domenica 30 aprile 2017

Una nuova edizione per il Genet di Sartre

Libro Santo Genet, commediante e martire Jean-Paul SartreJean-Paul Sartre: Santo Genet, commediante e martire, Il Saggiatore
Risvolto

Chi è Jean Genet? Lungo, ma tutt'altro che monotono, il rosario che lo descrive: bambino innocente ma bastardo, ladro e scassinatore, soldato, frocio, battona, guitto, vagabondo e accattone, mendicante e spacciatore di monete false, omicida, carcerato. Jean Genet, il pansessuale e panmorale, l'indecente peccatore, il blasfemo, il sacrilego, il traditore, Caino. Santo Genet, commediante e martire. L'enigma che esige una soluzione. Genet esce di scena, entra Jean-Paul Sartre, che spiega: la radicale rinuncia a sé per giungere all'intuizione dell'universale è da chiamare Santità. Chi si odia fino all'autodistruzione, chi annienta la propria umanità assurge al sacro, raggiunge l'eternità. Genet ha desiderio non di vivere, ma di morire la propria vita: la vuole perduta, vuole essere la canaglia più furba per meritare il nome di Santo. Ottenere l'ascesi attraverso la discesa, questo il suo metodo per acquistare la libertà dell'essere dal nulla. Ma un simile lavoro di distillazione deve sfociare nella parola: dall'etica del Male Genet approda all'estetismo nero e, fattosi artista, si disegna, si crea leggenda. Tutto, nel suo canto, è furto, perversione, mistificazione. Falsi romanzi scritti in falsa prosa, con un verbo rubato, truccato, estorto: un'infedele autobiografia più vera della biografia. Sartre si appropria dell'automitologia generata da Genet e fonda la critica letteraria esistenzialista - nella più piena accezione del termine. Perché il caso limite Genet è per Sartre paradigma della condizione di ogni uomo. Con una nuova prefazione di Francesco M. Cataluccio, il Saggiatore ripropone "Santo Genet. Commediante e martire": un intenso ritratto psicologico; un capolavoro di critica letteraria; una delle creazioni più intime e ispirate di Sartre, anello di congiunzione dialettica tra tutti i grandi temi della sua filosofia e preludio agli sviluppi successivi. Soprattutto, l'opera in cui il genio di Jean-Paul Sartre incontra il genio di Jean Genet, e i due antieroi più trasgressivi e controversi del canone letterario novecentesco mettono in scena la guerra tra l'essere e il nulla trasposta in parole.             

Contraddizioni in seno alle moltitudini negriere e ai loro teorici cognitari

Gratificazione o sfruttamento? Dal lavoro gratuito alle nuove forme di organizzazione e mutualismoSergio Bologna Effimera

Anziano liberale itagliano chiede rigore e gentilismo dopo aver devastato il paese con la sua ideologia antisociale



 Non riesce cioè a vedere la catastrofe sociale, politica e culturale che il suo liberalismo ha provocato [SGA].

Una generazione o due di quadri politici falliti e un'unica idea fissa: il Centrosinistra Ideale Eterno.




Mentre persino in Francia hanno capito che la strategia del meno peggio e della riduzione del danno non fa che portare acqua ai contrapposti neoliberalismi (quello tecnocratico e quello populista), in Italia abbiamo ancora a che fare con i Vendola, i Pisapia e i D'Alema o i loro portaborse più giovani.
Per ricostruire qualcosa che abbia un minimo di dignità nella fase politica delle contrapposizioni frontali è necessario che queste posizioni vengano spazzate via per sempre assieme a chi le rappresenta e sostiene.
Una linea divisoria invalicabile va tracciata tra la sinistra che nonostante tutto resiste e queste cose qua [SGA].




La preparazione psicologica della guerra di aggressione del Mondo Libero contro la Repubblica popolare di Corea






















Il Venezuela chavista sembra essersi infilato in un vicolo cieco



Il turismo dalla società di massa al postmoderno

Ebook selfie del mondo. Indagine sull'età del turismo D'Eramo, Marco
Marco d’Eramo: Il selfie del mondo. Indagine sull'età del turismo, Feltrinelli 

