mercoledì 21 dicembre 2016

Ancora l'Album di Roland Barthes: inediti, lettere e altri scritti

AlbumRoland Barthes: Album. Inediti, lettere e altri scritti, Saggiatore 

Risvolto
Album è l’opera che racchiude e unifica tutto il corso della vita e del pensiero di Roland Barthes.
Album è una raccolta di documenti e scritti inediti: su Paul Valéry, Gustave Flaubert, la retorica, il superamento dello storicismo, l’effervescenza formalista, lo strutturalismo, la critica letteraria. Dai testi giovanili che mai hanno visto la luce della stampa, composti quando Roland Barthes è un adolescente costretto in sanatorio, agli abbozzi dell’ultima opera, che non fa in tempo a compiere prima di essere, d’improvviso, raggiunto dalla morte.
Album è un epistolario che contiene molti epistolari: gli intensi scambi con Michel Foucault, Claude Lévi-Strauss, Jacques Lacan, Jacques Derrida, Louis Althusser, Maurice Blanchot, Jean Starobinski, Julia Kristeva, Georges Perec e gli altri grandi contemporanei, filosofi e artisti, con i quali Roland Barthes ha rapporti affettivi e avventure intellettuali; le lettere che raccontano il lavoro febbrile e spesso disperato durante la gestazione delle sue opere; la corrispondenza che testimonia la contesa tra gli editori Gallimard e Seuil per pubblicarle.
Più di tutto, Album – il volume che celebra il centenario della nascita di Roland Barthes – è un arazzo di sorprese, attese, lutti, entusiasmi, incontri, tradimenti, ostinazioni, oblii, alleanze, delusioni, paure, sforzi, gioie, tempo perduto e ritrovato. Una vita intera dispiegata dalla cartografia delle amicizie, universo di segni da decifrare e percorrere, materia multiforme e volatile che la vita ha sottratto alla scrittura e la scrittura alla vita: quel che detta legge è sempre il libro, il libro sempre a venire; il libro dell’esperto di teatro, linguista e critico letterario, sociologo e semiologo; il libro, soprattutto, dello scrittore, là dove cade la distinzione tra critico e autore, studioso e letterato. Da teorico ha asserito la morte dell’autore – ucciso dalla sua stessa opera –, e invece Roland Barthes ha vissuto e vive, con la sua lungimirante inattualità; la sua unicità vera e esemplare; il suo album di scritti e ritratti e frammenti dispersi ora riaccostati.



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Frammenti di un discorso su Barthes 
Una raccolta di suoi scritti e di lettere e un glossario con le sue parole-chiave

