivoluzioni del 1848 che avevano scardinato gli equilibri di potere definiti dal Congresso di Vienna dopo la caduta dell’impero napoleonico. Fu un periodo di turbolenta transizione, in cui per i protagonisti della politica europea si aprivano grandi opportunità congiunte a grandi rischi. 
Nuova instabilità
Oggi siamo nuovamente in una fase storica in cui l’Europa è in movimento, dopo il dissolvimento del blocco sovietico, la riunificazione della Germania, gli effetti della crisi dei debiti sovrani nell’area dell’euro, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, le tensioni geopolitiche nell’Europa dell’Est. In termini diversi, oggi come allora potremmo dire che si è alla ricerca di una nuova stabilità. 
Colpisce tutti, non solo gli storici, la maestria nell’utilizzare a vantaggio dell’Italia i vincoli e i condizionamenti sotto cui operò; non solo quelli internazionali, assai rilevanti per un leader di una potenza europea di secondo rango, ma anche quelli interni al variegato movimento risorgimentale. Erano infatti difficili anche i rapporti con i democratici italiani, fautori della repubblica e del suffragio universale e verso di lui diffidenti o ostili, che soprattutto disponevano di un sostegno nella pubblica opinione superiore al suo e di cui non poteva fare a meno. Seppe stimare con esattezza, conscio di quanto il loro appoggio fosse necessario, realizzando i compromessi indispensabili, ma mantenendo nell’essenziale la guida dell’iniziativa politica.
Per aver successo questa strategia doveva poggiare su una cultura non provinciale. La sua fu europea, in misura del tutto inusuale per un politico italiano della sua epoca. Anche per ragioni di famiglia - come noto la madre era di origine ginevrina - nel periodo della sua formazione Cavour guardò al di là delle Alpi, soprattutto ai fermenti politici della Francia di Luigi Filippo e al mondo produttivo inglese. Tramite l’opera di Cavour, l’Europa trovò un canale importante per influire sulla cultura della classe dirigente del Piemonte sabaudo e successivamente dell’Italia unita. [...]
Nel suo programma economico, centrale fu l’impegno incessante per la riduzione delle barriere doganali (conseguita tramite una serie di trattati bilaterali) e per l’integrazione dei mercati, nella convinzione - non solo di principio ma maturata sulla base della sua approfondita esperienza di imprenditore agricolo - che la concorrenza fosse lo stimolo essenziale per elevare l’efficienza produttiva e promuovere il progresso tecnologico. 
Ambizioso ma realista
Egli fu in primo luogo un uomo di azione nel senso più alto, attento ai risultati concreti, proteso verso mete ambiziose, ma allo stesso tempo realizzabili. Refrattario a ogni fondamentalismo dottrinario, da liberale assegnò allo Stato il compito di contribuire in misura essenziale alla creazione delle infrastrutture di comunicazione necessarie allo sviluppo, in primo luogo di quelle ferroviarie, all’epoca alla frontiera, se non simbolo stesso, del progresso tecnico. Nella stessa vena, difese il principio di un’assistenza ai poveri a carico dello Stato, nella misura in cui questa non erodeva gli incentivi dei lavoratori ad assumere un’occupazione. In ambito creditizio, rafforzò la Banca nazionale (originario ceppo da cui nacque successivamente la Banca d’Italia) con l’obiettivo di farne la base del sistema creditizio e la banca dello Stato. Vi riuscì solo in parte per le resistenze dei propugnatori del principio del liberismo puro favorevoli alla concorrenza fra gli istituti di emissione, fra cui il maggiore economista italiano dell’epoca, il siciliano Francesco Ferrara.
In questo contesto, suo obiettivo prioritario fu la realizzazione di riforme del sistema economico - diremmo, con il linguaggio di oggi, riforme strutturali. Nelle condizioni arretrate in cui si trovava il Regno di Sardegna alla metà dell’800, non fu impresa semplice, anche per l’opposizione di un forte fronte conservatore. Lo aiutarono molto la cultura economica classica inglese e l’interesse per l’amministrazione, entrambe posseduti in dosi assolutamente fuori del comune per gli intellettuali italiani dell’epoca, quasi tutti di vocazione letteraria e umanistica. [...]