Risvolto

Il turismo è l’industria più importante di questo nuovo secolo, perché muove persone e capitali, impone infrastrutture, sconvolge e ridisegna l’architettura e la topografia delle città. Con la lucidità del suo sguardo sociologico, d’Eramo tratteggia i lineamenti di un’epoca in cui la distinzione tra viaggiatori e turisti non ha più senso e recupera le origini di questo fenomeno globale, osservandone l’evoluzione fino ai giorni nostri. La nascita dell’epoca del turismo rivive attraverso le voci dei primi grandi globetrotter, a partire da Francis Bacon, passando per Samuel Johnson, fino a Gobineau e Mark Twain, che restituiscono una concezione del viaggio ancora elitaria e che, tuttavia, porta con sé quella ricerca del diverso, del selvaggio e dell’autentico tipica di ogni esperienza turistica. E proprio a questo spasmodico bisogno di autenticità si è adeguato il panorama urbano in cui viviamo oggi. Con una fondamentale precisazione: l’autenticità che appartiene alla logica del turismo è un’autenticità fasulla, che soddisfa le aspettative del turista piuttosto che offrire un’istantanea reale – e dunque non sempre piacevole o di facile interpretazione – di un certo luogo. Al punto da generare intere città turistiche, come Las Vegas o l’analogo esempio cinese di Lijiang, dove la Torre Eiffel può essere esportata e riprodotta di fianco al Canal Grande. Se il turismo è un’industria, i turisti sono il suo mercato e le varie città turistiche entrano in competizione per conquistarsene una fetta. Attraverso un percorso urbano che si sviluppa su tutto il mappamondo, d’Eramo smaschera la dialettica del fenomeno turistico e la affronta senza pregiudizi snobistici, collocandola nello spirito del suo tempo.             

Pubblicato il dattiloscritto inedito sulla psicogrammatica di Maria Montessori

Psicogrammatica. Dattiloscritto inedito
Maria Montessori: Psicogrammatica. Dattiloscritto inedito, a cura di C. Tornar, G. Honegger Fresco, Franco Angeli

Risvolto

In quest'opera, rimasta per lungo tempo inedita e ora per la prima volta pubblicata in questa edizione, Maria Montessori mostra come sia possibile organizzare per i bambini un contesto d'apprendimento in grado di introdurli e guidarli in maniera affascinante e vivace all'analisi grammaticale. La studiosa parte dalla considerazione che il bambino già possieda una propria grammatica "implicita", acquisita spontaneamente nel corso dello sviluppo linguistico, e che vada pertanto guidato lungo un processo di scoperta consapevole degli elementi strutturali e funzionali del linguaggio che egli già utilizza, offrendogli i mezzi perché possa realizzare il proprio processo di autoapprendimento. È sua convinzione che tale scoperta debba passare attraverso l'azione e il movimento, attraverso il coinvolgimento degli organi vocali, della vista e del tatto. La "Psicogrammatica" è pertanto costruita sulla diretta e insostituibile attività del bambino, è basata su un esercizio essenzialmente legato all'azione, agli oggetti, alla sperimentazione, portando all'attenzione dell'alunno un campo di esperienze vivace e attraente attraverso il quale egli acquista consapevolezza delle regole alla base della propria lingua.

Contraddizioni e riscatto della Nuova Cina: il libro di Mo Yan




Metafora del paese: i servizi segreti italiani spiavano i Rokes


sabato 29 aprile 2017

Settant'anni di "Essere e tempo": Heidegger ridotto a chiacchierone midcult e conformista


La nemesi più amara per il suo pensiero: dopo esser passato per gli ex marxisti, finire nelle mani della Nuova Scuola [SGA].

Novant'anni dopo la pubblicazione di 'Essere e Tempo', cosa resta di Heidegger

La prima edizione del capolavoro del filosofo tedesco è dell'aprile del 1927. Ecco cosa ci dice ancora oggi l'opera che ha voluto demolire la storia del pensiero occidentale 

di Marco Pacini l'Espresso


Rüdiger Safranski, autore di una delle più suggestive biografie sul filosofo tedesco, affronta il tema dei suoi pregiudizi razziali. Con una tesi: "Nonostante ciò, resta uno dei pensatori più geniali del ventesimo secolo" 


L'antisemitismo del grande filosofo tedesco fu sostanziale. Ecco la tesi della studiosa che ha letto le note, ancora inedite in Italia, da lui scritte negli anni Trenta e Quaranta. «I nazisti non volevano solo governare il mondo ma rimodellarlo. Estirpando ciò che era incompatibile con il loro progetto





