lunedì 13 ottobre 2014

La percezione della narrativa italiana contemporanea all'estero e in patria: alcuni problemi

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I trionfi americani, l’anonimato come scelta definitiva, il terrore di perdere “questo spazio creativo anomalo”: intervista alla scrittrice
Elena Ferrante “Se scoprite chi sono mollo tutto” 
SIMONETTA FIORI Repubblica 5 12 2014
«CARA redazione, ci deve essere stato un equivoco. “Metterci la faccia” era in sintesi un ipotetico articolo sul presidente del Consiglio. Politica, insomma, che aveva poco o niente a che fare con le mie scelte di autrice assente. Ma pazienza, devo dire che alla fine mi ha fatto ugualmente piacere rispondere. Grazie, Elena Ferrante». Dagli equivoci possono nascere tante cose, anche una singolare intervista.
In un primo momento doveva essere un articolo scritto dalla Ferrante sul tema da lei stessa suggerito: “Metterci la faccia”. Dato il mistero della sua identità, amplificato dal successo planetario, l’intervento ci è sembrato opportuno e inequivocabile. Poi però la Ferrante non ha potuto scrivere il suo articolo, così è subentrata la formula dell’intervista che ne ha ereditato l’angolatura: presenza/assenza di un autore nella società dello spettacolo, le ragioni di una sottrazione tenacemente difesa per vent’anni. Domande e risposte scritte, senza possibilità di interlocuzione. Un patto felicemente accolto, che oggi scopriamo fondato su un fraintendimento. Ben vengano gli equivoci. Solo qualche dubbio sulle certezze dell’autrice. Sarà vero che alle lettrici nulla importi della sua identità? La biografia di uno scrittore è davvero così irrilevante? Il mondo dei media è soltanto un’orda di analfabeti indemoniati? Forse le cose sono un po’ più complicate, ma a una grande scrittrice è consentito tutto, anche risposte tranchant.
La rivista americana Foreign Policy l’ha inclusa tra le cento personalità più influenti al mondo per la sua «capacità di raccontare storie vere e oneste». Lei come spiega «la febbre Ferrante»?
«Sono contenta soprattutto perché Foreign Policy mi attribuisce con qualche generosità il merito di aver dimostrato che il potere della letteratura è autonomo. Quanto al successo dei miei libri, ne ignoro le ragioni, ma non ho dubbi che vadano cercate in ciò che raccontano e in come lo raccontano».
Oltre vent’anni fa lei scriveva: «Io credo che i libri non abbiano bisogno dei loro autori. Se hanno qualcosa da raccontare, troveranno presto o tardi dei lettori». Non ritiene che quella scommessa sia stata vinta e che dunque i suoi libri non abbiano più bisogno dell’anonimato?
«I miei libri non sono anonimi, hanno tanto di firma in copertina e non hanno mai avuto bisogno dell’anonimato. È successo semplicemente che li ho scritti e poi, sottraendomi alla prassi editoriale comune, li ho messi alla prova senza alcun patrocinio. Se qualcuno ha vinto, hanno vinto loro. È una vittoria che testimonia la loro autonomia. Si sono guadagnati il diritto di essere apprezzati dai lettori proprio in quanto libri».
La scelta di sottrazione non si trasforma nel suo contrario? Il mistero suscita curiosità, l’autore diventa così Personaggio.
«Temo che queste considerazioni riguardino solo la cerchia ristretta di quelli che lavorano nei media. Che, a parte le solite eccezioni, per lo più hanno troppo da fare e sono o non lettori o lettori frettolosi. Fuori del circolo mediatico il mondo è ben più vasto e le attese sono altre. Per capirci, il vuoto che ho lasciato di proposito, lei, volente o nolente, per mestiere e a prescindere dalla sua sensibilità di persona colta, si sente chiamata a riempirlo con una faccia, mentre i lettori lo riempiono leggendo ».
È davvero convinta che il vissuto di un autore non aggiunga niente? Italo Calvino si sottraeva alle domande personali, però sappiamo molto di lui e del suo lavoro editoriale.
«Calvino mi suggestionò molto, da ragazzina, con una sua dichiarazione. A occhio e croce diceva: chiedetemi pure della mia vita privata, io non vi risponderò o vi mentirò sempre. Ancora più radicale mi è sembrato in seguito Northrop Frye che dice: gli scrittori sono persone piuttosto semplici, in linea di massima né più saggi né migliori di chiunque altro. E continua: importa di loro ciò che sanno fare bene, incatenare parole; Re Lear è meraviglioso anche se di Shakespeare ci restano soltanto un paio di firme, alcuni indirizzi, un testamento, un certificato di battesimo e un ritratto che raffigura un uomo che ha tutto l’aspetto di un idiota. Beh, io la vedo esattamente così. Le nostre facce, tutte, non ci rendono un buon servizio e le nostre vite non aggiungono niente alle opere».
Se lei rivelasse la sua identità, verrebbe meno la curiosità. Non pensa che perseverare nel mistero rischi di renderla complice?
«Mi permette di risponderle con un’altra domanda? Non pensa che se facessi come lei dice tradirei me stessa, la mia scrittura, il patto che ho fatto coi miei lettori, le ragioni mie che essi hanno praticamente sostenuto, persino il modo nuovo secondo cui hanno finito per leggere? Quanto alla mia complicità si guardi intorno. Non vede la ressa che c’è sotto Natale per andare in tv? Parlerebbe ancora di complicità se in questo momento fossi in prima fila davanti a una telecamera, o lo troverebbe semplicemente normale? No, dire che l’assenza è complicità è un gioco vecchio e scontato. Quanto alla curiosità morbosa, mi sembra anch’essa so- lo una pressione del meccanismo mediatico volta a rendermi più che complice, incoerente».
Le pesa vivere nella dissimulazione?
«Non dissimulo alcunché. Vivo la mia vita, e chi è parte di essa sa tutto di me».
Ma come si fa a vivere nella menzogna? Lei rivendica l’anonimato anche per proteggere la sua vita. Ma cosa c’è di più condizionante — nella vita di una persona — del segreto intorno al suo lavoro?
«Scrivere per me non è un lavoro. Quanto alla menzogna, beh, tecnicamente la letteratura lo è, è uno straordinario prodotto della mente, un mondo autonomo fatto di parole tutte volte a dire la verità di chi scrive. Sprofondare in questo particolare tipo di menzogna è un gran godimento e una faticosa responsabilità. Quanto alle vili bugie, mah, in genere non ne dico a nessuno, se non per scansare un pericolo, per proteggermi».
La quadrilogia dell’ Amica geniale diventerà una serie tv, affidata a Francesco Piccolo. Cosa si aspetta?
«Mi aspetto che i personaggi non si semplifichino e che il racconto non si impoverisca e non venga stravolto. La collaborazione con chi lavorerà alle sceneggiature, se ci sarà, avverrà via mail».
L’anonimato in un’epoca di esposizione totale ha qualcosa di eroico, ma ora il successo non le imporrebbe di «metterci la faccia»?
«Il nostro presidente del Consiglio usa spesso questa espressione, ma temo che serva più a nascondere che a svelare. Il protagonismo fa questo: nasconde, non svela, trucca la prassi democratica. Sarebbe bello invece che non tra qualche mese o anno ma ora potessimo valutare con chiarezza cosa ci viene apparecchiato ed evitare disastri. Invece abbiamo non opere da esaminare ma facce, che fuori dal clamore televisivo sono per loro natura tutte come quella dello Shakespeare di Frye, sia che abbiano scritto Re Lear, sia che ci abbiano im- bonito il Jobs act. Io, successo o no, della mia so abbastanza per decidere di tenermela per me».
La sua amica editrice Sandra Ferri è persuasa che se la sua identità venisse scoperta lei non riuscirebbe più a scrivere.
«Alla mia amica Sandra dico un mucchio di cose tutte vere. Devo solo precisare che parlavo di pubblicare, non di scrivere. E poi voglio aggiungere che qualcosa è cambiato. All’inizio mi pesava l’ansia per ciò che raccontavo. Poi si è sommata presto la piccola polemica contro ogni forma di protagonismo. Oggi la cosa che temo di più è la perdita dello spazio creativo del tutto anomalo che mi pare di aver scoperto. Non è poco scrivere sapendo di poter orchestrare per i lettori non solo una storia, personaggi, sentimenti, paesaggi, ma la propria figura di autrice, la più vera perché fatta di sola scrittura, di pura esplorazione tecnica di una possibilità. Ecco perché o resto Ferrante o non pubblico più».