Unità e indipendenza
Fece suo l’obiettivo di un’Italia unita e indipendente soprattutto perché vedeva unità e indipendenza quali condizioni essenziali di progresso, di civiltà, ma anche perché solo un’Italia unita e indipendente avrebbe potuto affermare i propri valori in Europa e da questa trarre impulso di crescita. Un secolo dopo, finita la Seconda guerra mondiale, quell’idea assunse una forma più compiuta e ambiziosa, evolvendosi nell’obiettivo di un’unione economica e poi politica come approdo necessario della civiltà europea. [...]
In una fase di instabilità del continente europeo, Cavour trovò proprio nell’Europa, nella connessa idea di progresso verso una forma superiore di civiltà così come la intendeva la visione liberale, un’àncora della sua azione per il rinnovamento del Regno di Sardegna e per l’unità dell’Italia. Proprio perché, da vero patriota, il suo amore per l’Italia era così forte e illuminato dall’intelligenza, esso non fece mai velo al suo giudizio: l’Italia aveva bisogno dell’Europa per crescere, per progredire, per «star meglio». 
Un Paese che ha bisogno dell’Europa per conquistare la propria indipendenza e l’unità a cui anelava da secoli senza successo continuerà ad averne bisogno per affrontare le sfide che si porranno nel corso della sua esistenza. Ma a Cavour fu sempre chiaro che il rapporto con l’Europa sarebbe stato fertile se il Paese avesse appreso a progredire e a crescere anche da solo. Altrimenti, la sua stessa indipendenza sarebbe stata compromessa. Allora, come oggi, il rapporto con l’Europa era fondato sulla solidarietà derivante dal mutuo beneficio e sulla responsabilità degli Stati nazionali indipendenti. 
La capacità di unire
In un contesto pur così diverso come quello attuale, la sua ispirazione, la sua maestria nel tenere conto con ambizioso realismo degli interessi delle forze in campo, la sua capacità di tenere unite le forze interne ed esterne al paese necessarie al conseguimento del proprio progetto, in definitiva il suo straordinario successo, sono, specialmente in questi giorni ricchi di richiami a cupi passati, una irresistibile fonte di ispirazione per chiunque, non solo in Italia, veda nella collaborazione internazionale l’unico modo di governare problemi che gli Stati nazionali non riescono ormai da molto tempo a risolvere da soli. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Sociologia sondaggista dell'ovvio e dell'inutile: nel prossimo quarto d'ora agli italiani piace l'Uomo Forte, in quello successivo chissà

La voglia dell’ Uomo forte Il leader solo al comando piace a otto italiani su dieci

L’esempio di Trump e Putin. Ma anche quello di Renzi, oggi indebolito. Con il declino della politica e delle rappresentanze sociali, nel Paese è cresciuto negli ultimi anni il desiderio di una guida risoluta, soprattutto tra i giovani
ILVO DIAMANTI Rep 24 1 2017
GRILLO lo ha chiarito esplicitamente al JDD: «La politica internazionale ha bisogno di statisti forti come loro». Un giudizio espresso non solo per valutazioni di politica internazionale, ma perché i due “statisti” propongono un comune modello di leadership. L’Uomo Forte, appunto. Beppe Grillo, d’altronde, non parla mai senza pensare al “suo” pubblico. Ai “suoi” elettori. E agli elettori in generale. Non interviene mai senza valutare il momento. E questo è, sicuramente, un momento giusto. Perché l’unico Uomo Forte che abbia agito nel Paese negli ultimi anni, oggi, appare meno forte. Mi riferisco a Matteo Renzi. Potente e un po’ prepotente. Come si è dimostrato fin dagli esordi, nel gennaio 2014. Quando ha rassicurato Enrico Letta con un tweet entrato nel linguaggio comune. “Enrico stai sereno”, twittava allora Matteo - mentre aveva già deciso di scalzarlo. Per sostituirlo, egli stesso, riassumendo, in prima persona, i due ruoli di comando. Nel Pd e nel governo. Renzi: aveva, così, avviato la trasformazione del Pd in PdR. Il Partito di Renzi. E, analogamente, del governo nel GdR. Il Governo (personale) di Renzi. Proprio per questo il M5s, insieme alla Lega di Salvini e a tutti i partiti di opposizione - di Destra, ma anche di Sinistra – ha condotto una campagna decisa per il No al referendum costituzionale. Perché si era trasformato, nei fatti, in un referendum “personale” su Matteo Renzi. Poi, perché il ridimensionamento del Senato avrebbe accentuato ulteriormente ruolo e poteri del Premier. Visto che la nuova legge elettorale, l’Italicum, nell’attuale versione, garantirebbe, alla Camera, una larga maggioranza al partito vincitore (con oltre il 40% dei voti al primo turno oppure al ballottaggio). Rafforzando l’esecutivo e chi lo presiede. Ma oggi, dopo la vittoria del No, il Bicameralismo in Italia resta – e resterà a lungo – paritario. Mentre Renzi si è dimesso, ma non si è certo ritirato. Al contrario. È in attesa. Di ri-presentarsi davvero con un Pd(R) vero.