La guerriglia partigiana a Roma 1943-44

Davide Conti: Guerriglia partigiana a Roma. Gap comunisti, Gap socialisti e Sac azioniste nella Capitale 1943-44, Odradek


Risvolto
Duecentosettantuno giorni di occupazione nazista, migliaia di caduti civili e militari, quasi quattromila partigiani inquadrati nelle organizzazioni armate di Pci, Psiup e PdA, centinaia di azioni di guerra e sabotaggio compiute quotidianamente. Questa è stata la Resistenza a Roma: una guerriglia urbana di nove mesi organizzata dai reparti d’avanguardia delle forze antifasciste, i Gap e le Sac, e resa possibile dall’appoggio della popolazione civile.
La ricostruzione documentale degli eventi che l’autore offre, svincolata dalla retorica celebrativa, restituisce non solo il contesto storico in cui nacque la guerriglia nella città ma soprattutto le sue contraddizioni, i suoi slanci, i suoi limiti e la sua necessità militare, politica e morale.
Le drammatiche vicende della «Città Aperta», iniziate con i seicento caduti a Porta San Paolo e chiuse dalla strage di La Storta, furono caratterizzate da una guerra partigiana che rifiutò l’ordine nazista su Roma e fece della Resistenza armata la leva storica «costituente» in grado di conferire ai cittadini un nuovo protagonismo all’interno della sfera pubblica, facendo della guerriglia urbana una delle radici fondamentali della Repubblica.
All’interno del perimetro urbano della capitale, il Partito comunista, il Partito socialista e il Partito d’azione, si dotarono di reparti armati (i Gruppi d’Azione Patriottica e le Squadre d’Azione Cittadina) che diedero vita ad un conflitto asimmetrico, direttamente collegato con le forze Alleate, in grado di infliggere all’esercito nazista gravi danni strategici e pesanti perdite materiali.

In ogni zona della città, centinaia di azioni di guerriglia e sabotaggio vennero realizzate dai partigiani delle formazioni di Pci, PdA e Psiup lungo tutti i nove mesi di occupazione, confliggendo apertamente contro l’ordine pubblico criminale dei nazifascisti gestito attraverso la pratica militare della «guerra ai civili» fatta di rastrellamenti e deportazioni (carabinieri, ebrei, quartieri popolari), di stragi (Pietralata, Forte Bravetta, Fosse Ardeatine, La Storta) e di “camere di tortura” (via Tasso e le Pensioni Oltremare e Jaccarino).
La Resistenza romana ruppe, con la «irregolarità» propria della guerriglia urbana, il monopolio della forza esercitato dalle truppe «regolari» tedesche e rappresentò il fattore politico-militare più importante ed incidente della storia contemporanea della città. Le otto zone in cui i tre partiti della sinistra del CLN divisero la capitale divennero campo di battaglia accidentato e pericoloso per nazisti e fascisti grazie alla solidarietà, al sostegno fattuale e all’appoggio ideale della popolazione civile (elemento indispensabile alla sopravvivenza di qualsiasi guerriglia) che permise ai partigiani di ricevere protezione e collaborazione in tutti i quartieri della città e di combattere un nemico molto più forte per numero, armamento e risorse.
Una rottura del monopolio della forza che produsse una reazione delegittimante da parte degli eserciti occupanti e che, se immediatamente richiama la differenza tra soldato in divisa e combattente in abiti civili, su un piano più ragionato deve essere collocato, da un lato nel quadro della «guerra totale» di cui gli stessi eserciti nazifascisti si resero unici protagonisti, e dall’altro dentro «la ragione forte» per la quale «un popolo che vuole conquistarsi la sua indipendenza non può limitarsi all’uso dei mezzi militari consueti».



Davide Conti, storico. È consulente dell'Archivio Storico del Senato della Repubblica presso cui ha curato il riordino degli archivi personali dei membri dei GAP centrali Rosario Bentivegna, Carla Capponi, Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini. Tra le sue pubblicazioni L'anima nera della Repubblica. Storia del Msi, Laterza 2013; Criminali di guerra italiani, Odradek 2011; L'occupazione italiana dei Balcani, Odradek 2008; I socialisti nella Resistenza romana (a cura di), Odradek 2006; La Resistenza di Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini dai GAP alle Missioni Alleate, Senato della Repubblica 2016.

Volodija è già nel Mausoleo di Lenin?