STEFANO BARTEZZAGHI Rep 20 12 2016
La moda, la cucina, l’idiozia, la natura, l’amore, gli stereotipi, la chiacchiera, la politica, la pubblicità, l’ambiguità... A mettere assieme alcuni dei temi che hanno innervato l’intero arco della sua riflessione viene da concludere che Roland Barthes (1915-1980) abbia avuto, semplicemente, ragione. Tutto o quasi tutto ciò su cui si è fermato il suo sguardo, a volte già dagli anni Cinquanta, per quanto potesse sembrare allora effimero è risultato poi cruciale. Eppure con il tempo su Barthes si è
assestata una certa vaga e morbida mitologia (cosa che non manca di suonare a contrappasso paradossale per chi aveva studiato la società dei consumi proprio da un punto di vista mitologico). A sortire questo effetto equivoco hanno contribuito lo stesso eclettismo dei temi, la scrittura avvolgente, ricercata e sempre sorprendente, la vasta erudizione e l’attitudine (però) a subordinarla a un modo appassionato e a volte intimo di leggere, pensare, scrivere. Si dice «Roland Barthes» e si pensa ai Frammenti di un discorso amoroso
come a una collezione di billets doux: di lì non ci vuole molto a farsi dell’autore un’immaginetta carina e consolatoria, come di una specie di (lo si dice con tutto il rispetto) Jacques Prévert del saggismo: the Gentle Side of Structuralism. Gentile, nobile e delicato, per carità, lo deve essere stato davvero, almeno secondo le testimonianze di chi l’ha conosciuto di persona. Ma non è un tratto pertinente, la «gentleness », per lo studioso geniale e inimitabile che — operando in un’epoca segnata da -ismi severamente normativi — non ha mai stabilito un paradigma senza uscirne un secondo dopo né ha mai consentito alla propria figura intellettuale di cristallizzarsi in una postura standard, riconoscibile da lontano.
Sono quindi molti i motivi che non rendono facile conoscere davvero Barthes: né aiuta davvero la pubblicazione, oggi alluvionale, di inediti provenienti da archivi che sembrano inesauribili. Fra questi inediti, alcuni non fanno che alimentare una curiosità morbosa sulla vita di Barthes; altri tramandano pizzini invero dimenticabili. Non è però il caso di quelli raccolti nell’Album curato da Éric Marty e ora disponibile nella traduzione italiana di Deborah Borca (il Saggiatore, pagg. 490, euro 35). Gli scritti coprono un arco di tempo di quasi mezzo secolo, dall’adolescenza e dagli anni in sanatorio sino al progetto maturo di un’opera letteraria che doveva chiamarsi «La Vita Nova» (lungamente vagheggiata, progettata, persino oggetto di un seminario al Collège de France su «La preparazione del romanzo», tenuto nei due ultimi anni di vita di Barthes). L’Album raccoglie lettere indirizzate ad amici, a intellettuali, e ad amici intellettuali (che accompagnano vicende biografiche e pubblicazioni di libri) e altri testi sinora dispersi, come una «mythologie» dedicata al francobollo e un’analisi acuta ed esemplare di sette frasi dal Bouvard et Pécuchet di Gustave Flaubert.
Se questo Album costituisce una cornice in cui si possono inquadrare i testi del canone barthesiano, dal Grado zero della scrittura alla Camera chiara, una mappa dei percorsi che attraversano quegli stessi testi è ora fornita dal maggiore studioso italiano di Barthes, il semiologo Gianfranco Marrone. Dopo un saggio sul Sistema di Barthes, uscito già nel 1994, e dopo aver curato nel 2010 un fondamentale numero monografico della rivista-libro Riga sull’autore, Marrone stila ora un elenco di circa 50 lemmi, a ognuno dei quali dedica un breve saggio, e li espone in ordine alfabetico in un libro che pare la tag cloud di Roland Barthes (Gianfranco Marrone, Roland Barthes: parole chiave, Carocci, pagg. 244, euro 19.00). Quelle che vanno da «Albero » a «Utopia» non sono però necessariamente le parole più frequenti nel lessico barthesiano: Marrone ha operato una scelta di lemmi salienti, capaci di traguardare le linee di forza e di insistenza di un pensiero mobile ed eclettico. Fra le più lunghe, per esempio, troviamo la voce «Cibo », che pure afferma da subito che «Dovunque Barthes parla di cibo, senza parlarne (quasi) mai»: è un tema laterale e però a frequenza sistematica. Questa, come ogni altra voce di questa enciclopedia barthesiana, è poi corredata di una minima bibliografia propria e di rimandi ad altre: «Bathmologia», «Frites», «Giappone/Cina», «Naturalizzazione » (andrà almeno spiegato che «bathmologia» è il nome trovato da Barthes per una scienza che si occupa dei diversi «gradi» o livelli presenti nel discorso). La voce «Romanzo/romanzesco» rimanda invece a «Idiozia/autobiografia » (un vero binomio fantastico, come avrebbe detto Gianni Rodari), «Letteratura/letterarietà », «Neutro», «Racconto».
I link trovati da Marrone, come si vede, a volte risultano più sorprendenti che se fossero casuali, decisi da un colpo di dadi. Questo càpita perché Barthes è Barthes, e perché Marrone non scarta, nel leggerlo, alcuna possibile diversione di senso. L’ideale sarebbe dunque attraversare il campo di queste parole-chiave saltando da un nodo all’altro e alternando i lemmi di Marrone con l’accesso diretto ai testi di Barthes. È così che si può superare quell’impressione di superficie che vede nella tecnica barthesiana della scrittura frammentaria una conseguenza del suo modo di pensare. Marrone invece sottolinea come, nella varietà di generi testuali, stili argomentativi, punti di vista teorici, la ricerca di Roland Barthes si sia sempre ostinata sul «nesso profondo » che lega, in modo reciproco e non causale o determinista, «articolazioni linguistiche e strutture sociali, processi comunicativi e culturali, sistemi di significazione e modelli antropologici individuali e collettivi».
Marrone tributa una voce alla figura della nave Argo, a cui Barthes si è riferito spesso, e particolarmente in quella sua originalissima «autobiografia» che intitolò Barthes di Roland Barthes (in italiano la tradusse Gianni Celati, per Einaudi). Secondo il mito, la nave degli Argonauti veniva riparata di continuo ed era oramai costituita solo dai pezzi di ricambio: il nome rimaneva quello, ma nessuna sua parte era più quella originale. È l’immagine che Barthes impiegava per riferirsi alla letteratura e alla moda e che ora, grazie al lavoro di Marrone, noi possiamo riferire proprio all’opera di Barthes: anche in essa il continuo succedersi di argomenti, linguaggi, oggetti di riflessione non fa che rinnovare la possibilità di un discorso che ha sempre insistito su quello che dei linguaggi ci è comune e quello che è singolare, proprio di ognuno di noi, e irriducibile. L’opera stessa, nel suo ricambio incessante, resta sé.
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Su di lui si è assestata una certa, vaga mitologia. Per molti aspetti paradossale

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