Il caso Ferrante Il romanzo italiano secondo il New Yorker

La fortuna dell’autrice che nessuno ha mai visto emblema delle contraddizioni della nostra letteratura 
Paolo Di Paolo La Stampa 13 ottobre 2014
C’è sempre qualcosa di misterioso nella fortuna critica di un autore all’estero. Gli ostacoli sono tanti: la complessità stilistica, la traducibilità di un immaginario, di un orizzonte storico e culturale. A Elena Ferrante, la misteriosa autrice di L’amore molesto, è accaduto il miracolo che accade a pochissimi autori italiani: essere scoperta e celebrata in America. 

Sul mercato anglofono siamo di solito debolissimi, e semmai ci pensano gli americani stessi a spargere – quando serve – un po’ di italianità caricaturale sui loro romanzi (è il caso di Mangia prega ama di Elizabeth Gilbert, per esempio, o del Dan Brown in salsa vaticana). A entrare nel dibattito culturale sono riusciti forse solo Calvino e Umberto Eco (l’ultimo romanzo di Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, chiama in causa il nostro professore già nelle prime pagine); se la sono cavata la Fallaci, Calasso, e più di recente Severgnini, Baricco e Saviano. Il nobile lavoro di Jonathan Galassi su Montale e poi su Leopardi fa eccezione. 

Merita perciò di essere studiato il fenomeno-Ferrante: un’autrice di cui tuttora si ignora l’identità salutata qualche settimana fa dal New Yorker come una grande artista. Molly Fischer dice di aver cominciato a leggere il primo volume della trilogia L’amica geniale e di non essere riuscita più a fermarsi. Richiamandosi ad alcune serie tv che mettono in scena l’amicizia femminile, Fischer spiega come l’abilità di Ferrante sia stata quella di raccontare un rapporto fra donne nel corso degli anni, la sua evoluzione nel tempo. 

Ancora sulle colonne del New Yorker, a inizio 2013, il critico James Wood parlava, a proposito di I giorni dell’abbandono, di «literary excitement». La traduttrice di Ferrante, Ann Goldstein, elogia la pagina della scrittrice napoletana come intensa, puntando il dito contro il resto della prosa letteraria italiana, che sarebbe «flowery», infiorettata e troppo elaborata. 

Sarà. C’è qualcosa che non torna; qualcosa, diciamolo pure, di sproporzionato. Ai lettori e critici americani i romanzi di Ferrante piacciono perché le trame sono oliate, la mano narrativa è solida, la lingua piana, e Napoli, quando c’è, è un fondale che non impegna troppo, sta lì come una stampa turistica con Vesuvio e golfo. Si fa leggere con partecipazione emotiva, le sue vicende sono traghettabili ovunque: una separazione dolorosa nei Giorni dell’abbandono; una scrittrice di successo, che guarda caso si chiama Elena e con un romanzo «osceno» irrita il piccolo mondo da cui proviene, nella Storia di chi fugge e di chi resta. È dunque «universale» Elena Ferrante?

Al cinema, da noi, l’hanno portata Martone e Faenza; i letterati italiani anche più sofisticati ed esigenti (Fofi, Guglielmi) l’hanno omaggiata, ma non prenderebbero in considerazione con la stessa serietà romanzi di autrici non così dissimili da Ferrante, per tematiche e stile, come Cristina Comencini, Simonetta Agnello Hornby o Sveva Casati Modignani. Vai a capire perché. Se fosse un’altra autrice – una che, per usare un’espressione corrente, «ci mette la faccia» – sarebbero più severi i nostri professori: le perdonerebbero, per esempio, un indice dei personaggi come quello che apre Storia di chi fugge? Ha tutta l’aria del riassunto di una soap tipo Un posto al sole. Le perdonerebbero frasi come «mi aveva smosso la carne senza smuovere la sua, brutto stronzo». Se le scrive la Mazzantini non vanno bene; se le scrive la Ferrante sì. Ma la forza di Ferrante è, più che nei suoi libri, nel suo non esserci, la sua distanza abissale da tutto: nessuno l’ha mai vista, nessuno l’ha mai intervistata di persona, nessuno l’ha mai incrociata per caso, come perfino al vecchio eremita Salinger era accaduto al supermercato. Non se ne ha nemmeno una foto giovanile, come dell’altro grande solitario Thomas Pynchon.
Sono abbastanza patetici, perciò, i dialoghi con giornalisti e critici raccolti nel 2003 nel volume La frantumaglia: gli intervistatori mandano le domande alla casa editrice e/o e poi arrivano, da chissà dove, le risposte. Pensose, con tanto di pose e civetterie di chi si concede con il contagocce e finisce per essere più irritante dei peggiori narcisi. È un libro pieno di salamelecchi, di abbracci, di finte confessioni: un corpo a corpo impossibile con la Grande Assente della letteratura italiana. 

La «morte dell’autore» di cui tanto aridamente si discuteva in quel ’68 caro alla Ferrante, è diventata questo nome e cognome così allusivi da sembrare finti. Elsa Morante, Elena Ferrante; Napoli, la Grecia: no, non mi convince. E che a scrivere questi romanzi sia Domenico Starnone o Anita Raja importa fino a un certo punto: sarebbe di per sé molto triste e imbarazzante dover scoprire, fra anni, le verità di un teatrino troppo furbo. Qualcuno obietterà che il gioco degli pseudonimi in letteratura è lecito. Sì, ma è raro che stia in piedi per più di vent’anni. E comunque, in quanto gioco, è infinitamente meno interessante di una vita, di una faccia, di un’esperienza reale. Si può restare appartati senza diventare fantasmi. Così la letteratura somiglia a un software che produce storie, o al canovaccio di una impeccabile ma algida serie tv. Così, la letteratura italiana – in America e non solo là – rischia di restare senza volto. 