Un'intervista a Juan Martín Guevara


La testimonianza: «Solo perché ero legato a Ernesto sono stato imprigionato per otto anni in Argentina. A liberarmi fu l'intervento del nunzio Pio Laghi» 

Avvenire Riccardo Michelucci giovedì 27 aprile 2017





“Mio fratello fuori dal mito”
Libri. Juan Martin Guevara a Bergamo per parlare di Ernesto, il Che, e del libro a lui dedicatoColotti Manifesto 25.4.2017, 21:56
Juan Martin Guevara è il fratello di Ernesto «Che» Guevara, a cui ha dedicato il libro Mon frère, le Che, scritto insieme alla giornalista francese Armelle Vincent. A lui è dedicata la serata di giovedì 27 nell’ambito della rassegna Al cuore dei conflitti.
Alle 20,30, all’Auditorium di Piazza della Libertà, a Bergamo, Juan Martin incontrerà il pubblico, insieme a Sergio Marinoni (presidente dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba), Giuliano Zanchi (Bergamo Festival) e a Chiara Boffelli (Al cuore dei conflitti).
Durante la serata verrà proiettato il film Che, un hombre nuevo, di Tristan Bauer.
Classe 1943, Juan Martin è il minore dei 5 fratelli Guevara. Quando a Cuba trionfò la rivoluzione, aveva 15 anni e avrebbe voluto rimanere con il fratello, ma il padre si oppose.
Nel libro e in questa intervista al manifesto parla di quel rimpianto e della sua militanza in Argentina, come esponente del Partido Revolucionario de los Trabajadores.
La figura di Ernesto Che Guevara è stata analizzata e celebrata sotto molteplici aspetti. Cosa aggiunge il suo libro?
È vero, la figura del Che è stata ampiamente analizzata, però non altrettanto sono stati letti e analizzati i suoi scritti. Quel che maggiormente si conosce è il Diario di Bolivia, o alcune biografie. Io mi sono dedicato a uno studio del suo pensiero. Poi è emersa l’esigenza di contestualizzarlo anche a livello umano: tirando fuori dal mito quella figura così nota. Ho cominciato a lavorare al libro nel 2009. In quel momento ho incontrato Armelle Vincent, che è scrittrice, mentre io non lo sono.
Ed è nato il libro, pubblicato prima in francese e poi in altre 10 lingue. Il suo scopo resta valido, come resta attuale il pensiero del Che. Ernesto è mio fratello e il Che è il mio compagno di ideali. Mi accompagna da quando ho cominciato ad avere coscienza politica e sociale. Non vivo nella sua ombra, ma alla luce della sua azione e del suo pensiero. Rimpiango di non essere stato di più al suo fianco, imparando e condividendo i suoi insegnamenti.
Lei denuncia il commercio del «mito» del Che. Cosa rimane del suo messaggio a 100 anni dalla rivoluzione sovietica?
Già nel 1965 il Che prevedeva che l’Urss stava tornando al capitalismo: non perché avesse la sfera di cristallo, ma in base all’analisi della realtà sovietica di quel momento. Il campo socialista, come si chiamava allora, non è stata una soluzione definitiva. Bisognerà indagare fino in fondo quelle debolezze. Di certo il capitalismo non può portare equilibrio al mondo. Non è solo una questione di giustizia sociale. Si tratta dell’impossibilità di uscire dalle crisi, i conflitti, i disastri, le guerre…
L’obiettivo del potere internazionale è che queste crisi non si trasformino in rivoluzioni come nel 1917 nel 1948 nel 1954, nel 1959…, però già si vede che né il neoliberalismo, né il capitalismo dal volto umano, né il neosviluppismo riescono a mantenere l’equilibrio. Il modo in cui effettuare cambiamenti dev’essere responsabilità dei popoli organizzati e coscienti della necessità di produrli. Inutile speculare sul come….
Lei ricorda il suo viaggio in Bolivia nel luogo in cui venne ucciso il Che. È tornato anche dopo, quando i suoi resti vennero ritrovati in una fossa comune? E si recò a Cuba dove vengono conservati?
