venerdì 7 luglio 2017

Piattaforme digitali e ossessioni cognitarie

Libro Il capitalismo delle piattaforme Benedetto Vecchi
Benedetto Vecchi: Il capitalismo delle piattaforme, manifestolibri

Risvolto
Amazon, Google, Facebook sono imprese globali che hanno il loro business su Internet. Sono cioè piattaforme digitali preposte a una serie di attività produttive che si svolgono sul Web. Ma sono piattaforme digitali anche quelle usate dalle società che organizzano le infrastrutture della logistica. Sono espressione di un modello di capitalismo che si sta affermando su scala mondiale e che ha nella finanza non solo un polmone monetario, ma un dispositivo di governance dei flussi di informazioni, di dati e di merci. Come ogni modello di business, prevede modalità specifiche di governo del lavoro, dove la massima precarietà convive con lo sfruttamento delle competenze più diverse che si riflette nella proliferazione delle forme contrattuali.             
L’economia al tempo di Uber 

Scaffale. «Il capitalismo delle piattaforme», il volume di Benedetto Vecchi per la manifestolibri. Cosa c'è da sapere sulle imprese digitali e sui loro meccanismi, tra depotenziamento delle risorse umane e dispositivi di controllo politici 

Teresa Numerico Manifesto 6.7.2017, 18:47 
Il capitalismo delle piattaforme è un nome generale per un insieme di fenomeni diversi tra loro, ma accomunati da imprese basate su dispositivi e processi digitali. Le piattaforme identificano le aziende Internet più importanti come Facebook, Google, Amazon ecc., oltre a quelle della cosiddetta sharing o gig economy come Uber, Airbnb e altre che gestiscono la condivisione di beni e servizi attraverso software proprietari o aperti. La lista include anche le imprese della logistica che amministrano le merci e ne organizzano gli spostamenti, perché tutto il controllo sui beni è regolato da dispositivi e software che ne determinano le procedure di trasferimento e assemblaggio e ne verificano in ogni momento la posizione. La caratteristica centrale del capitalismo delle piattaforme è la transnazionalità di produzione e distribuzione che definisce regole autonome – indipendenti dalle autorità nazionali – che governano i dinamici spazi globali dove il business si sviluppa. 
A QUESTO TEMA EMERGENTE è dedicato il nuovo libro di Benedetto Vecchi Il capitalismo delle piattaforme (Manifestolibri, 2017). Il volume di agile lettura, eppure molto denso, si pone l’obiettivo ambizioso di discutere del rapporto tra platform capitalism e processi lavorativi. Le piattaforme, infatti, sono descritte come strumenti integrati capaci di amplificare il potere delle macchine, rendendo sempre più marginali e irrilevanti le attività umane ai fini dell’esecuzione di processi per la «produzione, distribuzione e commercializzazione» di beni e servizi just in time. 
Pur senza contestare questo assunto di fondo, Vecchi compie una mossa interpretativa spiazzante per comprendere il fenomeno al di là della retorica che lo circonda: si addentra negli atelier della produzione e nelle metropoli di lavoro di Saskia Sassen e Mike Davis per individuare i luoghi di coordinamento delle world factory. Scegliendo questa prospettiva, il lavoro continua a produrre valore e plusvalore. Il problema è semmai la disgregazione fisica e regolamentare dei rapporti professionali e la conseguente precarizzazione delle masse di lavoratori e lavoratrici che, a distanza o in presenza, non godono più dei diritti e tutele dai rischi che nel secolo scorso avevamo faticosamente ottenuto, almeno nei paesi industrializzati. 
IL SOFTWARE SAREBBE solo un altro pezzo di capitale fisso capace di ‘catturare’, cioè imprigionare, valore estratto dalle vite delle persone o dalle loro squalificate e instabili attività lavorative. Vecchi si spinge a sfiorare il paradosso che il cervello umano sia parte del capitale fisso che mette a valore il lavoro vivo, ma su questo non mi sento di seguirlo, perché altrimenti non ci sarebbe una via di scampo dal giogo del capitale. 
NEGLI ATELIER della produzione, in particolare di quella digitale, si fanno invece alcune scoperte interessanti, per esempio che la nuova presunta classe del cognitariato o dei lavoratori della conoscenza non costituisce un soggetto rivoluzionario, ma è eventualmente protagonista di richieste corporative per salire sopra la linea delle royalties del capitale, condividendo valori della classe imprenditoriale e chiedendo di partecipare alla distribuzione dei profitti e delle rendite di posizione. La diffusione delle tecnologie digitali ha prodotto invece la cancellazione quasi completa della distinzione tra «lavoro manuale e lavoro intellettuale e tra lavoro cognitivo e operaio». 
La standardizzazione dei comportamenti è la regola anche per i colletti bianchi, eppure ogni agire è messo a valore, inclusa la capacità emotiva e sociale delle persone. L’autonomia del lavoratore ha il solo effetto di cancellare i limiti per la giornata lavorativa dell’imprenditore di se stesso, dentro o fuori dal contesto salariale.
La tecnologia non è per sé liberatoria, con buona pace dei sostenitori del manifesto accelerazionista, uno dei cui autori, Nick Srnicek è tra coloro che hanno portato alla ribalta il tema del platform capitalism.
Dalla posizione di Vecchi si possono ricavare alcuni elementi per aprire una nuova fase nella riflessione della critica marxista sulla società tecnologica e, più in generale, per formulare una proposta di sinistra per la società. Innanzitutto si invoca la centralità della responsabilità politica per la gestione dei conflitti sociali e per limitare lo sfruttamento del lavoro. È il politico a definire le regole per una convivenza degli interessi equa e rispettosa di tutti: le scelte sulla tecnologia sono sempre politiche. 
IN SECONDO LUOGO è bene abbandonare la visione che la finanza svolga solo un ruolo parassitario. Il venture capital stabilisce cosa finanziare e orienta così la ricerca delle innovazioni. La finanza costituisce l’orizzonte del governo dell’indebitamento strutturale delle vite, rendendo le persone innanzi tutto esseri indebitati, subalterni alle regole del debito; è inoltre al centro della riorganizzazione di produzione e distribuzione di beni e servizi e svolge questo ruolo attraverso dispositivi che velocizzano la presa di decisione e annullano così il controllo umano sull’agire.
Infine, il terzo e ultimo suggerimento del libro è che la tecnologia non rappresenti solo una gestione cieca di macchine che sottraggono lavoro e capacità creativa ai lavoratori. Le macchine, e soprattutto il software che le governa, sono il frutto di continui e raffinati processi creativi e intense attività sociali. Ci sono le persone dietro, dentro e nell’interazione con le macchine e solo il loro lavoro instancabile costituisce la garanzia dell’efficienza produttiva delle piattaforme. La scelta delle regole per governare le persone e i processi che fanno funzionare dispositivi, al fine di preservare equità, rispetto delle diversità e giustizia costituisce la sfida del presente per la sinistra.

1 commento:

Theresa williams ha detto...

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