“Vi ricordo la Ferrante E allora?” 

L'io narrante femminile e tante, troppe coincidenze. L’ultimo romanzo di Domenico Starnone sembra il seguito de “I giorni dell’abbandono”

SIMONETTA FIORI Repubblica 14 ottobre 2014
CARO Starnone, delle due l’una: o vuole gettare la maschera, rivelando che c’è lei dietro la figura fantasmatica di Elena Ferrante, o più semplicemente le piace civettare con questo mistero letterario. Tertium – direbbe uno dei suoi personaggi ex cathedra – non datur . «Nooo, è una persecuzione. Mettiamo che fossi davvero la Ferrante...». Sì mettiamo, perché le tracce ci portano da quella parte. Ieri mattina a casa dello scrittore dopo aver letto Lacci, il nuovo bel romanzo in uscita da Einaudi. Un racconto molto ben congegnato, che colpisce fin dalla prima riga. «Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie». E qui il primo sussulto: Starnone scrive in prima persona, al femminile.

Non era mai successo. Ma via, sarà solo un caso.

Perché inchiodare un bravo scrittore pluripremiato al mito ingombrante della Ferrante? Non saremo contagiati dal pettegolezzo letterario che attribuisce al narratore napoletano – e alla moglie traduttrice Anita Raja – la genitorialità della scrittrice? E non è lo stesso Starnone a farsi beffa dei giornalisti culturali sulle tracce del suo supposto travestitismo nel penultimo romanzo Autobiografia erotica di Aristide Gambía ? Non fermiamoci al primo sciocco indizio e proseguiamo nella lettura, incoraggiati da una scrittura colta e dalla capacità dell’autore di lumeggiare l’inferno famigliare nascosto negli spazi quieti della routine. Ma all’ultima pagina resta una convinzione: quello di Starnone può essere letto come un meraviglioso sequel dei Giorni dell’abbandono . Perché le coincidenze tra Vanda, la moglie spezzata di Lacci, e il personaggio tratteggiato dalla Ferrante sono inequivocabili.

Sono storie quasi a ricalco – due donne abbandonate allo stesso modo, da due mariti molto simili, persi entrambi dentro “un vuoto di senso” ovvero un’incantevole fanciulla altoborghese –, con una differenza di fondo che è il colpo di genio di Starnone. Se la vicenda narrata dalla Ferrante si chiude con la nuova vita di Olga insieme all’orchestrale della porta accanto, Starnone si diverte ad andare avanti. E ci apre un altro scenario, riferito questa volta dal protagonista maschile. Però sono passati quarant’anni dall’abbandono, e lui nel frattempo è tornato a casa. Ora Vanda e Aldo sono una coppia come tante, settantaseienne “fintamente energica” lei, settantaquattrenne “fintamente svagato” lui. Apparentemente una vita serena, in realtà due vite rattrappite dalla paura e dalla perdita: la riconciliazione è molto più devastante dell’abbandono. Il dolore era sempre lì, annota lo scrittore, non finiva mai.
E allora Starnone, a che gioco giochiamo?
«Ma guardi che di donne abbandonate non ha scritto solo la signora Ferrante. Perché non parliamo del nesso tra Starnone e il Tolstoj di Anna Karenina ? ».
Non divaghi. Le coincidenze sono tante. I personaggi femminili hanno la stessa età e vissuti molto simili. E reagiscono in maniera identica, tra aggressività e cedimenti.
«Ma siamo all’interno di un luogo comune dell’esperienza. In fondo la storia del tradimento occupa soltanto le prime quindici pagine. Il vero nocciolo del racconto è il ritorno a casa. Il cosiddetto perdono. Il momento in cui la coppia si riforma e produce orrore».
Sì, il pregio del suo romanzo è là. E si può leggere come un sequel della Ferrante: scritto dalla parte dell’uomo.
«Ma certo, lei avrà fatto il suo racconto al femminile, io al maschile. Dov’è il problema?».
Nessun problema. Ma ammetta che è piuttosto curioso: da tempo è perseguitato dal fantasma della Ferrante e lei che fa? Comincia il suo nuovo libro con una storia a ricalco dei Giorni dell’abbandono.
Colpisce anche il particolare della bottiglia: quando i fedifraghi confessano lo sperdimento per l’altra donna, entrambe le mogli spaccano una caraffa d’acqua...
«Allora la mia posizione radicale sul matrimonio è il seguito della Sonata a Kreutzer... davvero io alla Ferrante non ho proprio pensato. Quando uno scrive, scrive quello che vuole. Tra me e lei non c’è nessun punto di contatto. Io ho un rapporto ironico con la scrittura, non la considero un sacerdozio. E invece questa signora sembra una sacerdotessa delle lettere. Il mio è un racconto frammentato, non a flusso continuo, come fa lei».
Ne parla con insofferenza.
«Sì, ma non voglio parlarne male. Mi sembra un’ottima artigiana del racconto. Ma non sento affinità, al di là della comune napoletanità».
Ma, anche se lo stile è diverso, come può ignorare le coincidenze tra i due personaggi femminili? Hanno entrambe due figli e identiche paure. Sobbalzano agli stessi rumori notturni. E ripensando alla loro storia coniugale, si producono nella medesima riflessione: il loro amore è stato frutto del caso.
«Lei è la prima persona che mi pone il problema. E ora comincio a pensare che saranno guai. Il mio romanzo sarà letto solo in questa ottica e finirà nella spazzatura. Si metta nei miei panni. Ho un progetto in mente. E siccome tutto il mondo ritiene che io sia la Ferrante, devo gettare via il mio progetto?».
No. Ma avrei evitato di partire da una storia così simile.
Oppure mi tengo le domande moleste dei giornalisti.
«Io per mia natura faccio quello che mi pare. Da sempre. Una dozzina di anni fa pensai di mettere insieme una ventina di racconti in cui raccontare non solo come eravamo ma come siamo diventati. Ora in Lacci ho voluto restituire cos’è stata per la mia generazione l’esperienza della famiglia. Chi si è sposato agli inizi degli anni Sessanta concepiva il matrimonio per sempre. Il dramma di Vanda è scoprire che nulla è per sempre».
Lei racconta la dissoluzione della famiglia ma anche la sua forza.
«Sì, una forza cattiva che ti costringe a vivere dentro una struttura malata. Resto dell’idea che, se si rompe una cosa, non bisogna incollare i cocci. Il perdono può arrivare, ma resta pura superficie: sotto coverà sempre una ferita purulenta. Per raccontare questa storia ero obbligato a partire dalla sofferenza
della moglie».
Sia o non sia la Ferrante, mi sembra che le piaccia sfidarla.
«Me la porterò con me fino alla morte. L’ho scritto anche nell’ultimo capitolo dell’ Autobiografia erotica di Aristide Gambía : NON SO-NO LA FERRANTE».
Però il libro successivo lo fa cominciare con una trama ferrantiana, nel momento in cui la scrittrice ha un grande successo in America.
«Scusi, mettiamo che la Ferrante sia io, o sia mia moglie...».
O entrambi...
«No, insieme lo escludo».
Esiste un diverso ordine di esclusione: più certa e meno certa? «No, il lavoro insieme a mia moglie lo escludo a priori. Ma mi spieghi una cosa: visto che è così raro avere respiro internazionale in questa pozzanghera che è l’Italia, perché non godersela? Cosa ci indurrebbe a restare nell’ombra?».
Nel successo della Ferrante influisce anche il mistero.
«Mi trovi in giro un qualsiasi scrittore o scrittorucolo che di fronte a questo colpo di fortuna mantiene il silenzio. Viene dato per scontato un comportamento che è di per sé anomalo».
Ma lei non è uno scrittorucolo.
«Ma io non ho niente da rivelare. E mi dispiace non avere niente da rivelare ».
Perché le dispiace?