Sono stato a Cuba insieme ai miei fratelli quando hanno portato i resti di Ernesto e degli altri compagni lì dalla Bolivia, nel 1997. Poi sono tornato al Mausoleo una sola volta. Sono stato in Bolivia nel 2013 e nel 2014, mi sono recato alla Huiguera e sono sceso alla Quebrada del Yuro. Sono andato alla Escuelita dove lo hanno ucciso e anche a Vallegrande dove hanno esposto il corpo. Mi sono incontrato con le autorità a La Paz: per dire che non serbo rancore ai boliviani.
Che pensa di Cuba oggi?
Il mondo, sempre più globalizzato, è dominato dai mercati e offre soluzioni per pochi. La Cina diretta dal Partito Comunista, potenza mondiale, ha imboccato la strada del capitalismo per competere con gli Usa. Cuba da sola non può trainare il pianeta a liberarsi del capitalismo e degli imperi.
Difende le conquiste per cui ha lottato. È nostra responsabilità lottare in ogni luogo e unirci a livello globale per questa liberazione. Se ci riusciremo, anche Cuba e il Venezuela saranno in salvo.
Lei è stato anche un militante politico. Cosa ricorda di quegli anni in Argentina?
Durante la dittatura civico-militare sono stato in carcere per 8 anni, 3 mesi e 23 giorni. Ricordo i nomi di molti compagni che non ci sono più. Sono stato arrestato a Rosario insieme alla mia compagna Viviana Beguan. Era il 5 marzo del 1975, un anno prima del golpe. Eravamo in casa di alcuni compagni quando un commando in abiti civili ha fatto irruzione. Ci hanno bendati, incappucciati, hanno sparato e minacciato di ammazzarci e portato al penale di Devoto. Dopo il golpe, siamo stati trasferiti al carcere di La Plata, e poi a un penale di massima sicurezza, Sierra Chica. Tra punizioni e trasferimenti, sono stato in isolamento per 3 anni. Non sapevamo se ne saremmo usciti vivi, ma lottavamo per la vita.
Quando avvenne l’invasione delle Malvinas, il 2 aprile del 1982, mi trovavo a Rawson. Il 30 marzo c’era stata una manifestazione contro il governo Galtieri, ma l’invasione servì a dividere l’opposizione e anche i prigionieri. C’era chi si offriva volontario sostenendo si trattasse di una battaglia nazionale antimperialista. Fummo in pochi ad opporci allora. Solo in quella occasione abbiamo avuto diritto alla radio: per ascoltare i proclami militari. Il beneficio finì quando i militari persero le Malvinas e non poterono più arrestare la fine del regime. Va al potere Bigone, si indicono le elezioni. Cominciano le prime liberazioni. Viviana esce da Devoto un po’ prima di me.
E oggi?
Anche se hanno assassinato il Che, non hanno potuto uccidere le sue idee, il suo esempio e il suo essere un referente per la lotta dei popoli. Anche il mio impegno continua. Mi definisco sempre marxista, leninista e guevarista. Marxista perché continuiamo nello stesso ciclo di profitto, di accumulazione di ricchezza prodotta socialmente e confiscata individualmente. Leninista perché senza organizzazione non c’è futuro. Guevarista perché la coscienza è un pilastro fondamentale per non sbagliare strada.
In Argentina, dopo gli anni ’60-70, anni di grandi convergenze, sono seguiti quelli bui e poi altri oscuri e confusi. Poi le cose si sono rimesse in moto, ma ora, dopo il ritorno delle destre, i processi di riaggregazione non sono ancora definiti. Vi sono movimenti sociali molto forti…
Il movimento Ni una Menos propone uno sguardo di genere sul mondo. Cosa pensa dell’ondata di femminicidi?
L’esistenza del machismo e del patriarcato è purtroppo una realtà in Argentina come in altri luoghi. Questa mobilitazione mostra le strade da percorrere per la società nel suo complesso. Chi sostiene il patriarcato di fatto perpetua questo sistema di emarginazione e sfruttamento. Assumere il punto di vista di genere significa spezzare la colonna che lo sostiene.