A Renzi è subentrato Paolo Gentiloni che è tutt’altro. Un leader “impopulista” (così l’ho definito all’indomani dell’incarico). Per stile decisionale e di comunicazione. “Uomo di squadra”, non certo il leader di un “partito – e di un governo - personale”. Così la polemica aperta da Grillo assume un significato più chiaro. Perché i riferimenti evocati – Trump e Putin – condividono non solo un comune modello di leadership. Ma un comune bersaglio. L’Unione Europea. Che oggi appare stretta tra due fronti. Fra la Russia di Putin e l’America di Trump. Eugenio Scalfari, d’altronde, nell’editoriale di domenica, ha indicato in Trump, ma anche in Renzi, due figure esemplari, per quanto con un “diverso raggio d’azione”, di un’epoca nella quale “l’Io la fa da padrone”.
Per averne conferma è sufficiente osservare gli orientamenti dell’Opinione Pubblica. Italiana. Che appare attratta, a sua volta, dalla prospettiva di un Uomo Forte. Come mostrano i sondaggi condotti da Demos. Dai quali emerge come, fra i cittadini, questa idea risulti non solo maggioritaria, ma in costante crescita. E oggi dominante. L’affermazione: “C’è troppa confusione, ci vorrebbe un Uomo Forte a guidare il Paese”, infatti, nel 2004 era vicina – ma ancora sotto – alla maggioranza degli elettori. Nel 2006, però, era condivisa dal 55% degli elettori e nel 2010 quasi dal 60%. Ma oggi (meglio, pochi mesi fa, nel novembre 2016) l’attrazione verso l’Uomo Forte sfiora l’80%. Pare divenuta, dunque, un’idea dominante. Sulla quale conviene interrogarsi seriamente. Riflette, certamente, il declino dei partiti e delle organizzazioni di rappresentanza sociale e degli interessi. Ma anche il processo di “personalizzazione”, che si è imposto in ogni ambito della vita pubblica. Non solo in politica. Così il rapporto dei cittadini con i poteri e i potenti è divenuto sempre più “diretto”. Anzi, “immediato”. Senza mediazioni. E sempre più “verticale”. Perché la possibilità dei cittadini di re-agire con i leader, anche al tempo del digitale, non si può paragonare alla tendenza inversa. Che vede i leader comunicare “direttamente” con i (meglio: “ai”) cittadini. TV e Social media vengono, ormai utilizzati senza soluzione di continuità dai leader, come Renzi. Che twitta mentre parla e sta in TV. Ma, a confronto di Trump, anche Renzi è un dilettante. Perché Trump, più che parlare, cinguetta.
L’Uomo Forte, comunque, oggi appare un modello per tutti. Soprattutto fra i più giovani. I più disillusi, d’altronde, dalla politica e dai partiti. Se osserviamo gli elettorati di partito, inoltre, solo fra gli elettori di Sel e degli altri soggetti di Sinistra l’adesione a questa prospettiva non è maggioritaria. Anche se di poco. Presso la base degli altri partiti, invece, il consenso appare larghissimo. In alcuni casi, come FI (l’archetipo del “partito personale”), pressoché totale. Fra gli elettori della Lega e dei Fd’I: prossimo al 90%. Mentre nei due principali “avversari” politici, di questa fase, Pd e M5s, coinvolge oltre i tre quarti della base. Inutile rammentare, d’altronde, che l’elettorato del M5s è il più trasversale. Sotto il profilo politico e sociale.