«Perché in fondo rinuncio alla sua fama. Detto questo, posso confessarle un segreto? Tra me e la Ferrante c’è un abisso».



“Leopardi, Levi e la Ferrante così negli Usa si legge l’Italia”
Intervista ad Ann Goldstein, da vent’anni la più importante traduttrice americana dei nostri scrittori “È un momento felice per il vostro Paese”SIMONETTA FIORI Repubblica 30 ottobre 2014

«PRIMA il successo di Elena Ferrante, ora la traduzione integrale di Primo Levi. È decisamente un momento felice per la cultura italiana a New York'. Per tirarsi un po’ su bisogna fare una telefonata al New Yorker, sofisticata icona della Manhattan intellettuale. All’altro capo del filo è Ann Goldstein, responsabile del Copy Department e voce americana di molti scrittori italiani. La settimana scorsa ha festeggiato i quarant’anni di lavoro dentro la rivista. La sua avventura tricolore cominciò nel 1992, quando Saul Steinberg portò in redazione il manoscritto di un suo amico ed Ann era l’unica capace di tradurlo.

Si trattava di Cecov a Sondrio di Aldo Buzzi. Da allora sono passati due decenni e migliaia di pagine tra lo Zibaldone e il Petrolio postumo, i romanzi di Baricco e Piperno, la fortunata polifonia della Ferrante. E ora l’opera multiforme dello scrittore chimico, a cui Norton dedica in primavera un’edizione in tre volumi, Complete Works , a cura della Goldstein.

Perché Levi? Cosa piace al pubblico americano?
«L’idea è stata di un editor di Norton-Liveright, Robert Weil, assai appassionato di Levi. Ci ha messo più di cinque anni per acquisire tutti i suoi diritti, e poi sono entrata io nel progetto. Quando abbiamo cominciato a leggerne le traduzioni inglesi, ci siamo accorti che non era stato rispettato l’assetto voluto dallo scrittore. Abbiamo deciso di risistemare i libri nella forma originale, rimettendo mano anche alle traduzioni ».
Nella sua prima apparizione, Se questo è un uomo fu presentato al pubblico americano con il titolo di Survival in Auschwitz e La tregua con Reawakening , il risveglio. Titoli molto rassicuranti.
«Titoli orribili, scelti dalle case editrici per vendere copie».
A Primo Levi non piacevano perché gli sembrava che annacquassero la tragedia nel lieto fine.
«Noi siamo stati fedeli all’originale: If this Is a Man e The Truce.
Per noi il criterio fondamentale è stato quello di seguire le indicazioni di Levi, anche nel tentativo di restituirne tutta la poliedricità. Vorremmo darne un’immagine più completa, non più schiacciata testimone dell’Olocausto».
Ad aprirgli il successo negli Stati Uniti, alla metà degli anni Ottanta, fu un’opera non solo testimoniale come Il sistema periodico .
«Sì, probabilmente influì anche il giudizio di Saul Bellow che presentò quei racconti come un capolavoro. “Non c’è niente di superfluo”, scrisse, “ogni cosa è essenziale”. Di questo parla lungamente Weil nel suo saggio sulla fortuna di Levi in America».
Racconta anche dell’amicizia con Philip Roth. Lo scrittore americano andò a trovare Levi a Torino nel 1986, poco prima della scomparsa.
«Sì, era stato incaricato dalla New York Times Book Review di farne un ritratto sullo sfondo della sua vecchia fabbrica. Roth rimase molto colpito dalla sua capacità di ascolto, dall’intensità dell’attenzione. E tra tutti gli artisti del Novecento, tra quelli intellettualmente attrezzati, gli appariva come il più adatto a cogliere la totalità della vita intorno a sé. Il suo saggio sarebbe uscito un mese prima della morte di Levi».
Domenico Scarpa, che l’ha studiato a lungo, fa notare un’eccezionalità: di solito, nel passaggio dall’italiano all’inglese, i testi si restringono. Nel caso di Levi succede il contrario. Il suo italiano risulta più sintetico dell’inglese.
«Sì, Mimmo dice questo, e forse ha ragione. Ma io non ho contato le parole!».
E con l’yddish di una banda partigiana? È vero che l’yddish usato da Levi è apparso agli americani poco convincente?
«Sì, sapevo anche io di queste perplessità. Forse perché abbiamo una memoria culturale più ricca, e molti termini yddish fanno parte della nostra lingua».
La sua radice ebrea ha inciso nella traduzione di Levi?
«Non credo. In realtà sono un’ebrea cresciuta senza alcuna educazione religiosa. La mia è una delle tante famiglie che si è voluta assimilare a tutti i costi».
Ma dar voce al dolore di Se questo è un uomo non l’ha toccata nel profondo?
«Forse sì, ma in modo del tutto inconsapevole».
Provare empatia per un autore facilita la traduzione?
«Per un verso sì. Se ami uno scrittore le cose vanno più speditamente… finché non ci si stufa. Ma anche nei testi più insidiosi c’è sempre qualcosa da imparare. Mi è capitato con Petrolio, che è stato il mio secondo lavoro di tradusul zione. E più tardi con Leopardi. Tradurre significa anche scoprire ».
Con chi si è divertita di più?
«Con Elena Ferrante, specie in questo suo ultimo ciclo napoletano. Sono rimasta catturata dall’amicizia tra Elena e Lila narrata nella tetralogia — il terzo volume Storia di chi fugge e di chi resta è appena uscito a New York. Sul tema del sodalizio femminile non è stato scritto granché. E la Ferrante ha la capacità di analizzarlo con un’intensità incredibile, direi quasi con brutalità. In un’intervista a Vogue ha dichiarato che nella finzione è possibile spazzare via tutti i veli dell’ipocrisia. Scrivere è un modo per evitare di mentire».
Ma è per questo che piace così tanto ai lettori americani?
«Chissà, per me è un mistero. Certo conta la sua capacità di creare un mondo che tiene prigioniero il lettore. Una volta entrati, è difficile scappare. Le confesso una cosa: quando finisco di tradurre un suo libro, mi sento svuotata. Dov’è finita tutta quella gente? Mi manca l’amicizia tra Elena e Lila, in fondo sono diventata intima anche io».
Elena Ferrante potrebbe essere un uomo?
«No, impossibile. Escludo che un uomo possa capire con quella profondità i rapporti tra le donne, le loro emozioni. Uno scrittore che lavora al New Yorker, D. T. Max, ha detto che, se prima poteva anche pensare che si trattasse di un talento maschile, dopo aver letto la tetralogia napoletana non ha dubbi. È una donna».
Il suo stile è un po’ cambiato.
«Sì, ma non credo in un passaggio di mano: ritorna sempre il vissuto dell’autrice, soprattutto la sua verità emotiva».
Il successo della Ferrante e ora la traduzione di Primo Levi. È un buon momento per la cultura italiana a New York?
«Sì, mi sembra una stagione felice. È stata importante l’opera svolta da Europa Editions, la casa americana di Sandro e Sandra Ferri, che sono gli editori di e/o: oltre a Ferrante, hanno messo in circolo molti autori italiani. Così come si dà molto da fare l’Italian Academy dentro la Columbia University. E uno straordinario lavoro è stato fatto da Renata Sperandio, che dirigeva l’Istituto Italiano a New York».
A leggere il New Yorker si ha l’impressione che la cultura italiana sia ancora il Rinascimento, i grandi classici e l’alta moda. Con poche eccezioni tra gli autori contemporanei.
«Mettiamola così: per il grande pubblico l’Italia è cucina e turismo. Però per una ristretta cerchia di lettori sono importanti anche Italo Calvino e Umberto Eco. E più recentemente Andrea Camilleri: oltre alla trama poliziesca, non escludo che il pubblico apprezzi anche gli arancini di Montalbano».
Da voi c’è anche un problema di traduzione: gli editori sono abbastanza diffidenti verso la letteratura non in lingua inglese.
«Ha presente il quesito sull’uovo e la gallina? I lettori sono sospettosi verso le traduzioni. Così le case editrici — soprattutto i grandi gruppi — evitano di farle perché temono di non vendere. Ma finché non le proponi al pubblico, è impossibile creare la domanda. Per fortuna ci sono i piccoli marchi come Europa Editions, Archipelago, New York Review Books. Da giudice del premio Pen sono rimasta sorpresa dalla quantità delle loro traduzioni ».
Da quale parte del mondo arrivano oggi le idee più interessanti?
«Da Internet. Sembra che ormai tutto succeda lì. Anche il New Yorker ha abbracciato questa filosofia. E sul nostro sito c’è sempre qualcosa di nuovo, di cui io non so niente». © RIPRODUZIONE RISERVATA