Il Festival dell'Imperialismo democratico con la solita compagnia di giro che ama l'umanità e la bombarda affinché non diventi populista



I tunnel di Manhattan


Montalbán e Barcellona

Layout 1Giuliano Malatesta: El niño del balcón. La Barcellona di Manuel Vázquez Montalbán, Giulio Perrone editore 

Risvolto
Cantore di un barcellonismo totale e popolare, fatto di lavoratori e puttane, di storia e malavita, di linguaggi tanto nobili quanto feroci, nessuno ha saputo raccontare la Barcellona del novecento come Manuel vázquez Montalbán. Sempre cercando di mantenere viva quella memoria storica e politica che qualcuno negli anni ha ingenuamente

scambiato per nostalgia della giovinezza e dell’età perduta. e ora che a distanza di tempo la città, assediata dal turismo di massa, non è più quel “paradiso populista” ma si è un po’ imborghesita sotto la bandiera
dell’autocompiaciuto postmodernismo catalano, il libro di giuliano Malatesta prova a ricomporre, attraverso la sterminata opera dello scrittore spagnolo, quel pezzo di città-fantasma – il clima culturale dell’epoca,
la storia del Futbol club Barcelona, i locali antifranchisti, l’ansia di libertà e di trasgressione dei sessanta, quando
Barcellona sembrava molto più vicina a Parigi che non al resto della Spagna – ancora viva sulle pagine ma ormai emarginata dalla realtà.

venerdì 28 aprile 2017

L'ottantesimo gramsciano. Il libro di Angelo d'Orsi




Ieri mattina Napolitano e Boldrini - con la supervisione di Beppe Vacca e del ministro Fedeli, che sono gli intellettuali del gruppo - hanno ricordato Antonio Gramsci come martire del Mondo Libero contro il totalitarismo nazi-sovietico di ieri e contro quello islamico e/o populista di oggi.
Nel pomeriggio al Senato si è tenuto un intervento del sen. prof. Mario Tronti sul tema "Gramsci e Renzi a Detroit con Marchionne". A seguire Toni Negri su "Gramsci europeista moltitudinario e teorico del reddito di cittadinanza in una dimensione biopolitica costituente sovranazionale". Ha concluso Roberto Esposito su " Gramsci precursore dell'Italian Theory e di Recalcati" [SGA].

Le istituzioni nei passaggi d’epoca. La lezione di Gramsci 

80 anni dalla scomparsa. L’anniversario dalla morte coincide con il centenario dell’Ottobre. Un alimento per discutere le istituzioni (europee) nei passaggi d’epoca 