Così, il richiamo all’Uomo Forte, espresso da Grillo va incontro a un orientamento condiviso e, al contempo, contraddetto. Dagli stessi elettori. Che si sentono “orfani” di un Capo. E, di quando in quando, lo cercano e lo votano. Ma poi tendono ad allontanarsi da esso.
Per questo, è difficile credere alla possibilità di alleanze del M5s con altri partiti, anche nel caso venisse approvata una legge di tipo proporzionale. Certo, il positivo giudizio su Trump (e Putin) ha suggerito la possibilità di un accordo con la Lega di Salvini. Un’alleanza nel segno del Trumpismo – all’italiana. Eppure gli elettori del M5s sono troppo trasversali. E, dunque, troppo diversi dalla base degli altri partiti. Tutti. Ma, soprattutto, da soggetti politici molto caratterizzati. Come la Lega. Il M5s, oggi, contende al Pd il primato nelle intenzioni di voto. Ma è condannato a star da solo. Contro tutti. Un non-partito come potrebbe allearsi con altri partiti?
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Il trumpismo unisce i vertici di M5S e Lega ma non chi li vota 
L’eterogeneità della base grillina rende difficile la scelta di politiche e alleanze
Affinità nel no a Ue, immigrati e politici troppe però le differenze sui diritti

FABIO BORDIGNON LUIGI CECCARINI Rep 24 1 2017
TRA M5S, LEGA (e Fratelli d’Italia), i comuni “sentimenti”, sui quali fondare un eventuale matrimonio, non mancano. Così come gli “amici” in comune, almeno a giudicare dalle simpatie internazionali dei rispettivi leader. Ma esistono anche importanti punti di attrito, nel possibile patto di governo, sul quale persino i vertici pentastellati - secondo quanto svelato ieri su queste pagine da Tommaso Ciriaco - starebbero meditando.
Il trumpismo, in realtà, sembra unire la leadership dei partiti molto più dei loro elettorati. Se i fan del nuovo inquilino della Casa bianca sono in maggioranza (56%) tra gli elettori della Lega, chi invece vota per il M5s esprime, nella maggior parte dei casi, giudizi negativi. Gli argomenti sui quali impostare un percorso comune, ciò nondimeno, sono evidenti e in parte noti. Le “affinità elettive” tra il grillismo e la destra radicale sono spiegate anzitutto dall’approccio antagonista: contro l’Europa, contro il sistema (politico) e contro l’immigrazione. Gli elettori della Lega e del Movimento pensano, più degli italiani nel loro insieme, che il perimetro della corruzione si sia ulteriormente allargato, rispetto all’epoca di Tangentopoli. Ritengono, più degli elettori degli altri partiti, che l’Euro debba essere abbandonato. Vedono, più della media, l’immigrazione come problema, per le possibili ricadute in termini di sicurezza.
Su quest’ultimo punto - è il caso di precisarlo - gli elettori del M5s si presentano divisi, al loro interno, e comunque lontani dal partito di Salvini. Soprattutto, condividono l’idea che ai figli degli immigrati debba essere concessa la cittadinanza italiana: un punto sul quale l’elettorato leghista risulta invece spaccato a metà. Proprio sul terreno dei “diritti”, del resto, si registrano le maggiori divergenze tra i due potenziali alleati. Lo testimoniano, in modo chiaro, i giudizi sulle nozze gay: approvate dal 65% degli elettori 5s, ma dal 40% dei leghisti.
Tali atteggiamenti riflettono, in parte, la diversa composizione ideologica dell’elettorato delle due formazioni. Se chi vota per il Carroccio si (auto-)colloca esplicitamente a destra o a centro-destra (73%), il M5s conferma la natura composita della base. In particolare, sebbene la componente degli “esterni” (che si chiamano fuori dalle tradizionali categorie politiche) risulti oggi maggioritaria (41%), ben il 30% degli elettori 5s si dichiara di sinistra o di centro-sinistra.
Ma una quota appena inferiore, nel complesso, guarda al centro (8%) oppure a destra/centro-destra (21%). Una eterogeneità, quella della base pentastellata, che indubbiamente rende difficile “scegliere”: quali politiche, prima ancora che quali compagni di viaggio.
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