Primo Levi l’Americano

Mentre negli Stati Uniti è attesa la traduzione delle sue opere complete, oggi a Torino l’annuale Lezione dedicata allo scrittore affronta la difficoltà di volgerlo in un’altra lingua

di Ernesto Ferrero La Stampa 30.10.14

«In un’altra lingua», la sesta «Lezione Primo Levi» che Ann Goldstein e Domenico Scarpa tengono oggi a Torino, coincide con l’annuncio di un doppio evento di speciale rilievo nella storia della ricezione delle opere di Primo Levi. Nell’autunno 2015 è attesa negli Stati Uniti la traduzione inglese delle Opere complete in tre volumi, presso la Norton Liveright. È la prima volta, non solo in America, che un’impresa del genere viene dedicata a un autore italiano, non a caso tra i più letti e tradotti, e in continua ascesa nella considerazione critica. La Goldstein, che firma la curatela complessiva, oltreché le versioni di singoli testi, è l’esperta traduttrice dell’impervio Petrolio di Pasolini, di Bilenchi, Calasso e da ultimo della Ferrante, e fa parte dell’eroico team che ha volto in inglese nientemeno che lo Zibaldone di Leopardi. Negli stessi mesi del 2015 esce presso Einaudi anche una nuova edizione delle Opere, ormai la terza in ordine di tempo, a cura di Marco Belpoliti, con un numero consistente di pagine disperse, non ancora riunite in volume.

Calvino diceva che scrivere è nascondere qualcosa affinché poi venga scoperto. Se Levi, maestro di understatement, nasconde, è per una sorta di pudore espressivo, per non esibire la ricchezza e complessità dei temi e dei riferimenti su cui lavora con la precisione di un orologiaio. Sotto la superficie di un dettato di cristallo, continuiamo a scoprire giacimenti che sollecitano indagini sempre più approfondite, di cui le «Lezioni» torinesi (che poi diventano altrettanti volumetti Einaudi, con traduzione inglese a fronte) hanno sin qui offerto delle campionature di grande valore.
La storia aggrovigliata della traduzione dei libri di Levi ha proprio negli Stati Uniti uno degli snodi essenziali. Le edizioni inglese e americana di Se questo è un uomo erano uscite nel 1959, un anno dopo la nuova edizione Einaudi, passando pressoché inosservate. Il titolo era stato banalizzato in Survival in Auschwitz, come se si fosse trattato di una sorta di «action movie» a lieto fine. Era un fraintendimento piuttosto vistoso anche il titolo americano di La tregua, diventato The Reawakening, «Il risveglio», che contraddice il timbro inquietante dell’originale: se guerra è sempre, la fine delle ostilità rappresenta solo un momento di requie. Invano Levi aveva proposto all’editore un diverso titolo, desunto da un verso dell’amato Coleridge: Sopra un oceano dipinto, dove l’oceano era quello della bizzarra navigazione del ritorno a casa.
Bisogna aspettare il 1984 perché con Il sistema periodico l’America si accorga che Levi è un grande scrittore, non solo l’insuperabile analista della Shoah. Saul Bellow ne parla come di un libro «necessario», dove tutto è essenziale e nulla superfluo, in cui si è immerso con «piacere e gratitudine». L’autorevole giudizio, corroborato da una serie di recensioni molto favorevoli, propizia una messe di nuove traduzioni. L’anno dopo esce la traduzione di Se non ora, quando? con un’introduzione di uno storico come Irving Howe; segue un viaggio promozionale (Boston, New York, Los Angeles), con incontri e conferenze in sedi universitarie. Nell’autunno 1986 Philip Roth viene a Torino per rendere omaggio allo scrittore che ha scoperto grazie a Claire Bloom, allora sua moglie. Una sua lunga intervista, sottesa da un’ammirazione affettuosa, esce sulla New York Review of Books e viene ripresa dalla Stampa. Roth vuol sapere tutto del nuovo amico, visita la fabbrica di vernici a Settimo e la casa di corso Re Umberto: «Bisogna saper restare ancorati alle radici come hai fatto tu: lavoro, città, famiglia», gli dice. A cena con lui al Cambio conversa allegramente, vuole farlo sorridere con le sue imitazioni del vecchio Singer. È l’ultima grande soddisfazione della vita di Primo.
Levi tradotto, Levi traduttore. È facile pensare subito alle pagine memorabili in cui ad Auschwitz si sforza di tradurre Dante per l’amico Jean Samuel detto Pikolo. La sua competenza linguistica è sistemica (padroneggia bene francese, inglese e tedesco, traduce Heine, Kafka, Lévi-Strauss), va ben oltre la pura sensibilità o il gusto delle etimologie: è nutrita di memoria storica, comporta un continuo raffronto tra sistemi differenti, si spinge sino a inventare codici con cui comunicare con il mondo animale. Osserva Domenico Scarpa, che contribuisce da par suo all’edizione Norton per la parte storico-critica: «Così come il linguaggio cambia peso e valore con la Rivoluzione industriale (civiltà di massa, metropoli, grandi numeri), allo stesso modo torna a cambiare dopo la comparsa di Auschwitz. Che è la morte moltiplicata dall’industria. Levi è il testimone più consapevole (e professionalmente ferrato) di questa natura industriale del Lager, e della necessità di farvi aderire un linguaggio. Scopre una nuova forma della modernità, che è difficile ma non impossibile convertire in espressione: sono queste le sue affinità con Baudelaire. Non inventa i fatti, costruisce la resa letteraria dei fatti, ma anche la loro resa acustica. Quando ribattezza Pikolo, con la kappa, Jean Samuel, vuole trasformare una gentile voce italiana in una consonante dura, violentemente intrusiva, per restituirci la barbarie anche fonetica di Auschwitz».