Tommaso Nencioni Manifesto 27.4.2017, 23:59 
Le celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della scomparsa di Antonio Gramsci si saldano quest’anno con il centenario della rivoluzione russa. Una notevole messe di studi ha teso a “depurare” il pensiero del Gramsci maturo – quello dei Quaderni del Carcere – dall’eredità del leninismo. 
Tuttavia, senza voler addentrarsi nella querelle che ha appassionato storici e filologi di diverse scuole, l’impatto dell’Ottobre sul politico comunista sardo non può essere rinnegato, e neppure sbiadito, in base a letture contingenti dettate dall’esigenza generale di rimozione dell’evento rivoluzionario dalla storia del XX secolo. 
Ciò che particolarmente persiste, della lettura che dell’Ottobre dette Gramsci – del suo tentativo di tradurre in italiano i fatti di Russia, verrebbe da dire con terminologia gramsciana – pare anzitutto una lezione di metodo, che si riflette in due intuizioni preponderanti. 
La prima è l’assoluto rifiuto di una visione lineare della storia, come se questa fosse agita da un demone di carattere progressivo. Ogni rivoluzione si presenta come Rivoluzione contro il capitale, come frutto della volontà umana di piegare la modernità ad un esito del conflitto favorevole alle classi subalterne, di per sé non scritto in nessuna legge aurea. La seconda è la ravvisata necessità per i subalterni di creare, nel cuore stesso del conflitto, le istituzioni avvenire, senza attardarsi nella difesa di quelle caratteristiche dell’epoca precedente – fossero anche istituzioni che ne avevano garantito un relativo benessere, quali ne furono effettivamente edificate nell’Italia giolittiana. Se ci si attende l’emancipazione da eventi “esterni”, come se ci si ripara all’ombra di istituti che una nuova condizione storica fa apparire come obsoleti, l’ondata storica è destinata a travolgere le vecchie conquiste e a renderne impossibili di nuove. Di qui lo “spirito di scissione” evocato da Gramsci contro le tradizioni tanto riformiste che massimaliste del socialismo dell’Italia liberale. 
Con l’Ottobre historia facit saltus, e una netta discontinuità si instaura nel pensiero gramsciano. Dal punto di vista della storia delle idee, la rivoluzione bolscevica mette concretamente il pensatore sardo di fronte al tema del marxismo, nella misura in cui, con la loro azione vivificatrice, con la loro Rivoluzione contro il capitale, i bolscevichi avevano ‘salvato’ Marx dai suoi esegeti ammalati di positivismo e determinismo. 
Ma il saltus dell’Ottobre segna sì una discontinuità nella maniera gramsciana di pensare la lotta politica – mette l’ipotesi rivoluzionaria all’ordine del giorno, pone di fronte alla necessità di pensare la presa del potere da parte del proletariato colui che fino a quel momento aveva teorizzato la funzione di stimolo al progresso borghese proprio della classe operaia – ma in esso allo stesso tempo si intravede una continuità di metodo: col volontarismo di cui è permeato, Gramsci non giudica, alla maniera dei riformisti italiani o degli stessi menscevichi russi, la rivoluzione in base a presunte leggi di sviluppo presenti a priori nella Storia; ma, operando un vero e proprio distacco logico rispetto a tali convinzioni, individua nell’atto rivoluzionario una fonte di norme dell’agire storico. Gramsci non giudica l’Ottobre con le lenti della storia, ma ne fa una lente per giudicare la storia. 
C’era prima della rivoluzione un Gramsci anti-giacobino, per il quale il giacobinismo in quanto ideologia democratica trascendente, fuori dalla storia, si risolveva forzatamente in un atto di negazione della libertà; questo Gramsci non a caso celebra la rivoluzione russa come rivoluzione anti-giacobina; e c’è un Gramsci, dopo lo scioglimento dell’Assemblea costituente da parte dei bolscevichi, che accetta le logiche della dittatura (giacobina) nel momento del passaggio dal vecchio al nuovo Stato. 
Da queste considerazioni emerge il teorico dello Stato – dell’Ordine – nuovo. Uno Stato/Ordine nuovo che però si forma, in Gramsci, già nella prassi rivoluzionaria, nella dialettica tra conflitto e istituzioni; questa funzione di collegamento sarà individuata nel Soviet, istituzione autonoma della classe operaia già forgiata nel corso della lotta per il potere e successivamente destinata a funzionare da perno dell’Ordine Nuovo. Nel momento in cui il Soviet da contro-potere si fa potere, Gramsci si trasforma insomma da teorico dell’antistato e teorico dello Stato (nuovo). Un omaggio operante alla lezione del Machiavelli dei Discorsi, per il quale «coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma…». 
Anche nella fase attuale, a fronte di un rinnovato protagonismo dei popoli nello scenario politico che si articola in forme nuove e sconosciute, la sinistra storica si fa portavoce del dogma della modernizzazione – dell’espulsione, cioè, del conflitto dalla modernità – e si impantana nella difesa di istituzioni che sono state negli ultimi anni i perni della grande restaurazione neoliberale. In un simile contesto, una riflessione sul legame tra il pensiero di Gramsci e l’irruzione della rivoluzione nella storia umana costituisce un punto necessario da cui ripartire.

Mastropaolo: "populisti" e "antipolitici" nella crisi della democrazia moderna. "Cittadini Colti e Laureati che formano l'élite riformista" contro la "Vandea dei Campagnoli Lavoratori e Senza Laurea": l'allegra corsa della sinistra liberale verso il meritato baratro

A scuola dall’antipolitica 

Francia-Italia. Se elezioni francesi hanno consentito un brillante successo ai populisti (un votante su quattro), la vittoria degli antipolitici è stata strepitosa. Sommando gli elettori di Le Pen, Macron e Mélenchon si tratta di tre votanti su quattro. Una Waterloo per i partiti tradizionali