Così come è riuscito a riprodurre, reinventandolo, il «suono» barbaro del Lager, il Levi trasmutatore di linguaggi ha saputo consegnare alla grande letteratura l’italo-piemontese degli artigiani-artisti, i virtuosi della manualità come Tino Faussone; l’ebraico-piemontese dei suoi avi miti e tabaccosi, lo yiddish delle bande partigiane partite dal cuore della Russia per arrivare in Italia. Non c’è suono o parola che sfugga alla sua creatività di demiurgo anche verbale. Se ogni traduzione è un arricchimento per entrambe le parti, presto sapremo quanto - grazie ad Ann Goldstein e ai suoi sodali - l’inglese si sia arricchito del magistero anche linguistico di Primo Levi.
Il coraggio geniale
Narrativa. Elena Ferrante e la sua tetralogia. Con «Storia della bambina perduta», edita da e/o, si affronta la vecchiaia delle due amiche e insieme il declino di un'Italia, vissuta con epica passione, fra illusioni e sogni infranti

Laura Fortini, il Manifesto 6.11.2014 

Leg­gere l’ultimo volume della tetra­lo­gia di Elena Fer­rante, inti­to­lata Sto­ria della bam­bina per­duta (e/o, pp. 464, euro 19.50), vuol dire guar­dare l’acqua buia e opaca della fine del Nove­cento e con­si­de­rarlo esso stesso a sua volta un bam­bino per­duto. Per­ché tale appare nelle vite delle due ami­che Lila e Lenù, ami­che geniali ognuna a pro­prio modo l’una per l’altra, che arri­vano alla matu­rità e poi alla vec­chiaia dopo aver attra­ver­sato nei volumi pre­ce­denti (pub­bli­cati con­se­cu­ti­va­mente a distanza di un anno l’uno dall’altro (L’amica geniale, 2011; Sto­ria del nuovo cognome, 2012; Sto­ria di chi fugge e di chi resta, 2013; Sto­ria della bam­bina per­duta, 2014, tutti e/o), il dopo­guerra a Napoli e gli anni della demo­cra­zia cri­stiana, la camorra, l’emancipazione sociale dalla fami­glia, il matri­mo­nio, la sepa­ra­zione, la fab­brica prima e la sco­perta dell’informatica per Lila; gli studi alla Nor­male, il matri­mo­nio, la sepa­ra­zione, la car­riera di scrit­trice e il fem­mi­ni­smo per l’altra, Lenù. Ma non sono solo loro la matu­rità e la vec­chiaia cui è dedi­cato il capi­tolo con­clu­sivo del ciclo, ma sono quelle di un intero paese, inca­pace di fare i conti con la pro­pria sto­ria e con il pre­sente, che qui si rap­pre­senta come opaco e spento come mai in altre opere della con­tem­po­ra­neità.
Quasi fosse il Nove­cento stesso un bimbo per­duto, fermo nella sua lucente lumi­no­sità anche geniale, densa di pro­messe e di futuro: della figlia di una delle due, la bam­bina per­duta che dà titolo al libro, non si saprà mai più nulla, scom­parsa senza lasciare trac­cia se non che nella memo­ria di quanti l’hanno amata, desi­de­rata, voluta, la cui scom­parsa deva­sterà la loro vita e la pos­si­bi­lità stessa di futuro. Si attra­versa così in modo molto più pri­vato di quanto non sia acca­duto nei volumi pre­ce­denti il seque­stro Moro, il ter­ro­ri­smo, la fine del sogno della rivo­lu­zione e della pos­si­bi­lità di cam­bia­mento radi­cale dell’Italia mesco­lati alle vicende di vita delle due ami­che, a volte più lon­tane tra loro, a volte più vicine, ma sem­pre spec­chio e misura l’una per l’altra, sem­pre dis­so­nanti e però neces­sa­rie nella pre­senza e tanto più nell’assenza. Al punto che in con­clu­sione, in una vec­chiaia che per molti versi si potrebbe defi­nire tri­ste quale è quella di un’Italia inca­pace di vivere il pro­prio pre­sente pro­iet­tan­dolo nel futuro senza dimen­ti­carsi il pas­sato e ciò che si è pen­sato inten­sa­mente pos­si­bile, tutto quello che resta è pro­prio l’essere state bam­bine insieme e l’avere vis­suto il sogno di dive­nire altro, diverse da ciò in cui si era nate, con quel misto di spa­val­de­ria, corag­gio, ter­rore e inco­scienza luci­dis­sima che aveva con­trad­di­stinto entrambe.
Si tratta di un sogno che ha attra­ver­sato l’Italia tutta e delle due ten­sioni rivo­lu­zio­na­rie che sono state carne e corpo del Nove­cento, quella comu­ni­sta e quella fem­mi­ni­sta, si regi­stra qui lo scacco della prima nei per­so­naggi maschili che varia­mente le si sot­trag­gono, da quello che si sui­cida a quello che finirà in car­cere dopo anni di lati­tanza, da quello che tra­sfor­mi­sti­ca­mente approda al par­tito socia­li­sta e poi in par­la­mento nelle file del cen­tro destra; la seconda, quella fem­mi­ni­sta, richia­mata a chiare let­tere più volte, è al cen­tro il rap­porto tra le due ami­che e nella ten­sione al cam­bia­mento di entrambe. Ma Fer­rante non è super­fi­cial­mente gene­rosa né vaga­mente illu­so­ria con le sue per­so­nagge, anche se entrambe sono diver­sa­mente epi­che e Lila, la più visio­na­ria, com­bat­terà la sua bat­ta­glia di cam­bia­mento della realtà in cui è nata senza riu­scire a modi­fi­carla come avrebbe desi­de­rato e si sot­trae ad essa senza farne il bilan­cio che invece avrebbe meri­tato. Ma si tratta della sua vita e della sua carne, fatta di per­sone e di amori, di biso­gni che non rie­scono a dive­nire desi­deri, maz­zate a destra e manca per fare strada al neces­sa­rio, cui non rimane che la sot­tra­zione quando non è più pos­si­bile altro.
L’altra, Lenù, dopo aver vis­suto una vita all’insegna dell’emancipazione e della scrit­tura come mestiere, vivrà una vec­chiaia digni­tosa ma soli­ta­ria e tri­ste. Come quella delle città ita­liane che si sus­se­guono nel romanzo e con loro l’Europa senza solu­zione di con­ti­nuità, sostan­zial­mente uguali pure nelle loro realtà locali: anche Napoli, il cui sogno di cam­bia­mento diviene sim­bolo di una sta­gione poli­tica scon­fitta e delusa, di se stessa e della pro­pria illu­sione. E pro­gres­si­va­mente le date che ave­vano segnato la scan­sione del tempo nel corso dei volumi pre­ce­denti diven­tano sem­pre più pri­vate, sem­pre più intime: è ricor­dato con il giorno, il mese, l’anno il ter­re­moto del 1982, e così la nascita della terza figlia di Lenù, che inau­gura la sta­gione di una matu­rità esal­tante ma tutta all’insegna di un sé che trova nell’altra misura e pie­tra di para­gone per se stessa, come anche motivo di con­ferma per via di dif­fe­renza.
Con il com­pi­mento di quest’ultimo volume Fer­rante si con­fronta con una misura della nar­ra­zione di tra­di­zione euro­pea più che ita­liana, per­ché è nella memo­ria storico-letteraria col­let­tiva la man­cata con­clu­sione del ciclo dei vinti di ver­ghiana memo­ria, che si inter­ruppe al momento di misu­rarsi con la rap­pre­sen­ta­zione della bor­ghe­sia e dell’aristocrazia ita­liana e delle loro respon­sa­bi­lità nel com­plesso pro­cesso sto­rico dell’unità d’Italia, tra­dita nelle sue pro­messe costi­tu­tive. Fer­rante invece porta a ter­mine la sua impresa — volu­ta­mente meri­dio­nale -, inter­lo­quendo sim­bo­li­ca­mente con le tetra­lo­gie di Tho­mas Mann e di Anto­nia S. Byatt.
Quella dedi­cata da Tho­mas Mann al ciclo di Giu­seppe e i suoi fra­telli è rivolta ad un pas­sato mitico da inter­ro­gare per­ché alle ori­gini di quanto stava acca­dendo in un momento sto­rico che Tho­mas Mann per­ce­piva, e i fatti gli hanno dato poi ragione, come tra­gi­ca­mente epico: la bel­lis­sima intro­du­zione che lo scrit­tore tede­sco scrisse nel 1933 si sof­ferma sul mito come discesa nel pozzo della sto­ria, per cer­carne le radici e inda­garne i que­siti. Anto­nia S. Byatt dedica la sua splen­dida tetra­lo­gia a Fre­de­rica Pot­ter e alla gene­ra­zione che crebbe nell’Inghilterra della seconda guerra mon­diale e che divenne adulta nei decenni suc­ces­sivi spe­ri­men­tando, inno­vando e eman­ci­pan­dosi dalla sto­ria pre­ce­dente con una certa feli­cità e non pochi drammi. 
L’amica geniale si intrec­cia alla cro­no­lo­gia di Anto­nia S. Byatt pren­den­done il testi­mone e por­tan­dolo alle soglie dei giorni nostri, per­ché la nar­ra­zione si arre­sta ai ses­san­ta­sei anni di età delle pro­ta­go­ni­ste, con la data espli­cita del 2007 che si atte­sta nell’ultima parte.
Rispetto a quelle nar­ra­zioni Fer­rante osa la con­tem­po­ra­neità ed è impresa che non si con­clude con un sen­ti­mento di pacata con­sa­pe­vo­lezza come invece accade per Tho­mas Mann, il cui Giu­seppe rie­sce a por­tare in salvo i suoi fra­telli in Egitto e così facendo com­pie il suo destino e si affac­cia sui secoli a venire; né con la per­ce­zione di un mondo tutto aperto di fronte a sé quale è quella che con­trad­di­stin­gue l’apertura di oriz­zonte non solo in senso figu­rato della pro­ta­go­ni­sta di Anto­nia S. Byatt.
Le due ami­che geniali non aspet­tano un figlio come Fre­de­rica Pot­ter e la con­clu­sione le raf­fi­gura entrambe anziane, anzi meglio: vec­chie. Senza appa­ren­te­mente nulla più da dare l’una all’altra e al mondo intero, pro­prio come il secolo di cui sono state pro­ta­go­ni­ste e da cui non rie­scono a con­ge­darsi se non sva­nendo in un luogo indi­stinto. Vi è qual­cosa però nella con­clu­sione che sim­bo­li­ca­mente rimane tra le mani di chi legge: ovvero le bam­bole Tina e Nu da cui è ini­ziata la nar­ra­zione nel primo volume e il gesto sov­ver­sivo di corag­gio irri­dente com­piuto insieme dalle due ami­che di salire le scale del camor­ri­sta locale e chie­der­gli conto delle loro bam­bole, sfi­dan­dolo pure se bam­bine, pure se fem­mine. Gesto appa­ren­te­mente pic­colo, ma com­piuto insieme quanto ha signi­fi­cato nel corso della sto­ria per le loro vite, la pos­si­bi­lità di cam­biarle e con loro il mondo cui hanno appar­te­nuto.

Fer­rante sem­bra sug­ge­rire che occorre ripar­tire da lì, da gesti appa­ren­te­mente pic­coli ma lumi­nosi, da com­piere insieme ad altri ed altre per poterci riap­pro­priare di quanto ci sta alle spalle e farne gri­mal­dello per il pre­sente. Osserva Lenù che la scrit­tura dovrebbe «lasciare vora­gini, costruire ponti e non finirli, costrin­gere il let­tore a fis­sare la cor­rente» ed è quello che accade in que­sto libro più che nei pre­ce­denti, per­ché «a dif­fe­renza che nei rac­conti, la vita vera, quando è pas­sata, si sporge non sulla chia­rezza ma sull’oscurità». La scrit­tura, la let­te­ra­tura, pos­sono fare que­sto, illu­mi­nare l’oscurità, per rimet­tere in gioco inven­zione, sov­ver­sione irri­dente e anche se non osiamo pen­sarlo, rivo­lu­zione a par­tire da sé e dalle donne e uomini con cui con­di­vi­diamo que­sto dif­fi­cile presente.

Elena Ferrante, quando la realtà si «smargina»
Elena Ferrante. Le inutili domande sull’identità di chi si cela dietro il nickname dell’autrice, cancellano il valore dell’operaAndrea Colombo, il Manifesto 14.11.2014
For­tu­na­ta­mente Elena Fer­rante è diven­tata un caso let­te­ra­rio. Sfor­tu­na­ta­mente per le ragioni sba­gliate. Negli Sta­tes incassa applausi dalla cri­tica e vende a manetta, come non suc­ce­deva dai tempi dei tempi. Ral­le­grar­sene è d’obbligo, ma il lieto evento resta un par­ti­co­lare secon­da­rio. In patria impazza la cac­cia all’identità segreta della bene­me­rita. Sulla Stampa un buon­tem­pone ha sen­ten­ziato che la con­qui­sta dell’America, a suo gusto inspie­ga­bile, deriva dall’anonimato di cui la sleale si cir­conda. Ana­lisi tanto sur­reale da meri­tare lodi: fare di peg­gio sarà un’impresa. In com­penso una respon­sa­bile delle pagine cul­tu­rali di Repub­blica, mica pif­feri, ci ha messo del suo inau­gu­rando un genere gior­na­li­stico sinora ine­dito, l’intervista-stalking. Vit­tima il mal­ca­pi­tato Dome­nico Star­none, ber­sa­gliato da un terzo grado che dire poli­zie­sco è poco. Con­fessa che sei tu! Ammetti e fac­cia­mola finita: abbiamo tanti indizi da far prova!