Alfio Mastropaolo Manifesto 27.4.2017, 23:57 
Le elezioni francesi invitano a distinguere. Una cosa è il populismo, un’altra l’antipolitica. Ringalluzzito, ove ve ne fosse bisogno dalla vittoria di Trump, e in via di riconversione al sovranismo, il populismo è quell’indigesto miscuglio di xenofobia e nazionalismo professato da Mme Le Pen.
Come i suoi antecedenti fascisti, ha vocazione interclassista. Promette protezione, che ovviamente non manterrà, come sta già dimostrando il succitato Trump. Il suo seguito elettorale è costituto dalle classi medie indipendenti e da quelli che in Francia chiamano i petits blancs, i declassati, i perdenti della globalizzazione, che sperano in qualche forma di protezione nazionalista. Alcuni tra costoro sono d’estrazione popolare: quei ceti da tempo abbandonati dai partiti di sinistra. I dati mostrano pure un’inquietante capacità di penetrazione anche presso l’elettorato giovanile. Il degrado delle istituzioni scolastiche, la loro vistosa delegittimazione, la revoca dell’azione educativa dei partiti, le deprimenti prospettive offerte dal mercato del lavoro, sono un humus fertilissimo per la propaganda populista. 
Il raggio dell’antipolitica è più lungo. Tutti i populisti-sovranisti sono antipolitici. Spregiano la politica democratica e il suo apparato di regole e di diritti. Ma non tutti gli antipolitici sono populisti. Molti antipolitici sono anti-establishment, sono contro i partiti convenzionali, sono magari contro le istituzioni europee, talvolta sono oltre la destra e la sinistra, ma non disdegnano le istituzioni democratiche. Grosso modo: i tecnocrati alla Macron tendono a bypassarle, gli antipolitici di sinistra vorrebbero accrescere le opportunità di partecipazione popolare. 
Se elezioni francesi hanno consentito un brillante successo ai populisti (un votante su quattro), la vittoria degli antipolitici è stata strepitosa. Sommando gli elettori di Le Pen, Macron e Mélenchon si tratta di tre votanti su quattro. Una Waterloo per i partiti tradizionali e la prova provata di quanto siano odiosi. Piccole cittadelle del privilegio, che curano i loro affari e ossequienti all’establishment, alla faccia dei cittadini. 
Il problema è che se i populisti antipolitici sono democraticamente indigeribili, gli altri antipolitici sono strutturalmente inconsistenti. Anche la più democratica delle antipolitiche è invertebrata. Vincerà le elezioni, ma non reggerà alla prova del governo. Ne sa qualcosa Barak Obama, che, dopo aver vinto le elezioni con un discorso (moderatamente) antipolitico, ha dovuto sottomettersi all’establishment, che ha in gran parte neutralizzato il suo potenziale innovativo. Non avendo alle sue spalle né i sindacati, né le grandi associazioni che avevano sorretto i grandi presidenti democratici, è rimasto molto al di sotto delle attese che aveva suscitato. Ha semmai capito la lezione (a modo suo) Matteo Renzi. Il quale, giunto alla leadership e al governo con un discorso sfrontatamente antipolitico, si è subito impossessato del Pd e si è lanciato in una forsennata campagna di conquista del sottogoverno. Sprovveduto però della sottile sapienza democristiana, ha fatto solo volgare demagogia elettorale e ha smarrito la sua carica antipolitica. Resta l’enfant, è svanito il prodige. Berlusconi lo aspetta a braccia aperte. 
È possibile che Macron, quasi sicuro vincitore al secondo turno, se la cavi meglio. Ma c’è da nutrire molti dubbi. Senza una solida struttura che connetta Stato e società, che convogli stabilmente consenso verso chi governa, è probabile che anche lui finisca tra le grinfie del business, donde del resto proviene. È un paradosso: per salvare la democrazia la si consegna a chi l’ha inguaiata e tutti si dicono contenti.
Non sarebbe tuttavia andata meglio a Mélenchon, che anche lui non dispone di un partito, ma solo di un embrione di movimento.
E nemmeno a Mme Le Pen. Sono tempi difficili per i politici, anche quelli antipolitici e populisti. 
Mentre sono tempi felici per il business, che, grazie alla potenza di fuoco mediatica che può mobilitare, e alla complice insipienza di chi avrebbe dovuto contrastarlo, ha promosso l’antipolitica, la società civile, la trasparenza, la moralità (da che pulpito…) e tante altre cose, fiaccando la politica e profittandone. 
Come finirà? Difficile dirlo. Consoliamoci con il fatto che la sinistra francese, tra antipolitica e politica, ha ottenuto un voto su quattro. Non è male, stante la propaganda neoliberale, che, frammischiata all’antipolitica, martella da quarant’anni. Ovviamente, la speranza è che il risultato si consolidi. Che un bel po’ di serio, duro e anche intelligente lavoro trasformi la generosa manifestazione di dissenso in resistenza. Se possibile liberata dalle deliranti suggestioni maggioritarie (da produrre mediante alchimie elettorali) e consapevole che i voti non solo si contano, ma soprattutto si pesano. In Italia, in tempi meno bui, c’era una sinistra pesantissima, che incuteva rispetto. Anche se non andava al governo, contava moltissimo nei destini del paese. E per il meglio.



Benjamin Barber