Inu­tile pettegolezzo
Le face­zie di que­sto tipo sono da sem­pre il sale della pub­bli­cità, ma hanno il loro prezzo. La gustosa discus­sione sull’identikit della scrit­trice spinge in secondo piano quel che ha scritto, lo deru­brica a oggetto di ciarle e chiac­chiere stuc­che­voli. Come se, per restare sotto la ban­diera a stelle e stri­sce, gli ame­ri­cani si fos­sero tanto appas­sio­nati al «caso Pyn­chon» da non accor­gersi che il suo Gravity’s Rain­bow aveva rove­sciato come un guanto la loro letteratura.
Il para­gone non è esa­ge­rato. Chiun­que lo abbia scritto, L’amica geniale non è solo un bel­lis­simo romanzo ma un punto di svolta nella let­te­ra­tura con­tem­po­ra­nea di que­sto Paese. All’anonima in que­stione è riu­scito quel che mol­tis­simi ave­vano inu­til­mente ten­tato, scri­vere l’autobiografia di una gene­ra­zione, del suo tempo sto­rico, dei suoi fal­li­menti. Quello del comu­ni­smo e del fem­mi­ni­smo, come ha scritto giu­sta­mente Laura For­tini nella sua recen­sione sul mani­fe­sto (6 Novem­bre 2014), ma non solo. Anche quello del pro­gresso, della mobi­lità sociale ten­dente all’egualitarismo, della spe­ranza di un riscatto sociale affi­dato alla capa­cità, alla cul­tura, soprat­tutto all’intelligenza, grande pro­ta­go­ni­sta, sin dal titolo, della tetralogia.
L’intelligenza è il solo capi­tale, l’unica arma di cui le pro­ta­go­ni­ste nate nella mise­ria dei rioni popo­lari di Napoli, Lenù e Lila (ma anche Nino, amato da entrambe), dispon­gono per cam­biare il mondo e le loro vite. La ado­pe­rano in maniera oppo­sta. Lenù la mette a frutto, rispet­tando sem­pre, sia pure in modo cri­tico, tutte le regole: stu­dio, ottima uni­ver­sità, car­riera bril­lante, libri di suc­cesso, un bel matri­mo­nio, figlie nate con la vit­to­ria in tasca. Lila la dis­sipa, e di regole non ne rispetta nean­che una: ferma alla licenza ele­men­tare, stan­ziale per decenni nel degrado del rione, mai una riga pub­bli­cata dopo quel primo ecce­zio­nale com­po­ni­mento infan­tile che aveva rive­lato il suo talento, un figlio desti­nato allo sban­da­mento per­ma­nente. Eppure anche lei, pur nei con­fini del quar­tiere, è baciata per un po’ dal suc­cesso: pio­niera dell’informatica, impren­di­trice fat­tasi da sé, quasi ricca.
Lenù parte, anzi «fugge». Lila resta e ci prova dall’interno, oppo­nendo il suo cari­sma alle regole eterne delle strade di Napoli. Fini­scono entrambe scon­fitte. Il mondo non cam­bia e il saldo delle loro esi­stenze è ambiguo.
Die­tro ogni «rin­no­va­mento» di Napoli ghi­gna il solito sven­tra­mento. Alla fine, le regole eterne del censo restano le sole che con­tino dav­vero. Per gli amici cre­sciuti con loro la tra­iet­to­ria è iden­tica: scon­fitti quelli hanno fatto car­riera con il Psi di Craxi, quelli che sono ascesi con la camorra, quelli che hanno spa­rato per una rivo­lu­zione sognata. Per­dono tutti: chi la vita, chi la libertà, chi l’anima. Quella di Lila e Lenù non è una sto­ria pri­vata. Il loro fal­li­mento è quello della Repub­blica e della prima gene­ra­zione di cit­ta­dini repu­bli­cani, è quello del mirag­gio che aveva illuso l’occidente nei decenni della Gol­den Age post bellica.
Elena Fer­rante è riu­scita là dove tanti ave­vano fal­lito non solo per­ché scrive meglio e sa coniu­gare la testa e le viscere come a pochi è dato, ma anche per­ché, forse per la prima volta, riper­corre quella para­bola dal basso, dal punto di vista di quelli per cui l’ascensore sociale non era una defi­ni­zione socio­lo­gica ma il con­fine tra la vita e la soprav­vi­venza. E per­ché non la mette mai al cen­tro della nar­ra­zione, ma la rilegge attra­verso il pri­sma emo­tivo di un’amicizia fem­mi­nile. Ami­ci­zia strana, peral­tro, con quella sim­me­tria troppo per­fetta tra le due bio­gra­fie così pre­ci­sa­mente oppo­ste: l’una il rove­scio esatto dell’altra. Quella che fugge e quella che resta. Quella che scrive e quella che abban­dona la penna da bam­bina per non ripren­derla mai più. Quella che si sforza di dare un ordine alla pro­pria esi­stenza e quella che rischia con­ti­nua­mente di vedere la realtà «smar­gi­narsi» intorno a sé. Quella che passo dopo passo, inav­ver­ti­ta­mente, fini­sce per tro­vare nello spec­chio l’immagine delu­dente di una intel­let­tuale da salotto e quella a cui, se li guar­dasse, gli stessi spec­chi mostre­reb­bero una vec­chia smarr­rita e scarmigliata.

Una débâ­cle generazionale
Due ami­che, legate dal rap­porto più intimo, crea­tivo e tem­pe­stoso della loro vita. Ma forse anche due parti della stessa per­sona, inca­paci di fon­dersi e con­dan­nate a cer­care di ricon­giun­gersi senza riu­scirci (per­ché que­sto, in fondo, è il tema dell’ultimo volume della tetra­lo­gia). E forse pro­prio que­sta inca­pa­cità di rian­no­dare due anime uguali e oppo­ste è all’origine della débâ­cle sto­rica e morale di cui le due ami­che sono par­te­cipi e testi­mo­nianza.
Ma Elena Fer­rante è una nar­ra­trice: non le spetta il com­pito di ana­liz­zare o azzar­dare spie­ga­zioni. Nel suo libro ha rac­con­tato e descritto una vita, un’amicizia, un’epoca sto­rica, una gene­ra­zione e la sua ban­ca­rotta: ci si può accon­ten­tare. Andare oltre, darsi una ragione di quel tra­collo, sta a chi legge, per­ché que­sto è quel che si fa con i grandi libri. Se non si è troppo impe­gnati a porsi domande di mag­gior momento, tipo: «Ma Elena Fer­rante è o non è Dome­nico Starnone?».

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